Il ddl approvato il 4 marzo dal Senato contro l’antisemitismo non è ancora legge dello Stato, ma è già un fatto politico. Racconta tre Italie diverse: quella che vuole blindare la definizione di antisemitismo, quella che teme un cortocircuito con la critica a Israele, e quella che applaude ai princìpi – salvo poi negare le risorse per applicarli.
105 sì, 24 no e 21 astensioni per la nuova legge contro l’antisemitismo
Non è stato un voto qualunque. Il Senato, il 4 marzo 2026, ha approvato in prima lettura il ddl S.1004 sul contrasto all’antisemitismo con 105 sì, 24 no e 21 astensioni. Non c’è stata l’unanimità invocata da Liliana Segre. E non c’è stata neppure una vera convergenza repubblicana. C’è stato, piuttosto, un voto che ha messo a nudo fratture profonde: tra maggioranza e opposizioni, dentro il Pd, e perfino dentro l’idea stessa di che cosa oggi significhi combattere l’antisemitismo in un tempo segnato dal 7 ottobre, dalla guerra di Gaza e dalla crescente esposizione simbolica e politica di Israele.
Il contesto spiega perché il Parlamento non stesse affatto discutendo del nulla. Secondo il rapporto 2025 della Fondazione CDEC, in Italia gli episodi di antisemitismo registrati sono stati:

A livello europeo, la FRA rileva che l’84 per cento degli ebrei intervistati considera l’antisemitismo un problema grave nel proprio Paese e il 96 per cento dichiara di averlo incontrato nell’anno precedente il sondaggio. In altre parole: la vita ebraica in Europa, e in Italia, è sempre meno serenamente visibile nello spazio pubblico.
Ed è qui che il tema Israele irrompe con tutta la sua forza. Perché oggi l’antisemitismo non si presenta soltanto con il volto classico del pregiudizio razziale o religioso: sempre più spesso si mimetizza nel linguaggio geopolitico, sposta sugli ebrei della diaspora il peso di decisioni prese dallo Stato di Israele e usa il conflitto mediorientale come scorciatoia per riattivare stereotipi antiebraici. Ma proprio per questo il legislatore (il Senato) avrebbe dovuto essere chirurgico sul tema dell’antisemitismo: distinguere con precisione il diritto pieno di criticare un governo israeliano dal riflesso tossico di trattare gli ebrei come corpo politico collettivo responsabile. È su questo crinale che i partiti si sono separati.
Senato: i partiti che hanno votato Sì alla legge contro l’antisemitismo
La Lega ha portato in Aula la linea più netta: chiamare l’antisemitismo con il suo nome, adottare la definizione operativa IHRA e trasformarla in un riferimento normativo esplicito. Il ddl nasce infatti da un’iniziativa Romeo-Pirovano-Bergesio ed è stato approvato con un nuovo titolo che conferma quella scelta di fondo: legge specifica, non generica, centrata sull’antisemitismo come fenomeno autonomo.
Fratelli d’Italia ha sostenuto con decisione questa impostazione, ma con una sua sfumatura precisa: l’idea che l’antisemitismo non vada diluito nel grande contenitore di tutti gli odi. In una nota ufficiale del partito, il senso politico è chiarissimo: concentrarsi “esclusivamente” sull’antisemitismo, senza estendere il perimetro normativo ad altre discriminazioni, in nome della sua “specificità storica, culturale e morale”. È una lettura identitaria e memoriale: per FdI l’antisemitismo non è una voce del catalogo, è una ferita fondativa dell’Europa che giustifica una norma dedicata.
Forza Italia, Noi Moderati-Centro Popolare e il resto della maggioranza si sono collocati nello stesso campo del sì, cioè nel fronte che ha considerato necessario approvare comunque il testo, anche dopo le modifiche che hanno eliminato il divieto di manifestazioni e le nuove sanzioni penali originariamente ipotizzate. Politicamente, è il profilo più istituzionale e governativo: non una battaglia teorica sulla definizione perfetta, ma il sostegno a un atto simbolico e ordinamentale ritenuto ormai non più rinviabile.
Il fronte garantista
Poi c’è il fronte del sì “garantista”, quello di Italia Viva e Azione. Qui la posizione è più interessante di quanto sembri. Italia Viva non solo ha votato a favore: aveva presentato un proprio ddl, a firma Ivan Scalfarotto, poi assorbito nel testo finale. Ma soprattutto Scalfarotto ha ottenuto l’accoglimento di un ordine del giorno che impegna il Governo a interpretare la definizione IHRA secondo il suo testo ufficiale integrale, cioè includendo anche la frase decisiva: le critiche a Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. È una differenza politica enorme: IV non vuole meno IHRA, vuole più precisione nell’uso di IHRA. Azione ha votato anch’essa sì, e Carlo Calenda ha definito “assurdo e ingiusto” il mancato voto favorevole della sinistra.
Un segno di civiltà istituzionale
Persino il gruppo delle Autonomie non si è tenuto fuori: cinque senatori, tra cui la senatrice a vita Elena Cattaneo, hanno votato sì. Segno che una parte dell’area autonomista e civica ha letto il provvedimento come un tassello minimo di civiltà istituzionale, più che come un atto di schieramento ideologico.
I partiti che si sono divisi nel voto
Il Partito democratico è stato il partito più diviso e, proprio per questo, il più rivelatore. La linea ufficiale è stata l’astensione, motivata dal dissenso sulla definizione IHRA e sui suoi possibili margini di ambiguità. Andrea Giorgis lo ha detto con una formula politicamente eloquente: non votiamo contro per vicinanza sincera ai cittadini ebrei, ma non condividiamo il ddl. Tuttavia sei senatori dem — Delrio, Bazoli, Casini, Sensi, Verini e Zampa — hanno rotto la disciplina di fatto e votato sì. Anche qui non c’era una sola posizione, ma due:
- una maggioritaria, prudente e costituzionalista, che teme lo slittamento tra tutela degli ebrei e compressione della critica politica;
- e una riformista, convinta che una legge imperfetta sia meglio di un rinvio ulteriore.
E però anche dentro il no e l’astensione le differenze contano. Il Pd non ha chiesto semplicemente di cancellare la legge: con un emendamento ufficiale ha proposto di sostituire l’impianto centrato su IHRA con un riferimento più ampio alla raccomandazione del Consiglio d’Europa contro l’hate speech, estendendo il quadro anche ad altre forme di odio e discriminazione. Il messaggio era questo: contrastare l’antisemitismo, sì, ma senza costruire una eccezione normativa che rischi di essere letta come una corsia separata.
I partiti che hanno votato “No”
Il Movimento 5 Stelle si è spinto oltre. I suoi emendamenti chiedevano di sopprimere il comma che recepisce la definizione IHRA e di ricondurre la norma al tema del pregiudizio verso le persone di religione ebraica, cioè a una formulazione più asciutta, meno geopolitica, meno esposta al rischio di trascinare dentro la legge il conflitto su Israele. È una posizione diversa sia da quella del Pd sia da quella della maggioranza: non una cautela sull’uso di IHRA, ma una vera diffidenza verso la sua normativizzazione.
Senatori che hanno votato no: Vincenza Aloisio, Dolores Bevilacqua, Anna Bilotti, Maria Domenica Castellone, Roberto Cataldi, Marco Croatti, Concetta Damante, Gabriella Di Girolamo, Barbara Floridia, Felicia Gaudiano, Sabrina Licheri, Ada Lopreiato, Pietro Lorefice, Alessandra Maiorino, Bruno Marton, Orfeo Mazzella, Gisella Naturale, Stefano Patuanelli, Luca Pirondini, Elisa Pirro ed Elena Sironi.
Alleanza Verdi e Sinistra è stata la più esplicita nell’indicare il punto di attrito: ha chiesto di limitare la definizione generale ed escludere, tra gli indicatori rilevanti, gli esempi riferiti a comparazioni storiche, qualificazioni statuali o criteri di valutazione differenziata. Tradotto: AVS ha visto nel testo il rischio che il terreno dell’antisemitismo venga mescolato con quello del giudizio sul sionismo, sul carattere dello Stato di Israele e sulle doppie misure nella politica internazionale. Per questo il suo no non è stato un no alla lotta all’antisemitismo, ma un no a quella architettura normativa. Senatori che hanno votato no: Ilaria Cucchi, Peppe De Cristofaro, Celestino Magni.
Va tutto bene, purché non si spendano soldi!
Fin qui, la geografia politica. Ma la questione più clamorosa è un’altra. Il Senato ha approvato una legge che chiede allo Stato di fare molte cose: strategia nazionale, iniziative nelle scuole e nelle università, formazione per Forze armate, Forze dell’ordine, prefetture e magistratura, campagne del servizio pubblico, azioni nel mondo dello sport, contrasto ai contenuti d’odio online.
Eppure, nello stesso testo, compare la solita formula burocratica: “dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Traduzione: fate tutto, ma senza un euro in più.
Ecco il punto politicamente intollerabile. Se l’antisemitismo è davvero, come tutti dicono, una minaccia alla democrazia, allora non lo si combatte con una legge di sola testimonianza. Non si può chiedere alle scuole di formare, alle università di monitorare, alle forze di sicurezza di specializzarsi, al servizio pubblico di informare, alle associazioni sportive di educare, e poi cavarsela con la formula da ragioneria dell’“invarianza finanziaria”. È una contraddizione quasi grottesca: si proclama l’emergenza, ma si nega il carburante all’intervento. Una legge contro l’antisemitismo senza stanziamenti rischia di diventare un monumento cartaceo alla buona coscienza parlamentare.
Il problema riguarda tutte le minoranze religiose presenti in Italia
Il problema non riguarda solo gli ebrei. Riguarda tutte le minoranze religiose. L’ONU ricorda da tempo che le persone appartenenti a minoranze religiose hanno diritto a professare e praticare la propria religione, in pubblico e in privato, liberamente e senza discriminazioni, e che gli Stati devono adottare misure legislative adeguate per proteggere identità ed esistenza di tali minoranze.
Per questo la domanda vera non è se serva una legge. Sì, serve. Ma serve una legge seria.
- Una legge capace di difendere gli ebrei italiani senza trasformare ogni critica a Israele in un sospetto automatico.
- Una legge che distingua tra Netanyahu e un ragazzo ebreo che prende la metro a Milano.
- Una legge che non confonda l’antisionismo politico con l’odio antiebraico, ma nemmeno permetta all’odio antiebraico di travestirsi da opinione internazionale.
- E soprattutto una legge che non sia scritta come un atto morale e con zero euro di risorse.
Perché alla fine è tutto qui: il Senato ha detto che l’antisemitismo è una priorità. Bene. Adesso bisogna decidere se è una priorità vera o una priorità senza capitolo di spesa. E tra le due cose, in Politica, passa la stessa differenza che c’è tra una promessa e uno Stato democratico.
Ultima notazione:
Tutti i principi di tutela sono già incardinati nella nostra amata Costituzione, perché fare una legge se non è strumento operativo in grado di sostenere degli interventi trasformativi?
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