Non prendiamoci in giro: questo film non nasce da un’esigenza narrativa, ma da un’esigenza di mercato. […] È il classico prodotto calibrato per sfruttare l’effetto nostalgia e la riconoscibilità di un cult, assemblato in maniera accurata ma senza una reale urgenza creativa. […] Potrà anche intrattenere, certo, ma resta, nella sua essenza, un’operazione di marketing al pari di tante altre – utenti di X
Sono queste, più o meno, le parole con cui in molti hanno liquidato (e continuano tutt’ora a liquidare) Il Diavolo veste Prada 2, in arrivo nelle sale italiane il prossimo 29 aprile 2026 (alcuni giorni prima della release statunitense, prevista per il 1 maggio 2026), a vent’anni esatti di distanza da quello che ormai possiamo considerare il ‘primo capitolo’ di una storia che ha segnato un’intera generazione. Nello specifico il sequel, di imminente uscita, porterà l’iconica Meryl Streep ad indossare nuovamente gli abiti della temibile Miranda Priestly, la quale dovrà tornare a vedersela con le odiatamatissime (ex-)assistenti Andrea “Andy” Sachs (Anne Hathaway) e Emily Charlton (Emily Blunt), nonché con il fidato amico Nigel Kipling (Stanley Tucci). Ma che cosa sarà disposto a sacrificare ognuno di loro pur di sopravvivere ancora una volta nel mondo della spietata direttrice di Runway?
“Il Diavolo veste Prada” torna in un’industria della moda che non segue più nessuno

Ebbene, stando alle innumerevoli indiscrezioni che sono trapelate fino ad ora, la storia, ambientata circa un ventennio dopo gli eventi della precedente pellicola (che indubbiamente ciascuno di noi rammenta!), dovrebbe esplorare il declino dell’editoria tradizionale a causa della migrazione dei lettori online e della perdita di inserzionisti, con il ritorno di Andy all’interno della redazione di Runway. In più, pare che Miranda, alle prese con le sfide della contemporaneità fra social media e fast fashion, sarà costretta a far ricorso nientemeno che a Emily, adesso dirigente di un importante gruppo nel settore del lusso, poiché da lei dipenderebbero gli investimenti necessari a garantire la sopravvivenza della rivista.
Uno sguardo al mondo editoriale contemporaneo
Insomma, una trama che si inserirebbe, con una certa ambizione non c’è che dire, nel dibattito odierno sulla trasformazione dei mass media, sulla crisi editoriale attuale, sull’impatto delle piattaforme virtuali, sugli scandali mediatici, sull’IA e su un mondo della moda che non obbedisce più a nessuno. Elementi che, perlomeno sulla carta, suggeriscono un’evoluzione significativa della narrazione, non più circoscritta alla solita dinamica tra apprendista e mentore, ma estesa ad un sistema ben più ampio che si (ri-)trova, suo malgrado, impantanato in una fase di completa ridefinizione.
A rafforzare suddetta impressione ci hanno pensato pure le dichiarazioni della Streep, secondo cui il ritorno a Miranda non rappresenterebbe una semplice operazione nostalgica, bensì l’opportunità di esplorare un personaggio profondamente mutato nel tempo e da un contesto in costante evoluzione. In altre parole, per intenderci, una Miranda chiamata ora a confrontarsi non solo con le proprie assistenti, ma anche (e soprattutto) con uno scenario radicalmente diverso, forse più instabile, se non addirittura più competitivo!

Per non parlare delle recensioni entusiaste di coloro che hanno avuto l’opportunità di assistere alle varie anteprime mondiali, i quali parlano di un film sorprendentemente attuale, capace di unire intrattenimento e riflessione con una rinnovata maturità, regalandoci dunque un ritratto di un lungometraggio che avrebbe tutte le carte in regola per diventare un successo. Eppure, benché i presupposti siano buoni, c’è chi ancora ne mette in dubbio la necessità e l’originalità. Ma perché?Siamo davvero di fronte ad una “mera operazione commerciale” oppure all’ennesimo caso in cui il ritorno di un titolo cult viene letto attraverso categorie troppo semplicistiche per descrivere l’industria culturale di oggi?
I sequel non sono sempre sinonimo di mancata originalità
Beh, per rispondere come farebbe Miranda, io credo di capito. Loro pensano che si tratti di una mera operazione commerciale. Vedono un sequel e, non lo so, pensano, per esempio, che le case di produzione abbiano terminato le idee e che il loro unico interesse sia quello di “far soldi“. E così scelgono di liquidarlo con una certa superiorità, perché vogliono gridare al mondo di essere al di sopra di certi meccanismi e di saperne più di chiunque altro. Ma quello che in realtà non sanno è che quella definizione non è semplicemente riduttiva. Non è originale, non viene fatta con cognizione di causa e non è neppure spontanea, ma è effettivamente l’ennesima tendenza del momento.
E sono anche allegramente inconsapevoli del fatto che per anni l’industria cinematografica, e persino la critica se non sbaglio, hanno celebrato proprio tale modello, con tanto di elogi ad espansioni, continuità e ritorni. Poi, quasi all’improvviso, qualcosa è cambiato. Alcuni progetti hanno smesso di funzionare, gli spettatori si sono stancati, quel format non ha più ricevuto la stessa considerazione che aveva in passato. E così quella frase (“operazione commerciale“) è rapidamente comparsa negli editoriali a cura di migliaia di giornalisti e all’interno delle recensioni di altrettanti addetti ai lavori. Dopodiché, è sbarcata a poco a poco nelle piazze e alla fine si è infiltrata in qualche tragico angolo social, dove in tanti evidentemente l’hanno pescata tra gli hashtag più popolari dell’ultima ora.
L’ultimo trailer
Tuttavia quell’affermazione rappresenta anni di narrazione critica, cicli di mercato e milioni di dollari di aspettative, e siamo al limite del comico quando penso che siano convinti di aver espresso un giudizio totalmente indipendente. Quindi, in effetti, stanno semplicemente ripetendo qualcosa che è stato selezionato per loro da chi è dall’altra parte dello schermo, in mezzo ad una sfilza di cose già dette.
Perciò, vi lasciamo di seguito l’ultimo trailer della pellicola visto che la sola cosa che ci resta da fare è attendere l’uscita nelle sale prima di etichettare qualcosa di cui, a onor del vero, sappiamo ben poco.
È tutto, per ora!
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