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Voci di ieri e di oggi: un salto nel tempo per ripercorrere la Storia del doppiaggio nostrano

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Voci

Benvenuti ad un nuovo appuntamento di “Senti chi parla”, lo spazio dedicato a coloro che prestano le proprie voci ai personaggi del cinema e delle serie che tanto amiamo. Questa rubrica, mi piace spesso ribadirlo, nasce dal desiderio di fermarsi un attimo a riflettere sul doppiaggio italiano, sulle sue trasformazioni, sui suoi protagonisti. Perché il doppiaggio non è solo tecnica: è recitazione, è memoria, è cultura. È un’arte viva che muta insieme al tempo, agli attori e agli spettatori.

La voce è un’impronta che il tempo non cancella — attribuita a Victor Hugo

Ed oggi, neanche a dirlo, vi voglio parlare proprio di questo, ossia di come il doppiaggio sia cambiato nel corso dei decenni, nel modo di recitare e di raccontare, e di come, riascoltando certi film doppiati a distanza di anni, possiamo percepire non solo una voce, ma l’eco di un’intera epoca.

Le voci storiche: quando la recitazione era solennità

Il doppiaggio degli anni ’40 e ’50 era un mondo fatto di dizione cristallina, tempi musicali e una recitazione che si avvicinava molto al teatro. Non era un caso: molti dei grandi doppiatori provenivano proprio dal palcoscenico, e portavano con sé una formazione rigorosa. La voce era al tempo stesso espressione e modello: non solo emozione, ma anche lingua, stile, cultura.

Via col vento

Pensiamo a “Via col vento“. Nel doppiaggio italiano del 1949, Lydia Simoneschi dava a Vivien Leigh/Scarlett O’Hara un timbro elegante, ricco di sfumature, capace di rendere la protagonista quasi regale. Al suo fianco, Emilio Cigoli prestava la voce a Clark Gable/Rhett Butler con quella fermezza virile che lo ha reso uno dei simboli del doppiaggio classico. Era una recitazione teatrale ma mai artificiosa, intensa e memorabile. Quando nel 1977 il film fu ridoppiato, lo spettatore si trovò davanti a un’esperienza diversa: meno solennità, più fluidità, un modo di dire le battute più vicino alla sensibilità del pubblico di allora. Due doppiaggi, due epoche, due stili: eppure entrambi specchio fedele del loro tempo.

Biancaneve e altre storie: quando un film cambia suono

Lo stesso discorso vale per i classici d’animazione. “Biancaneve e i sette nani“, nel 1938, aveva voci quasi liriche, con una dizione impeccabile e un’aura fiabesca “alta”. Nel ridoppiaggio successivo, Biancaneve diventa più umana, più vicina a una ragazza vera, mentre i nani acquisiscono caratterizzazioni più vivaci, ironiche, immediate.

Devo dire che a volte mi capita di riascoltare il primo doppiaggio di Biancaneve e ne rimango sempre affascinato. Quel modo di recitare, così lontano dal nostro presente, ha qualcosa di magnetico: è come aprire un vecchio album di fotografie e ritrovare un mondo che non c’è più. Mi piace concedermi questo “tuffo nella storia”, perché mi ricorda da dove veniamo e quanto sia preziosa la memoria delle voci. Ogni doppiaggio, dunque, non è mai solo una traduzione: è una fotografia del suo tempo.

Credit: web

L’era moderna: tra naturalezza e velocità, progresso e rimpianto

Oggi viviamo in un’altra epoca ancora. Le produzioni cinematografiche e televisive prediligono un realismo fatto di un linguaggio molto più colloquiale. Il doppiaggio deve seguire questa linea: la voce non deve più scolpire la battuta, ma restituirla come se fosse detta di getto, quasi “rubata alla vita”. È un’arte sottile, che richiede una grande sensibilità: far sembrare naturale ciò che in realtà viene inciso davanti a un leggio, con il cronometro che corre.

Ma oltre al mutamento nello stile recitativo, c’è un altro grande fattore: la tecnologia. Un tempo il doppiaggio richiedeva tempi lunghi, lavorazioni pazienti, turni che permettevano di limare ogni dettaglio. Con il digitale tutto è diventato più rapido, più preciso, più efficiente. Oggi possiamo sincronizzare con una perfezione millimetrica, lavorare su colossi di decine di episodi in pochissimo tempo, rispettare scadenze sempre più strette.

Eppure, questa velocità porta con sé un prezzo: la perdita di quell’artigianalità lenta, di quel tempo necessario a discutere su una sfumatura, a rifinire un tono, a costruire la voce di un personaggio come fosse un piccolo gioiello. Nei grandi progetti cinematografici, spesso l’attenzione resta alta; ma in molte produzioni televisive la fretta rischia di soffocare la cura. È un segno dei tempi, inevitabile, ma che lascia un filo di rimpianto.

Due epoche, una sola arte

Alla fine, ciò che resta immutato è la sfida di sempre: completare un attore con una voce che sappia raccontarlo. Che sia la solennità impeccabile di Lydia Simoneschi o la modernità colloquiale dei doppiatori di oggi, il cuore è lo stesso: dare vita a un’immagine attraverso il respiro della voce. Il doppiaggio di ieri e quello di oggi non vanno messi in competizione: sono due capitoli della stessa storia. E forse il vero privilegio, per chi ascolta, è poter viaggiare nel tempo attraverso le voci. Perché se il cinema ci fa sognare con le immagini, il doppiaggio continua a darci la chiave per farle parlare.

Grazie per l’attenzione, e vi do appuntamento al prossimo episodio di “Senti chi parla”!!!

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Classe 1984, passione e dedizione, Omar Vitelli è un doppiatore italiano. Dal grande schermo alla televisione, passando per i videogiochi e le serie animate, la sua voce accompagna da tempo numerose generazioni e continua ad appassionare migliaia di telespettatori. Attivo sia a Roma che a Milano, ha vinto il Premio "Voce dell'anno emergente - Cartoni e radio al Gran Galà del Doppiaggio" al Romics nel 2003.

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