Cher, “Believe” e il paradosso dell’autotune: quando serviva a rovinare una voce perfetta

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Il 19 ottobre 1998 usciva Believe di Cher. Bastano pochi secondi di ascolto, ancora oggi, per riconoscere quel suono che allora sembrava arrivare dal futuro: la voce si spezza, diventa metallica, quasi robotica, passa da una nota all’altra in maniera innaturale. Oggi non ci facciamo quasi più caso. Nel 1998 era qualcosa di sorprendente. All’epoca la cantante aveva 52 anni, oltre trent’anni di carriera alle spalle e soprattutto una voce che non aveva bisogno di essere presentata né tantomeno aggiustata. Proprio lei, invece, avrebbe legato per sempre il proprio nome ad una tecnologia destinata a cambiare il modo di registrare le voci nella musica pop: l’Auto-Tune.

“Believe” di Cher: l’autotune diventò uno strumento creativo

Il software che diverrà poi noto come Auto-Tune era nato per uno scopo molto meno spettacolare: correggere l’intonazione di una voce. Una nota leggermente imprecisa poteva essere riportata al posto giusto senza dover necessariamente rifare tutta la registrazione. Il principio, semplificando molto, è facile: il software riconosce la nota cantata e, se non è perfettamente intonata, la sposta verso quella corretta. Se utilizzato con moderazione, l’intervento può risultare quasi impercettibile.

Con Believe successe l’esatto contrario. Il produttore Mark Taylor portò l’effetto all’estremo, facendo sì che la voce di Cher saltasse bruscamente da una nota all’altra, creando qualcosa di nuovo. Taylor lo avrebbe descritto con una frase piuttosto eloquente:

Basically, it was the destruction of her voice

In sostanza: stavano distruggendo la voce di Cher. Taylor lo disse con grande convinzione: non si cercava di nascondere la tecnologia bensì la metteva in primo piano. Quello che sarebbe diventato celebre come “Cher effect” trasformava uno strumento correttivo in uno strumento creativo.

Cher non aveva bisogno dell’autotune, ma che effetto ebbe ciò che fece?

Eppure Cher sapeva cantare, eccome se lo sapeva fare! L’Auto-Tune di Believe serviva a fare qualcosa di diverso con una voce che tutti conoscevano ed amavano. La tecnologia non sostituiva la cantante: diventava parte dell’arrangiamento nonché un vezzo! Tuttavia, cosa è successo all’Auto-Tune tra ciò che accadde nel 1998 e l’utilizzo che ne viene fatto oggi? Difatti, in quasi trent’anni l’autotune è diventato un elemento stilistico riconoscibile soprattutto nel rap, nella trap e nell’R&B, ma sarebbe semplicistico fermarsi a questi generi. La correzione dell’intonazione attraversa ormai buona parte della produzione musicale contemporanea pop compreso anche se spesso succede che chi ascolta non se ne accorga.

Questo lo si può accettare come parte della produzione. Del resto, una piccola correzione dell’intonazione può semplicemente evitare di buttare via una splendida interpretazione per una nota imprecisa.

Il problema comincia quando non si corregge più una performance, ma la si costruisce. Quando la tecnologia non interviene sulla piccola imperfezione di un cantante, ma deve compensare una difficoltà strutturale nel cantare.

Perfezionare una voce o fabbricarla?

La questione non è se sia giusto usare l’autotune, ma casomai andrebbe capito quanto utilizzarlo, perché esiste una differenza enorme tra correggere una nota e correggere una voce. Un conto è migliorare una performance, un altro è crearne artificialmente una che l’artista, senza quell’intervento, non sarebbe in grado di sostenere. Mi pare chiaro che l’autotune utilizzato come linguaggio espressivo sia una cosa, e infatti Cher lo ha utilizzato per correggere la voce e renderla volutamente innaturale, ma utilizzarlo per nascondere una carenza è qualcosa di diverso.

Per l’utilizzo di questa tecnologia, dovrebbe esserci almeno una condizione di partenza decisamente ovvia: saper cantare. Nel 1998 Cher prese una voce che funzionava perfettamente e utilizzò una macchina per rovinarla e fu un vero colpo di genio. Quasi trent’anni dopo, quella stessa tecnologia può fare anche il percorso inverso: prendere una voce che non funziona abbastanza bene e farci credere che funzioni.

Nel primo caso siamo di fronte a maestria creativa, nel secondo caso, forse, vale ancora la pena farsi qualche domanda.

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(L’immagine di copertina è stata realizzata attraverso un software di IA generativa)

Studi classici, una laurea in Lettere e Filosofia, e un tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. Questo è il CV in estrema sintesi. Ma quello che veramente la descrive è l’amore per la musica, per i libri, il teatro e i viaggi. Ama cucinare le torte e prendersi cura delle sue piante. Odia i calcoli matematici, le percentuali e i problemi di geometria. Ama stare in mezzo alla gente ma ama ancora di più stare con se stessa. Ama la Sicilia, i suoi colori, sapori e tramonti. Ogni volta che la vita le sembra difficile, cerca di raggiungere uno scoglio, si siede e ne parla con il mare.

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