Friedrich Nietzsche, oltre il tempo del suo tempo: la divina follia di un filosofo-poeta

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Friedrich Nietzsche

Io sono una foresta e una notte di alberi scuri: ma chi non ha paura della mia oscurità trova anche, sotto i miei cipressi, declivi di rose

Ricorre oggi il 125esimo anniversario della morte di uno dei più grandi pensatori dello scorso millennio e, forse, anche di quello attuale. Gli scritti di Friedrich Nietzsche sono al confine tra filosofia e letteratura, tra pensiero e poesia, e rappresentano una sfida per coloro che si ripropongono di fare da interpreti. Tale aspetto dell’opera nietzschiana è rilevato dai suoi primi lettori e commentatori, nelle fasi iniziali della sua esplosiva ricezione, quando erano davvero pochi gli artisti e gli intellettuali a sottrarsi al fascino del suo pensiero. D’altronde, egli era considerato all’unanimità come un poeta-filosofo, tale da riscontrare una fortuna senza uguali sulle avanguardie artistiche e letterarie dell’epoca. Non è un caso che, fin dall’inizio, a segnare le prime tappe della Wirkung nietzscheana fu “Così parlò Zarathustra“, opera mista tra poesia, prosa e filosofia che conquistò i lettori proprio in virtù del nuovo modo di filosofare poetando.

Con Friedrich Nietzsche si chiude o si apre una nuova epoca filosofica?

La domanda contiene in sé l’elemento fondamentale del Nietzschianesimo, avvento della nascita di un modo di filosofare con cui hanno dovuto fare i conti tutti i filosofi del Novecento. Nietzsche muore il 25 agosto del 1900, all’età di 56 anni, perfettamente all’inizio del XX secolo come fosse quasi una profezia che annuncia il radicale cambiamento della speculazione. Come disse Jung, egli è stato un profeta, uno che ci aveva visto giusto. Difatti, il nichilismo si è elevato in picchi vertiginosi sugli orizzonti politici, sociali ed economici del mondo, e questo nonostante in principio nessuno abbia voluto o potuto credergli.

Due guerre mondiali, la guerra fredda, crisi economiche, nuovi focolai di guerra e follie, e dopo tutto questo rimane ancora il suo lapidario interrogativo: cosa fare dopo che il nichilismo avrà permeato ogni realtà e coscienza? La risposta era: l’esigenza di nuovi valori dovrebbe guidare l’esistenza intima d’ognuno e in scala più grande quella della struttura politica odierna. La domanda terribile che ci poniamo: andremo mai oltre questo nichilismo? Chi potrebbe volare sopra questo abisso, farsi carico di questa immane ed eroica impresa? L’oltre uomo, certo. Lui e gli altri pochi suoi seguaci. L’oltre uomo che non ha paura di cadere (per lo spirito di sacrificio), che non teme il giudizio altrui, pronto ad essere esempio, annunciatore della folgore quando lui stesso è folgore. La folgore siamo, quindi, anche noi.

Der Wille zur Macht

Volontà di potenza è credere in sé stessi, nella libertà necessaria all’uomo e nella sua forza di sviluppo in ogni suo moto, d’istinti e di ragioni. Volontà di Potenza può assumere diverse forme negli scritti di Nietzsche, a volte la Volontà di Potenza sembra essere un semplice impulso psicologico – una spinta a cercare non solo la sopravvivenza ma anche la crescita e l’espansione, spesso accompagnata dal desiderio di esprimere il proprio potere e di godere della sensazione di esso.

Übermensch

Il concetto di “oltre-uomo” è un’immagine che rappresenta l’uomo che diviene sé stesso in una nuova futura epoca. Può essere considerato, secondo Nietzsche, una sorta di uomo biologicamente superiore, una sorta di evoluzione dell’uomo attuale. Nel “Così parlò Zarathustra”, in effetti, il filosofo afferma che l’uomo attuale e contemporaneo deve essere un ponte fra la scimmia ed il superuomo. La conseguenza, ossia la scoperta dell’inesistenza di uno scopo della vita, può essere superata solo con un accrescimento dello spirito personale, il quale appunto aprirebbe la porta ad una nuova epoca in cui l’uomo sarà libero dalle catene e dai falsi valori etici e sociali dettati dallo spirito apollineo e dall’antica filosofia di Socrate.

Seguendo, invece, lo spirito dionisiaco, il superuomo è un nuovo tipo di umano in grado di accettare la dimensione dionisiaca dell’esistenza, dicendo “” alla vita e rifiutando tutte le false credenze del passato che hanno sminuito la vita “vera” in cambio di immagini illusorie e rassicuranti. Il superuomo, inoltre, è in grado di accettare la “morte di Dio”, che corrisponde, in realtà, alla morte delle certezze. Attraverso questa fantomatica morte dell’unico, il filosofo sfida gli esseri umani che hanno delegato sé stessi ad un altrimenti da sé, e alle certezze assolute imposte dal culto dello stato, della scienza e del socialismo. Il superuomo, perciò, si staglia sull’orizzonte del futuro ed è colui che riconosce la sua natura vitale.

Cosa dice all’umanità?

Nietzsche dice all’umanità di farsi avanti di attuare la volontà di potenza insita in ognuno. Jung, alla prima conferenza del suo seminario su “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche, tenuto a Zurigo dal maggio del 1934 fino al febbraio del 1939, disse che era un testo “straordinariamente complesso, e vi regna un caos infernale”. Cimentarsi nel seminario sullo Zarathustra significò per Jung, “un immane tentativo di esorcismo nei confronti della minaccia che incombeva allora sull’Europa e sulla civiltà occidentale” e rappresentò lo sforzo “per certi versi eroico di confrontarsi con un interlocutore cruciale come Nietzsche. il piano degli interrogativi “attuali” dell’autore, psichiatra e psicologo analista riflette sul senso che il “caso Jung”, al cospetto del “caso Nietzsche”, configura e consegna al nostro tempo in una prospettiva etica e spirituale capace di fare i conti con l’inconscio e con l’ombra, “al limite fra filosofia e psicologia”.

La visione di Jung

Nella visione di Jung, Zarathustra non solo anticipa il crollo mentale del suo autore, è anche profeta della follia collettiva dell’Europa nazista, nonché precursore di una nuova psicologia che si apre all’inconscio collettivo. Alla lucida follia di Nietzsche e del suo progetto della “grande salute” dionisiaca, Jung risponde con il titanismo medicalizzante dello psicoanalista. Il tentativo di Jung di farsi strada nelle patologie del fenomeno nazista riempie di simboli, mitemi e archetipi, e soprattutto, lo stesso Jung, tenta di analizzare il contenuto della voragine aperta dalla crisi del Cristianesimo.

Apertura coraggiosa e dichiarazione di impotenza di fronte alla follia collettiva segnano così il compito incompiuto della psicanalisi: Archetipi e Inconscio collettivo. Mentre Nietzsche prevedeva il crollo della vecchia morale e l’avvento di una nuova psicologia che si apriva all’inconscio, Jung, con i suoi concetti di inconscio collettivo e archetipi, tentò di spiegare e integrare questi fenomeni attraverso un quadro psicologico e antropologico. Jung teorizzò un “contenitore psichico universale”, l’inconscio collettivo, comune a tutti gli esseri umani e arricchito da esperienze ancestrali tramandate nel corso dell’evoluzione.

Manifestazione di archetipi profetizzati

Questo strato psichico contiene gli archetipi, ovvero forme o simboli universali che si manifestano nei miti, nelle favole e nelle religioni di culture diverse, ma anche attraverso simboli e temi che emergono in sogni e fantasie. Invece, Il filosofo profetizzò il crollo della morale tradizionale e l’emergere di una “follia collettiva” in Europa, anticipando le implicazioni di un mondo senza valori trascendenti. Nietzsche aveva già intuito una dimensione inconscia, fatta di pensieri confusi, pulsioni e ripetizioni di stadi evolutivi ancestrali, aprendo la strada a una nuova psicologia. Jung vedeva in Zarathustra di Nietzsche non solo un’anticipazione della follia collettiva, ma anche un precursore di una psicologia che si apriva all’inconscio. L’opera di Nietzsche, quindi, può essere vista come la manifestazione di archetipi che si connettono alle dinamiche dell’inconscio collettivo, offrendo a Jung materiale per la sua indagine sulla psiche umana e sulla follia collettiva.

Nietzsche appare controverso e a tratti discontinuo, ma, secondo il mio punto di vista, il filosofo-poeta fa intravedere il desiderio di conoscere quel Dio di cui tanto si parla ma che nessuno è riuscito a dimostrare, probabilmente perché poco vedono un Nietzsche rapito dalla forza della poesia e dalla curiosità del ricercatore spirituale. Egli e Spinoza sono due pilastri della filosofia che hanno avuto il coraggio di “DIRE” pagando lo scotto della solitudine.

L’incontro con il pensiero di Spinoza avviene nell’estate del 1881, periodo nel quale egli stava lavorando al quarto libro de La gaia scienza, e riempie d’entusiasmo il filosofo tedesco: «Sono assolutamente sbalordito, incantato! Ho un predecessore, e quale poi! Spinoza mi era quasi sconosciuto: il fatto che io ne abbia sentito ora il bisogno è stato un “moto istintivo”. Non soltanto il suo orientamento complessivo coincide col mio – nel fare della conoscenza l’affetto più potente – ma io mi riconosco anche in cinque punti fondamentali della sua dottrina; questo pensatore, il più singolare e il più isolato, è quello più vicino a me proprio in queste cose: egli nega la libertà del volere; i fini; l’ordine morale del mondo; l’altruismo; il male; anche se le differenze naturalmente sono enormi, esse tuttavia risiedono più nella diversità dei tempi, della cultura e della scienza. In summa: la mia solitudine, che, come accade alle grandi altitudini, tante e tante volte mi ha tolto il respiro e mi ha fatto sgorgare il sangue, ora almeno è una solitudine a due – Friedrich Nietzsche, Epistolario, Adelphi, Milano, vol. IV, p. 106

Nietzsche è molto più vicino a Spinoza di quanto possa pensare. Un vulcano di sapere che però non amava le biblioteche ambulanti cioè leggere per leggere e studiare per studiare, elaborare, riflettere, scrivere ciò che sente trasportando tutto al livello della filosofia, dove il “perché” non ha mai una soluzione se non ulteriori interrogativi!

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Bartolomeo Di Giovanni (detto Theo) è nato a Palermo il 2 Giugno 1975, ha conseguito la laurea in filosofia presso l’università di Palermo, docente di materie umanistiche. Ha collaborato con realtà poetiche dei paesi dell’Est, e del Messico, ha in attivo diverse pubblicazioni di silloge poetiche e saggi di filosofia psicopedagogica, le opere sono state tradotte in Spagnolo, Russo, Rumeno, Arabo. Scrive per alcune riviste articoli sulla cultura letteraria antica e contemporanea, esperto e studioso di Dante Alighieri e di Ebraico biblico. Nel 2013 fonda il movimento culturale “Una piuma per Alda Merini” per la salvaguardia del patrimonio poetico della poetessa dei navigli. Collabora con Wikipoesia per la estensione della nascente Repubblica dei Poeti, di cui è console e cavaliere con distintivo dell’ Ordine di Dante Alighieri. Ha ricevuto da parte della Ordine dei poeti della Bielorussia, e di altre realtà culturali l’appellativo di “Vate”. Nel 2024 gli viene conferito il premio : Cattedra della Pace, tenutosi ad Assisi, nello stesso anno diviene vicepresidente di WikiPace.

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