Fantasmagorie (1908), quando bastavano un foglio e una matita per far muovere i disegni sul grande schermo

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Fantasmagorie

Oggi per far muovere un personaggio servono un computer, qualche software all’avanguardia e una buona dose di conoscenza tecnologica o grafica. Nel 1908, invece, bastavano una matita, centinaia di fogli e la testardaggine necessaria per disegnare praticamente la stessa cosa una quantità imbarazzante di volte. Basti pensare a Émile Cohl, che all’epoca realizzò circa 700 per Fantasmagorie. Il film durava poco più di due minuti, ma dentro c’era già tutto quello che sarebbe arrivato dopo: personaggi che cambiano forma, oggetti che fanno quello che vogliono, situazioni che sfuggono alla logica e soprattutto un mondo nel quale le regole della realtà durano giusto il tempo di essere infrante. Il 17 agosto di quell’anno, infatti, questo piccolo esperimento venne proiettato a Parigi e oggi è considerato il primo cartone animato della storia.

A guardarlo adesso verrebbe quasi da chiedersi quanto fosse necessario essere folli per cominciare proprio da lì. Nessun drago fotorealistico, nessun supereroe, nessuna principessa e nessuna battuta, ma solamente una figura nera che appariva sullo schermo e cominciava a combinare guai. E chissà, magari era proprio questo il bello!

Fantasmagorie, il primo cartone animato che non aveva bisogno di una trama

Quando il cinema era ancora una faccenda da laboratorio e l’idea di stupire passava da una matita: sembra preistoria, ma da quel piccolo esperimento sarebbe partita una delle più grandi avventure dello spettacolo/Credit: web

Guardando Fantasmagorie adesso si potrebbe avere la tentazione di sorridere, dal momento che è tutto così rudimentale, tanto da sembrare quasi una prova fatta sul retro di un quaderno. Del resto, ci sono soltanto una figura stilizzata, un clown, un gentleman, oggetti che compaiono, scompaiono e cambiano continuamente. Una bottiglia può diventare un fiore, una situazione può trasformarsi nella successiva senza troppe spiegazioni, e la logica sembra quella di un sogno raccontato appena svegli.

Ciò nonostante, contrariamente a quel che verrebbe naturale pensare, Cohl non si mostrava particolarmente interessato a raccontarci una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine. Anzi, voleva vedere fin dove può spingersi un disegno una volta che si libera della pagina, perché l’animazione nasce anche da questo desiderio infantile e meravigliosamente poco ragionevole: se una cosa è disegnata, allora può fare qualsiasi cosa. Ora siamo abituati a figure e individui creati artificialmente, che si rivelano in grado di correre sui tetti, volare nello spazio, parlare, cantare, invecchiare, ringiovanire, cambiare universo e perfino cambiare genere di film nel giro di una scena. In passato, però, si aveva molto meno a disposizione e, proprio per questo, c’era una libertà che rischiamo di perdere, o peggio, di dimenticare.

Settecento fogli per inventare un mondo

La tecnica utilizzata è quasi commovente se osservata con occhi odierni. Ogni fotogramma veniva disegnato a mano, mentre i fogli venivano poi ripresi e sviluppati in negativo per ottenere quell’effetto particolare, simile a un disegno bianco su una lavagna nera. In totale furono realizzati circa 700 disegni. Che dire, un numero che, nell’era dall’animazione digitale, ci lascia un po’ perplessi. In fondo, noi trasciniamo un elemento con il mouse e aspettiamo che il computer faccia tutto il resto. Cohl doveva invece convincere ogni singolo disegno a muoversi insieme agli altri.

Tuttavia, il risultato non ha nulla da invidiare alle moderne tecnologie, poiché a mio avviso Fantasmagorie rimane sorprendentemente moderno proprio perché non cerca di essere perfetto. È storto, imprevedibile, folle quanto basta, non nasconde il trucco, ma pare divertirsi parecchio a mostrarlo, tant’è che ad un certo punto compaiono persino le mani dell’animatore, quasi a ricordarci che dietro quel piccolo capolavoro c’è qualcuno seduto lì, con una matita in mano. Della serie, la magia non è in ciò che osserviamo, ma nell’artista che lo rende possibile. E pensare che per noi è normale, se non addirittura scontato!

Eppure, dopo 118 anni, funziona ancora

La cosa che trovo più interessante, ad ogni modo, non è tanto come sia stato realizzato, ma il fatto che funzioni ancora e dopo ben 118 anni! Non c’è bisogno di conoscerne la storia o di sapere che è considerato il primo cartone animato per lasciarsi incuriosire da quello che succede sullo schermo. È breve, strano, a tratti pure assurdo, non cerca di catturare ad ogni costo l’attenzione del pubblico, ma gli fornisce semplicemente una buona idea. Diceva Federico Fellini che:

La vita è una combinazione di magia e pasta

Non so se Cohl avrebbe sottoscritto la frase, ma quel che è certo è che per farci guardare un disegno che tutt’ora si muove, gli è bastato molto meno di quanto immaginiamo!

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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