La campagna referendaria “Basta soldi ai giornali” punta ad abolire il finanziamento pubblico all’editoria in Italia. Mancano circa 30 giorni per raggiungere l’obiettivo delle 500.000 firme, mentre ad oggi sono già state raccolte circa 260.000 adesioni per dire “Stop” al reddito di giornalanza. L’iniziativa si inserisce in un dibattito sempre più acceso sul rapporto tra informazione, fondi pubblici e indipendenza editoriale.
D’altronde anche l’ultimo bilancio di Reporters Sans Frontières (Rsf), che qualche mese fa ha pubblicato il World Press Freedom Index 2026, ha documentato che l’Italia è scivolata dalla 49esima alla 56esima posizione (su 180) ed è fanalino di coda dei Paesi occidentali dell’Unione Europea per libertà di stampa. Stando infatti a quel che si legge nel rapporto, “la RAI, il principale emittente pubblico del Paese, sta affrontando una rinascita di interferenze dirette volte a trasformarlo in uno strumento di propaganda politica al servizio del Governo”. E poi ancora: “I giornalisti denunciano anche i tentativi dei politici di ostacolare la loro libertà di coprire casi legali tramite la legge bavaglio, che si aggiunge al contenzioso strategico contro la partecipazione pubblica – cause abusive note come SLAPP – prassi comuni in Italia”.
Perciò, perché potrebbe essere giusto aderire alla campagna di raccolta firme per una nuova consultazione referendaria?
Il giornalismo è pubblicare ciò che qualcuno non vuole che si pubblichi. Tutto il resto è pubbliche relazioni – George Orwell
Cos’è il referendum “Stop finanziamento pubblico ai giornali” e perché bisogna bloccare il “reddito di giornalanza”
Il referendum in questione propone l’abolizione dei contributi pubblici diretti all’editoria, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la spesa pubblica, aumentare l’indipendenza economica dei media ed eliminare possibili conflitti di interesse o ingerenze tra politica e informazione. Difatti, il sistema attuale di finanziamento non garantisce affatto una reale pluralità dell’informazione e grava inevitabilmente sulle casse dello Stato.
Uno dei punti centrali della campagna riguarda infatti l’impatto economico del sistema attuale. Secondo i report più recenti i finanziamenti ai giornali nel nostro Paese ammontano ad oltre 108 milioni di euro annui. Queste risorse, come in primis quelle impiegate per la guerra tra Ucraina e Russia e per il genocidio di Israele contro il popolo palestinese, potrebbero essere destinate ad altri settori prioritari, come sanità, scuola e servizi pubblici.
Le ragioni della campagna
Pertanto firmare significa sostenere un modello di informazione più libero e meno dipendente da fondi statali. Come già anticipato, i benefici derivanti dall’abolizione del cosiddetto “reddito di giornalanza” potrebbero essere molteplici, poiché si garantirebbe una maggiore autonomia economica delle testate giornalistiche, una riduzione dell’influenza politica sui media, un incentivo alla qualità e alla sostenibilità basata su lettori e mercato e una maggiore trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche.
Anche perché, diciamolo, l’attuale sistema di finanziamento comporta una dipendenza economica di alcune testate dallo Stato, il rischio di ritorsioni editoriali e una percezione di scarsa indipendenza dell’informazione. Temi, quest’ultimi, sui quali si discute molto, eppure pare non essere stato fatto ancora abbastanza in merito per trovare una soluzione realmente definitiva.
Per firmare si possono seguire tre modalità:
- Online con SPID tramite il portale del Ministero della Giustizia:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004; - Presso i banchetti fisici organizzati sul territorio;
- Recandosi al proprio Comune di residenza.
La procedura online consente di completare la firma in pochi minuti in modo digitale. Mancano solamente 30 giorni per raggiungere il quorum necessario di 500.000 firme se vogliamo un’informazione davvero libera e indipendente.
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