Nel Referendum di riforma della Magistratura c’è una domanda che ritorna come un ritornello stonato e che è tornata prepotentemente a farsi sentire proprio nei giorni dei fatti di Askatasuna a Torino: “Tu da che parte stai?” — A prima vista sembra una domanda innocente. In realtà, in tempi di referendum, quella domanda è spesso la porta d’ingresso a una trappola cognitiva: non ti chiedo più che cosa pensi, ti chiedo con chi ti schieri.

Personalmente ho in odio questo pupulismo e il messaggio che porta, ma è ciò che abbiamo oggi in Italia — e non è colpa dei Social, c’era ai tempi di Mussolini, figuriamoci, non è una novità. È un paradigma comunicativo in cui la verità non è essenziale, volgarmente, “propaganda”. È successo con il post del comitato per il Sì, che invito tutti ad analizzare. Il post di Facebook ha accostato i violenti del pestaggio di Torino al fronte del No al Referendum Giustizia del prossimo 22-23 marzo. un’operazione di manipolazione molto pericolosa perché taglia le gambe alla Democrazia!
Referendum: la manipolazione sfrutta le violenze delle proteste per Askatasuna
L’operazione del Comitato per il Sì, il post su Facebook, non mira a spiegare una riforma, ma a manipolare il processo con cui il cittadino prova a capirla. Detto in altre parole il Comitato per il Sì ha offerto una scorciatoia cognitiva a buon mercato, e in tempi di pigrizia di massa come quelli che viviamo (e che l’intelligenza artificiale rende ancora più drammatici), funziona. Funziona eccome! Una frase che potrebbe riassumere appieno il nostro tempo è proprio la seguente:
Schierarsi senza comprendere, invece di impegnarsi per farsi una propria idea – Renato Ongania
Un referendum resta lo spazio più alto e nobile della democrazia diretta: il cittadino è chiamato a leggere, capire, valutare una proposta (anche se è complessa). Nella pratica, troppo spesso la domanda si riduce a: “Vuoi stare con i buoni o con i cattivi?” – l’idiozia delle “Indicazioni di voto”. Guardiamocene da quei partiti che danno una “indicazione di voto” ai propri elettori o ancor peggio in termini di retorica, di “libertà di voto”. I partiti dovrebbero avocare a sè la funzione di favorire il processo di democratizzazione del sistema che il periodo che prepara al referendum concretizza, ossia: coadiuvare il processo di avvicinamento e comprensione dei cittadini alle scelte che la classe politica ha preso – avendo assunto a prestito l’esercizio del potere per un periodo di tempo limitato dal mandato elettorale.

Il messaggio del Comitato per il Sì è chiaro: se voti Sì sei tra “quelli perbene”, se voti No finisci in una compagnia di brutta gente che comprende, guarda caso, anche chi picchia un poliziotto a martellate.
È il meccanismo della colpa per associazione: prendo un episodio scioccante, lo appiccico a un’opzione di voto e ti dico: “Ecco, loro stanno lì”. Non serve che sia vero, dimostrabile o anche solo plausibile. Serve che funzioni emotivamente. La logica implicita è: tu non vuoi essere confuso con un delinquente, quindi ti verrà spontaneo diffidare di chi vota diversamente da chi “sta con la polizia”.
Risultato: abbiamo trasformato una scelta costituzionale in una gara di appartenenza morale, da bar sport.
Come si manipola un processo cognitivo in una scelta Si/No in un Referendum?
Per capire la gravità di questa deriva, basta guardare a come normalmente ragioniamo su una questione complessa:
- ricevi informazioni;
- confronti argomenti diversi;
- valuti conseguenze possibili;
- arrivi, magari con fatica, a una decisione.
Il post del comitato per il Sì racconta un’altra storia. Salta tutti i passaggi intermedi e sostituisce il percorso con una scorciatoia:
- non ti parla del testo della riforma,
- non ti presenta criticamente pro e contro,
- non ti aiuta a capire come cambierà il rapporto tra cittadino, magistratura e poteri dello Stato.
Ti dice solo: “Da questa parte ci sono le forze dell’ordine, dall’altra i picchiatori. Vuoi proprio metterti di là?” È una forma di inquinamento informativo: non ti impedisco formalmente di informarti, ma inquino il discorso pubblico con associazioni tossiche che ti scoraggiano dall’entrare nel merito. Il voto smette di essere il punto d’arrivo di un ragionamento e diventa la reazione istintiva a una provocazione inaccettabile che suscita miseria e vergogna per gli autori della violenza.
Il cittadino è un bambino impressionabile?
La cosa forse più offensiva, prima ancora che sul piano politico, è l’idea di elettore che sta dietro questo tipo di comunicazione. Un cittadino maturo, in democrazia, dovrebbe essere considerato capace di:
- leggere un testo,
- farsi spiegare ciò che non capisce,
- diffidare sia delle semplificazioni zuccherate sia delle caricature dell’avversario.
Chi riduce il dibattito referendario a “noi con la divisa, loro con i violenti” sta dicendo, in sostanza: “Non ti reputo in grado di capire una riforma, ma posso spaventarti o indignarti abbastanza da farti votare come voglio io”. È una visione cinica del corpo elettorale: non cittadini adulti, ma pubblico da teatro di varietà, a cui lanciare battute, nemici di comodo e applausi a comando.
La deriva del “fango come metodo”
C’è poi un tema più ampio, che riguarda la qualità del nostro spazio pubblico. Quando un comitato ufficiale sceglie deliberatamente il fango — la caricatura, l’insinuazione, la colpa per contiguità — manda due messaggi:
- agli avversari: non vi riconosco come interlocutori legittimi;
- ai cittadini: abituatevi, la politica è questo: slogan, sospetto, tifoserie contrapposte.
Il problema è che una volta che il livello scende, tutto il campo si sporca. Anche chi prova a discutere seriamente finisce risucchiato nell’orizzonte della rissa permanente: deve difendersi dall’accusa infamante, replicare, ribadire ovvietà (“no, non siamo amici dei violenti”), e intanto il tempo per spiegare davvero la riforma evapora.
Che cosa abbiamo realmente compreso?
“Tu, da che parte stai?” è la domanda perfetta per chi vuole tifosi, non cittadini. Una democrazia matura dovrebbe invece insistere su un’altra domanda, molto più esigente e molto meno ideologica: “Che cosa hai capito di quello che stai per votare?“
È scomoda, perché obbliga tutti – politici, media, comitati – a fare il lavoro più faticoso: spiegare. Spiegare i testi, gli effetti, i rischi, le alternative. Accettare che persone informate possano arrivare a conclusioni diverse, senza per questo essere etichettate come pericolose, nemiche, vicine ai delinquenti. Se c’è un discrimine vero, oggi, non è tra Sì e No, ma tra chi rispetta il processo cognitivo del cittadino e lo vuole libero, e chi lo considera solo un bersaglio da colpire con l’emozione giusta al momento giusto.
Non credo al potere: il retaggio di Marco Pannella a dieci anni dalla scomparsa
Nel decimo anniversario della scomparsa di Marco Pannella, la sua voce risuona con ancora maggiore urgenza di fronte alla violenza dei recenti fatti di Torino. Richiamo Pannella per evocare una verità semplice e scomoda: senza il rifiuto radicale della violenza e senza il rispetto rigoroso dello Stato di diritto – a tutela sia delle forze dell’ordine sia dei manifestanti – la democrazia si indebolisce e la piazza viene avvelenata. Rileggerne oggi le parole significa dire insieme due cose: condannare senza ambiguità le aggressioni e, nello stesso tempo, vigilare perché l’emozione non diventi pretesto per restringere diritti e garanzie, trasformando la risposta dello Stato da difesa della legalità in pura repressione.

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