/

Perché tutti vogliono fare doppiaggio, ma in pochi sanno davvero cosa significa (?)

4 mins read
doppiaggio

Benvenuti ad un nuovo appuntamento con la mia amata rubrica Senti chi parla. C’è una domanda che, prima o poi, chiunque lavori nel doppiaggio si sente fare: “Come si entra?” È una domanda legittima. Ma ce n’è un’altra, molto più interessante, che quasi nessuno si pone davvero: “Perché vuoi entrarci?” Beh, perché oggi il doppiaggio è ovunque. È visibile, raccontato, condiviso. E proprio per questo, è anche uno dei mestieri più desiderati e allo stesso tempo più fraintesi. Tutti vogliono farlo, ma pochi sanno davvero perché e che cosa significhi.

Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare neppure un giorno in vita tua — Confucio

Il doppiaggio nell’era dei social: visibilità e bisogno di emergere.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato in modo evidente. Il doppiatore non è più solo una voce invisibile. I social hanno acceso una luce su un mestiere che per decenni è rimasto dietro le quinte: clip in sala, frammenti di lavorazione, contenuti brevi che mostrano qualcuno mentre doppia una scena. Ma è proprio qui che nasce l’equivoco. Perché quello che vedi non è un turno di doppiaggio. È una clip. Un momento isolato. Un doppiatore che registra una scena, ripreso dallo schermo di uno smartphone. È un’immagine.

Non è il processo. E tra immagine e realtà, nel doppiaggio, c’è tutto il lavoro che non si vede: le prove, gli errori, le correzioni, i silenzi, le indicazioni, la concentrazione continua. I social avvicinano, ma semplificano. E in questa semplificazione, il mestiere rischia di diventare qualcosa di immediato, quasi accessibile per definizione. In un’epoca in cui tutti cercano uno spazio per emergere, il doppiaggio diventa anche questo: un modo per esserci, per distinguersi, per trovare una propria forma di espressione. Ma la visibilità non è competenza. E soprattutto, non è esperienza.

Il fascino vero: quello che nasce prima delle piattaforme virtuali

E poi c’è un’altra motivazione, molto più autentica. Quella che non nasce da un contenuto online, ma da molto prima. Per molti, il primo contatto con il doppiaggio non è un reel, ma un ricordo. Un pomeriggio davanti alla televisione. Cartoni animati, film, serie. E sempre più spesso, anime. Le voci diventano familiari, riconoscibili, quasi intime. Accompagnano la crescita, costruiscono un immaginario. È lì che nasce qualcosa di diverso: non solo il desiderio di “fare doppiaggio”, ma quello di far parte di quel mondo. Di restituire, un giorno, le stesse emozioni ricevute. C’è una componente che qualcuno definirebbe “nerd”, ma che in realtà è solo passione. E quando quella passione è sincera, non ha bisogno di essere giustificata. Va solo capita.

In più, il problema non è voler fare doppiaggio. Il problema è non sapere cosa significhi davvero. Perché il doppiaggio non è solo interpretazione. È tecnica, ascolto, precisione, adattamento continuo. È un lavoro che richiede tempo. Che richiede pazienza. Che richiede la capacità di rimettersi in discussione, continuamente. È fatto di attese, tentativi, errori. Di porte che non si aprono subito — e a volte non si aprono affatto. E tutto questo, semplicemente, non è visibile. Sui social si vede il risultato. Raramente il percorso. E senza il percorso, il sogno rischia di restare in superficie.

Il diritto di sognare (senza illusioni)

Eppure sarebbe troppo facile fermarsi qui e diventare severi. Dire: “Non è come pensate”, “è difficile”, “lasciate perdere”. Non è questo il punto. Il punto è distinguere. C’è chi si avvicina al doppiaggio perché “sembra bello”. E c’è chi si avvicina perché sente che è qualcosa che lo riguarda davvero. Il talento è fondamentale. Esiste, si riconosce, e fa la differenza. Ma il talento, da solo, non è una scorciatoia. È un punto di partenza. Va sviluppato, allenato, messo alla prova. Richiede studio, tempo, e soprattutto la capacità di reggere il percorso. Perché accanto al talento c’è un altro elemento, meno visibile ma decisivo: la resistenza.

La capacità di restare quando l’entusiasmo iniziale lascia spazio alla fatica. Di continuare a lavorare anche quando i risultati non arrivano subito. Di accettare che crescere, in questo mestiere, è un processo lento. E poi c’è un aspetto ancora più concreto, di cui si parla poco: farsi conoscere. Bussare alle porte giuste. Entrare in contatto con i direttori. Essere ascoltati, notati, ricordati. Non è un passaggio immediato, e spesso non è nemmeno lineare. Le sale di doppiaggio sono ambienti strutturati, con equilibri consolidati, e l’accesso non è semplice. Serve tempo. Presenza. Serve anche la capacità di reggere il fatto che, per un periodo, si possa essere pronti, ma non ancora visibili.

Ed è magari questa la parte più difficile da accettare. Chi ha un sogno autentico non ha bisogno di illusioni. Ha bisogno di strumenti, di tempo, e della lucidità per capire che il talento è solo l’inizio, il resto è costruzione. Chissà, forse il problema non è che tutti vogliono fare doppiaggio. Il problema è che viviamo in un tempo in cui è sempre più difficile capire da dove nasce davvero un desiderio: se da una passione profonda, o da un’immagine che funziona. Il doppiaggio oggi sta esattamente lì, in mezzo. Tra ciò che si vede e ciò che è. E allora la domanda resta quella iniziale, la più semplice e la più difficile: perché vuoi farlo? Perché da quella risposta dipende tutto il resto. Perché voler fare doppiaggio è facile. Capire davvero cosa significa, molto meno!

Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Senti Chi Parla”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-

Leggi anche:

Doppiaggio, tra critica e realtà: quando il vero problema non sono le voci! – L’Opinione

Il doppiaggio, molto più di una voce: una magia di squadra che fa la differenza!

Squid Game, la vera storia dietro al mito distopico della serie Netflix tra orrori e vittime – L’Opinione

Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn

Classe 1984, passione e dedizione, Omar Vitelli è un doppiatore italiano. Dal grande schermo alla televisione, passando per i videogiochi e le serie animate, la sua voce accompagna da tempo numerose generazioni e continua ad appassionare migliaia di telespettatori. Attivo sia a Roma che a Milano, ha vinto il Premio "Voce dell'anno emergente - Cartoni e radio al Gran Galà del Doppiaggio" al Romics nel 2003.

1 Comment

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Mouez torna con “Le Tue Ali”: una canzone nata per salvare, non per competere

Next Story

Sarah Mullally a Canterbury: svolta storica o nuovi interrogativi per la Chiesa anglicana?

Latest from Blog