Per oltre quarant’anni Fiorenzo Serra ha raccontato la Sardegna attraverso il cinema documentario, lasciando una testimonianza preziosa dei cambiamenti che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, hanno attraversato le civiltà agro-pastorali dell’isola. Meno conosciuta, rispetto alla sua attività di regista, è stata a lungo la sua produzione fotografica, rimasta nascosta nei suoi archivi e riemersa grazie al ritrovamento di oltre duecento scatti. Una parte consistente di questo patrimonio viene ora restituita al pubblico con il volume Fiorenzo Serra. Lo sguardo prima del cinema, a cura di Antonello Zanda e Sergio Naitza, in uscita per Squilibri.
Centotrentacinque fotografie di Fiorenzo Serra per raccontare una Sardegna tra tradizione e modernità
Il libro raccoglie centotrentacinque fotografie, in gran parte pubblicate per la prima volta, nelle quali emerge uno sguardo capace di coniugare rigore documentario e sensibilità poetica. Immagini che restituiscono l’anima di una Sardegna sospesa tra arcaico e moderno, osservata attraverso i suoi abitanti, i paesaggi, le consuetudini e le attività quotidiane. Ad accompagnare il percorso fotografico sono i contributi di Uliano Lucas, con Tatiana Agliani, Elisa Medde e Felice Tiragallo, che offrono una lettura critica dell’opera di Serra, inserendola nel più ampio contesto della fotografia documentaria italiana e dell’antropologia visuale.

Il volume è organizzato in cinque sezioni: Volti, Paesi e paesaggi, La vita quotidiana, Il rito e la festa, Il lavoro e l’economia tradizionale. Un itinerario che compone un affresco del rapporto tra uomini, territori e tempo, seguendo le trasformazioni di una società nel momento cruciale della sua storia.
Le fotografie permettono anche di rileggere il rapporto tra i due linguaggi attraverso cui Serra ha raccontato la Sardegna. La fotografia, infatti, non rappresentava per lui una dimensione secondaria rispetto al cinema, ma una forma autonoma ed essenziale di osservazione. Ogni scatto racchiude una dimensione narrativa che richiama il movimento cinematografico, mentre i documentari restituiscono al tempo ciò che l’immagine fotografica fissa in un istante.
Dall’intreccio tra testi e immagini emerge così il ritratto di un autore che ha fatto dello sguardo uno strumento di conoscenza, affidando alle fotografie e ai film una memoria ancora viva, capace di dialogare con il presente e con le generazioni future.
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