Ci sono anniversari che si contano in anni, e altri che si misurano in centimetri di scaffale. Nel mio caso, Umberto Eco lo misuro così: dopo L. Ron Hubbard è l’autore che occupa più spazio nella mia biblioteca personale. E questo, per chi vive circondato da libri, è un dato più eloquente di molte dichiarazioni d’amore. Nel testamento, Eco ha lasciato alla famiglia una consegna perentoria:
Non autorizzate convegni su di me per i prossimi dieci anni
Ebbene oggi, o più precisamente ieri, nel giorno della sua nascita (5 gennaio 1932), siamo ufficialmente entranti nel decennale della sua scomparsa. Ci sono già fior fior di call accademiche che promettono celebrazioni dell’uomo e dello scienziato, e altre se ne aggiungeranno di sicuro. Perciò, questo resta un buon momento per chiedersi perché continuiamo ad aver bisogno di Eco, proprio ora che la sua lezione rischia di essere ridotta a un paio di citazioni di comodo: Il nome della rosa da una parte, e il famoso saggio sull’“Ur-fascismo” dall’altra.
Umberto Eco entrò in salotto dalla porta del romanzo
Per molti lettori Eco è “solo” l’autore de Il nome della rosa. Si tratta del romanzo che ha portato un intrigo medievale, la teologia e i libri polverosi in prima serata planetaria. Ma chi lo frequenta con costanza sa che il romanzo è solo la punta dell’iceberg.
Prima viene il lavoro teorico: Opera aperta, Apocalittici e integrati, la grande stagione dei saggi su cultura di massa, media, fumetti, televisione. Poi il grande edificio sistematico della semiotica, con il suo trattato che è diventato un passaggio obbligato per generazioni di studiosi. Non è un dettaglio: quel libro lo ha posizionato stabilmente nel canone internazionale, non solo in quello italiano, e se cè un corso di laurea magistrale in Semiotica a Bologna, beh non occorre chiedersi perché.
Eco ha avuto un merito raro: è riuscito a essere, insieme, professore e autore “pop”. Non ha mai rinunciato alla complessità, potremmo dire che l’ha messa in scena. Ha mostrato che si può parlare di segni, codici, interpretazioni, complotti immaginari e testi infiniti a un pubblico globale, senza trasformare la semiotica in un gergo per pochi iniziati.
Protagonista della semiotica internazionale
Se guardiamo alla mappa della semiotica del secondo Novecento, troviamo una costellazione di nomi: Roland Barthes in Francia, Algirdas Julien Greimas con la sua scuola parigina, Juri Lotman e la scuola di Tartu, Roman Jakobson tra linguistica e teoria dei segni, Thomas Sebeok nel mondo anglosassone, e via dicendo.
Eco sta esattamente lì, in mezzo a questa costellazione. Non come “versione italiana” di qualcun altro, ma come figura autonoma, capace di dialogare con tutti: con il formalismo est-europeo, con lo strutturalismo francese, con la tradizione peirciana americana, con la filosofia del linguaggio. È uno di quelli che hanno contribuito a fare della semiotica un campo internazionale, con congressi, associazioni, riviste, e non solo una curiosità accademica.
Il suo lavoro ha avuto due caratteristiche che lo rendono riconoscibile anche agli occhi dei colleghi stranieri:
- una impostazione sistematica, capace di organizzare in un quadro unitario tradizioni diverse (Saussure, Peirce, la filosofia analitica, la fenomenologia);
- una vocazione comparativa, sempre attenta a mettere in relazione linguaggi, media, miti contemporanei, cultura alta e cultura pop.
Nel linguaggio delle carriere accademiche si direbbe che è stato un “hub” della rete internazionale: professore a Bologna, ma costantemente in circolo fra convegni, università, centri di ricerca. Per molti giovani studiosi stranieri, il suo nome è stato la porta d’accesso all’università italiana e, al contrario, per molti italiani è stato il ponte verso la semiotica internazionale.
Il mio scaffale, il suo scaffale
Quando scrivo che, dopo Hubbard, Eco è l’autore che occupa più spazio nella mia biblioteca, non sto facendo una battuta: è un dato biografico che diventa dato semiotico. Vuol dire che i suoi libri non li ho solo incrociati: ci ho vissuto in mezzo. Sottolineandoli, evidenziando alcune parti, pasticciandoli! C’è la saggistica “dura”, che ti obbliga a rallentare il passo; ci sono i libri che hanno insegnato a intere generazioni a leggere criticamente la televisione, la pubblicità, i fumetti; ci sono i romanzi che funzionano come laboratori narrativi ma anche come lente sulla storia e sulle ideologie.
E poi c’è un’altra immagine, quella delle sue biblioteche personali – decine di migliaia di volumi – diventate patrimonio pubblico. Una biblioteca privata che si apre alla collettività: è la metafora perfetta del percorso di Eco, che parte da un lavoro raffinato da specialista e lo consegna a una comunità globale di lettori, studenti e ricercatori.
In piccolo, è quello che è successo anche a molti di noi: i suoi libri sono entrati negli scaffali di casa e hanno cambiato il modo in cui guardiamo il mondo.
Ur-fascismo, oggi!
Se c’è un testo che negli ultimi anni è stato evocato quasi compulsivamente è il suo saggio sul “fascismo eterno”, l’“Ur-fascismo”. Eco vi elenca una serie di tratti ricorrenti: culto della tradizione, rifiuto del modernismo, paura della differenza, ossessione del complotto, machismo e populismo qualitativo. Tali tratti permettono di riconoscere le metamorfosi del fenomeno, oltre le forme storiche del Ventennio.
A dieci anni dalla sua morte, quel testo non è invecchiato: è invecchiato il nostro uso di quel testo.
Lo trasformiamo spesso in un santino laico, da esibire all’occorrenza per scomunicare l’avversario politico. Ma Umberto Eco non ci ha mai chiesto di usarlo come manganello morale; ci ha chiesto di usarlo come strumento di analisi, anche scomodo. Se prendo sul serio la sua lezione, l’“Ur-fascismo” non è un mostro esterno da additare: è una griglia che serve a interrogare il presente – e anche noi stessi – sulle nostre nostalgie di ordine, sulle nostre semplificazioni identitarie, sulle scorciatoie comunicative che trasformano la paura in consenso.
L’era degli algoritmi
Già negli anni Sessanta, quando la parola “algoritmo” non stava ancora nei titoli dei giornali, Eco parlava di “guerriglia semiologica”: non basta cambiare i contenuti, bisogna cambiare il modo in cui il pubblico li legge. Questa intuizione, che allora si applicava alla televisione generalista, oggi torna d’attualità nell’ecosistema globale dei social network. Se Barthes smontava le mitologie della Francia gaullista e Lotman studiava la “semiosfera” culturale, Eco ci invitava a guardare come i media costruiscono, con i loro segni, il nostro orizzonte di senso.
La domanda, tradotta nel presente, suona più o meno così: chi decide quali segni vediamo? Chi decide quali narrazioni diventano visibili, e quali restano fuori campo? E noi, in tutto questo, siamo spettatori passivi o lettori responsabili? Qui sta forse la cifra più internazionale della sua lezione: Eco non offre “ricette italiane”, ma strumenti trasferibili. Le sue categorie funzionano tanto per un telegiornale italiano quanto per una campagna politica americana, per un talk show europeo come per una piattaforma digitale globale.
Il silenzio che finisce, la responsabilità che resta
Eco non amava l’idea di trasformarsi in monumento. Lo dimostra anche la scelta, nota, di tenere a freno per un certo periodo la proliferazione di convegni a lui dedicati. È come se avesse voluto mettere in guardia contro la tentazione di passare dalla lettura dei suoi libri al culto della sua figura. Ora, dieci anni dopo la sua scomparsa, la spinta a celebrarlo – in Italia e all’estero – tornerà inevitabilmente forte: seminari, dossier, monografie. La vera fedeltà, però, non sta nella somma degli eventi: sta nel continuare a far lavorare i suoi strumenti sul presente, nel metterli alla prova fuori dall’agiografia.
Per quanto mi riguarda, da studente di Semiotica, il modo più onesto per ricordarlo oggi è molto semplice: tenere aperti i suoi libri sugli scaffali, farli dialogare con altri autori, usarli per capire fenomeni nuovi, anche rischiando di contraddirli. Trattare Eco come lui ci ha insegnato a trattare ogni testo: non come un oggetto sacro, ma come un campo di interpretazioni.
Il lascito che non si può archiviare
Dieci anni sono abbastanza perché la cronaca diventi storia. Il rischio è che Eco venga “musealizzato”: una foto in bianco e nero, qualche citazione a effetto, il ricordo del grande romanziere italiano del Novecento. Chi lo legge davvero sa che è molto di più: è uno dei protagonisti della semiotica internazionale, uno di quelli che hanno contribuito a definire il vocabolario con cui oggi, in tutto il mondo, si parla di testi, media, culture, identità, ideologie.
Il suo lascito ci riguarda da vicino, in almeno tre punti:
- il rapporto fra cultura alta e cultura di massa, che non è una scala gerarchica ma un sistema di rimandi;
- il modo in cui le ideologie si travestono da intrattenimento, da “buon senso”, da normalità;
- la responsabilità del lettore davanti al testo, che non è mai neutro.
Forse il miglior omaggio che possiamo fargli, nel giorno del suo compleanno e nell’anno del decennale della sua scomparsa, è proprio questo: continuare la sua “guerriglia semiologica”, ciascuno dal proprio scaffale, dal proprio profilo social, dalla propria esperienza di lettore.
Ogni volta che prenddo in mano uno dei suoi libri, il maestro è ancora lì, accanto agli altri grandi della semiotica internazionale. È lì a ricordarmi che nessun segno è innocente e nessuna lettura è senza conseguenze.
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