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Il Diavolo veste Prada 2: “Le voci invecchiano”? Sì, ma è il pubblico che non sa più ascoltarle!

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Il diavolo veste prada 2

La voce umana è lo strumento più bello di tutti, ma anche il più difficile da suonare — Richard Strauss

Da quando è uscito Il Diavolo veste Prada 2, oltre ai soliti commenti sui social, sono usciti anche articoli e titoli che sinceramente ho trovato di una superficialità disarmante. Sempre lo stesso concetto: “I volti non sono invecchiati, ma le voci sì”, “Maria Pia Di Meo è inadeguata”, “Le voci storiche ormai sono troppo vecchie”, “Che brutto sentire questi doppiaggi”. Ed io, onestamente, sono davvero stanco. Stanco di vedere trattato il doppiaggio come un fast food da consumare velocemente, senza alcuna capacità di ascolto, senza memoria, senza cultura artistica.

Perché qui non stiamo parlando di dilettanti allo sbaraglio. Stiamo parlando di Maria Pia Di Meo e di Gabriele Lavia, di grandi professionisti che hanno attraversato il teatro, il cinema, la televisione, la recitazione vera. E soprattutto, stiamo parlando di un doppiaggio diretto da Fiamma Izzo, che non è esattamente l’ultima arrivata!

Davvero il doppiaggio de “Il Diavolo veste Prada 2” è come molti dicono?

La cosa che mi colpisce davvero è che molti di quelli che oggi criticano queste interpretazioni sono gli stessi che da anni attaccano il doppiaggio in quanto tale. Quelli del “bisogna vedere tutto in originale”, del “il doppiaggio rovina i film”, del “che schifo le voci italiane”. E allora ditemi: ma cosa volete davvero? Perché io al cinema ci sono andato. E no, non ho sentito un doppiaggio “imbarazzante”. Ho sentito qualcosa che oggi sta diventando rarissimo: esperienza. Peso. Intenzione. Recitazione. Ho sentito le sfumature di Di Meo e le intenzioni di Lavia. Ho sentito pure pause, respiri, intonazioni costruite da chi conosce profondamente il mestiere dell’attore.

E sapete qual è la verità scomoda? Che la mia generazione — e lo dico da doppiatore — quelle cose spesso non le sa più fare. Non perché manchi il talento. Ma perché siamo cresciuti in un sistema produttivo completamente diverso. Ritmi folli. Turni compressi. Tempi ridotti. Sempre meno possibilità di lavorare davvero sulla recitazione. Loro arrivano da una generazione che ha avuto il privilegio — oggi quasi scomparso — di poter lavorare davvero sulle sfumature della recitazione. E infatti quelle sfumature si sentono ancora. Eccome se si sentono!

Siamo abituati ad una recitazione vuota e piatta che viaggia al ritmo dei costi!

Il problema è che ormai siamo talmente abituati a una recitazione piatta, veloce, standardizzata, che quando ci troviamo davanti a un’interpretazione piena di sfaccettature, qualcuno la scambia addirittura per “vecchiaia”. Ma l’età non è un difetto artistico. E poi diciamolo chiaramente: questa narrazione per cui “i volti non sono invecchiati” è ridicola. Sono invecchiati eccome. Tutti. È normale. Fa parte della vita. Solo che il cinema oggi trucca, filtra, ritocca, illumina. Le voci invece non hanno Botox. Anzi, raccontano il tempo. E a volte quel tempo aggiunge verità, profondità, storia.

Ho letto commenti che, a onor del vero, trovo tristi e allucinanti. Gente che scrive: “Maria Pia Di Meo è stata una grandissima doppiatrice e sarà ricordata come tale, però purtroppo è lenta e ormai inadatta anche a quei pochi personaggi che ancora le danno”. Ed è incredibile come oggi basti percepire il tempo che passa dentro una voce per decretarne automaticamente l’inadeguatezza. Ma davvero siamo arrivati a questo? Davvero riduciamo tutto alla velocità e alla fluidità perfetta a tutti i costi? Perché sì, è normale che con l’età una voce cambi. È normale che un’articolazione non sia identica a quella di un ragazzo di vent’anni.

Non si diventa inadeguati a causa del tempo che passa

Succede alle persone vere e perfino agli attori sullo schermo. Nessun attore di settant’anni parla con la stessa fluidità di quando ne aveva trenta. Fa parte della vita, del corpo, del tempo. Eppure oggi sembra che l’unica cosa che venga ascoltata sia proprio quella: l’aspetto tecnico più superficiale. La velocità. La pulizia estrema. La fluidità impeccabile. Ma possibile che ci si fermi lì? Perché io dentro le interpretazioni di Maria Pia Di Meo e Gabriele Lavia ho sentito molto altro. Ho sentito profondità, sottotesto, intenzioni, un bagaglio umano e artistico enorme che passa attraverso ogni battuta. E francamente trovo assurdo che tutta questa ricchezza venga cancellata da osservazioni superficiali sul fatto che una voce “suoni anziana”.

Il punto è un altro: oggi non sappiamo più ascoltare. Siamo diventati talmente superficiali da fermarci al timbro, senza percepire quello che c’è dietro. Non sentiamo più il mestiere. Non riconosciamo più il lavoro attoriale. E questa, per chi ama davvero la recitazione, è una tragedia. Perché quando uno spettatore non riesce più a distinguere una performance costruita con tecnica, sensibilità e vita vissuta da una lettura qualsiasi, allora sì, siamo messi male. E a quel punto forse dovremmo smettere di stupirci se l’intelligenza artificiale avanza così velocemente. Perché se il pubblico non è più educato ad ascoltare l’umanità dentro una voce, allora davvero rischiamo di sostituire tutto con qualcosa di artificiale, standardizzato, senz’anima. Io invece, ascoltando Maria Pia Di Meo e Gabriele Lavia, ho sentito esattamente il contrario: ho sentito l’anima del mestiere. E trovo molto più inquietante chi quella cosa non riesce più a riconoscerla!

Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Senti Chi Parla”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-

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Classe 1984, passione e dedizione, Omar Vitelli è un doppiatore italiano. Dal grande schermo alla televisione, passando per i videogiochi e le serie animate, la sua voce accompagna da tempo numerose generazioni e continua ad appassionare migliaia di telespettatori. Attivo sia a Roma che a Milano, ha vinto il Premio "Voce dell'anno emergente - Cartoni e radio al Gran Galà del Doppiaggio" al Romics nel 2003.

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