Vetrine distrutte, negozi saccheggiati, giovani nelle strade, agricoltori esasperati e famiglie alle prese con bollette, spesa e cure mediche che non si possono più sostenere. Dietro alle immagini dei disordini, però, c’è un malessere che attraversa l’Italia e l’Europa intera, un clima in cui protesta e violenza non possono diventare sinonimi. E così, mentre il governo Meloni rivendica risultati raggiunti sul lavoro e sui conti pubblici, guerre e tensioni, internazionali e non, tornano a pesare duramente sulle tasche dei cittadini.
La povertà non è una vergogna, ma è vergognoso non fare nulla per combatterla – Anonimo
Il volto più inquietante dell’attuale tensione sociale in Italia
Le manifestazioni contro il caro vita dello scorso 17 ottobre nel capoluogo lombardo sono degenerate in violenze, scontri con le forze dell’ordine, vetrine infrante e saccheggi. In via Torino, ad esempio, sono stati devastati arredi urbani e dehors, mentre esercizi commerciali sono stati assaltati. Il bilancio nazionale comunicato dalla Polizia parla di 197 persone identificate o accompagnate negli uffici, 28 arresti — tra cui 12 minorenni — 43 denunce e 141 feriti tra gli agenti. Secondo dati riportati negli atti parlamentari, inoltre, le prime stime avrebbero quantificato i danni complessivi in circa 1,3 milioni di euro, dei quali circa 860 mila soltanto a Milano.
Il problema è che dietro quelle serrande abbassate non ci sono soltanto cifre, ma commercianti che hanno investito risparmi e anni di lavoro. Ci sono dipendenti, famiglie e piccoli imprenditori che al mattino hanno dovuto raccogliere vetri e fare i conti con merce rubata e locali a soqquadro. È qui che deve essere tracciato un confine netto: manifestare è un diritto e nessuno vuole negarlo, ma distruggere il lavoro altrui è un’altra cosa.
Giovani arrabbiati e “maranza”: attenzione alle semplificazioni!
Uno degli elementi più preoccupanti riguarda la giovane età di molti protagonisti dei disordini. Le prime ricostruzioni parlano anche di minorenni e di ragazzi apparentemente estranei alle tradizionali organizzazioni politiche. È in questo scenario che è ritornato al centro dell’attenzione “maranza”, utilizzato ormai comunemente per indicare alcune aggregazioni giovanili associate a comportamenti provocatori, aggressivi o antisocial. Eppure, trasformare un’etichetta giovanile in una categoria criminale sarebbe un errore. Anzi, dovremmo chiederci perché una parte dei giovanissimi sembra non riconoscere più il limite tra protesta, sfida e violenza? Si tratta di un tema che riguarda sicurezza e repressione dei reati, certamente, ma anche e soprattutto famiglie, scuola, integrazione, periferie, opportunità lavorative e capacità delle istituzioni di intercettare il disagio prima che esploda.
E non sembrano emergere, almeno finora, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, prove sufficienti per descrivere tutto ciò come il risultato di un’unica “regia occulta”: lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha escluso tale lettura. Per di più, il malessere non appartiene soltanto alle città. Nelle campagne la protesta degli agricoltori racconta infatti un’altra Italia, ossia quella di chi deve confrontarsi con carburanti, energia e costi di produzione sempre più pesanti, mentre prezzi di vendita e margini non sempre consentono di remunerare adeguatamente il lavoro.
Il vero nemico delle famiglie: il costo della vita
Le recenti mobilitazioni hanno rimesso al centro il caro gasolio, ma dietro le proteste esistono problemi più profondi: rapporti con la grande distribuzione, concorrenza estera e difficoltà a coprire i costi di produzione. È una questione italiana, ma anche europea ed è proprio l’Europa ad essere chiamata a trovare maggiore coesione sulle politiche agricole, sull’energia, sulla sicurezza economica e sulla capacità di proteggere le proprie filiere produttive.
I numeri spiegano perché il malcontento abbia trovato terreno fertile. A mio avviso, non tutto può essere attribuito genericamente alla “politica”. Banca d’Italia, per citarne una, ha individuato proprio nei rincari di carburanti, gas ed elettricità una delle principali spinte alla ripresa dell’inflazione. Allo stesso modo le tensioni geopolitiche internazionali e i conflitti hanno conseguenze concrete sui prezzi energetici e sull’economia italiana. L’Istat, dal canto suo, prevede per il 2026 una crescita del PIL dello 0,7%, ma sottolinea che la domanda estera è penalizzata dal conflitto in Medio Oriente e dall’aumento dei prezzi dell’energia.
Le responsabilità della situazione attuale non sono da imputare solo al Governo
Perciò, attribuire dunque alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni la responsabilità diretta delle guerre e dei conseguenti shock internazionali sarebbe evidentemente improprio. Ciò non significa che il governo sia esonerato dal compito di proteggere il potere d’acquisto, ma significa distinguere le responsabilità nazionali dalle cause internazionali.
E poi c’è la sanità, ed è qui che forse il disagio sociale assume il suo volto più doloroso. Stando all’Istat, nel 2024 il 9,9% della popolazione ha rinunciato a visite o esami ritenuti necessari, con il 6,8% che ha indicato tra le cause le liste d’attesa e il 5,3% le difficoltà economiche, motivazioni che possono sovrapporsi. Nel frattempo, il 29,4% delle famiglie italiane nel 2025 ha dichiarato di avere limitato la spesa alimentare, riducendo quantità o qualità dei prodotti acquistati. Per non parlare delle oltre 5,4 milioni di persone che risultavano in povertà assoluta nel 2025. Sono dati che danno sostanza ad un’espressione drammatica spesso utilizzata nel dibattito pubblico: scegliere tra curarsi e riempire il frigorifero. Chiaramente, non stanno ad indicare che letteralmente un italiano su dieci compia ogni mese questa scelta, ma sottolineano come sanità e potere d’acquisto stiano diventando due facce della stessa emergenza sociale.
Governo Meloni: lavoro in tenuta, ma la partita non è finita
In questo quadro sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i segnali positivi. Ad agosto 2026 in Italia risultavano 24 milioni e 352 mila occupati, 291 mila in più rispetto allo stesso mese del 2025. Il tasso di disoccupazione era al 6,2%, pur risalendo rispetto al mese precedente, mentre quello giovanile raggiungeva il 20,3%. Banca d’Italia definisce nel complesso favorevoli le condizioni del mercato del lavoro. Anche la Commissione europea prevede un tasso di disoccupazione medio del 5,7% nel 2026 e nel 2027.
Sono elementi che consentono all’esecutivo di rivendicare una maggiore solidità occupazionale e progressi sul fronte dei conti pubblici, benché affermare semplicemente che “il Paese è ripartito” non basti a delineare l’intero quadro: la crescita rimane modesta e l’elevato debito pubblico, nonché la debole produttività, continuano a rappresentare vulnerabilità strutturali secondo la Commissione europea.
La credibilità di uno Stato si misura proprio nella capacità di riconoscere contemporaneamente risultati e problemi.
Cosa si nasconde dietro questa rabbia?
Probabilmente non esiste una sola risposta. C’è il caro vita, c’è la paura di perdere potere d’acquisto, c’è una generazione di giovani che in parte fatica a immaginare il proprio futuro e ci sono commercianti che chiedono sicurezza, agricoltori che chiedono di poter vivere del proprio lavoro, famiglie che chiedono salari adeguati e pazienti che chiedono semplicemente di potersi curare in tempi accettabili. In più c’è un mondo diventato più instabile. Guerre, energia, tensioni commerciali e crisi geopolitiche entrano nelle nostre case attraverso il prezzo di una bolletta, di un pieno di benzina o di un prodotto sullo scaffale. La protesta sociale va quindi ascoltata. La violenza, invece, va fermata. Confondere le due cose significa fare un torto innanzitutto a chi manifesta pacificamente.
Serve un’Europa più unità. È forse questa la sfida decisiva dei prossimi anni. Nessun Paese europeo può affrontare da solo guerre ai propri confini, crisi energetiche, migrazioni, competizione globale, sicurezza, agricoltura e difesa delle filiere produttive. Serve un’Europa più coesa, capace di essere comunità politica e non soltanto insieme di regole. E all’Italia serve continuità e stabilità, ma anche risultati concreti. Chi auspica una riconferma di Meloni può indicare nella crescita dell’occupazione e nel miglioramento del deficit segnali a favore dell’attuale esecutivo; il giudizio politico finale, naturalmente, spetterà agli elettori. La stessa fotografia economica impone infatti di ricordare che crescita debole, debito, salari, sanità e costo della vita restano problemi aperti.
Cosa dobbiamo aspettarci?
La domanda più difficile rimane questa. Se il costo dell’energia resterà elevato, se le guerre continueranno e se salari e servizi pubblici non riusciranno a tenere il passo con le esigenze delle famiglie, è ragionevole attendersi che la tensione sociale non scompaia rapidamente. Ma il futuro non è già scritto.
Lo Stato deve garantire sicurezza nelle strade senza criminalizzare il dissenso. Deve difendere commercianti e cittadini senza dimenticare le cause economiche della protesta. Deve investire nella sanità, ridurre le liste d’attesa, sostenere il lavoro e impedire che intere fasce della popolazione si sentano abbandonate. Perché quando un commerciante vede distrutto in pochi minuti ciò che ha costruito in vent’anni, quando una famiglia riduce la qualità del cibo per arrivare alla fine del mese, quando un cittadino rinuncia a una visita per ragioni economiche e quando un ragazzo considera una vetrina da spaccare il simbolo contro cui sfogare la propria rabbia, il problema non appartiene più soltanto alla destra o alla sinistra.
È un problema del Paese. L’Italia ha bisogno di ordine, ma anche di speranza. Di fermezza, ma anche di prospettive. Di un governo stabile, ma soprattutto di istituzioni capaci di trasformare quella stabilità in maggiore sicurezza economica e sociale. Perché la vera sfida non è soltanto fermare la prossima rivolta, ma impedire che migliaia di italiani arrivino a pensare di non avere più nulla da perdere.
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