Ci sono concerti che si ascoltano. E poi ci sono concerti che si attraversano. Quello di Fabio Concato, ieri sera ad Ancona, organizzato da RB Spettacoli, è stato un po’ entrambe le cose: musica da ascoltare e una storia dentro cui entrare piano, quasi senza accorgersene. Piazza Cavour, trasformata per l’occasione in un’arena estiva, ha avuto qualcosa di sorprendentemente intimo. Forse perché Concato non è un artista che ha bisogno di costruire distanza dal pubblico. Al contrario, la sua forza sta proprio nella capacità di accorciarla. Parla, racconta, ricorda. E prima di molte canzoni spiega da dove sono arrivate, quale episodio le ha fatte nascere, quale persona c’era dietro quelle parole.
È questo, forse, il senso più autentico di “Altro di me”, il progetto che dà il nome al tour: andare a cercare, dentro un catalogo di oltre 150 canzoni, non soltanto i grandi successi ma anche quei “vecchi cari amici” che meritano di essere ritrovati.
E così la serata comincia a diventare un viaggio nella memoria, non soltanto quella di Fabio Concato. Anche la nostra.
La musica è il linguaggio universale dell’umanità — Henry Wadsworth Longfellow
La musica prima delle parole
Concato gioca con la voce. Vocalizza, armonizza, dialoga con la sua band. E in diverse occasioni lascia che siano gli strumenti a parlare. Sul palco, con lui, ci sono musicisti che sembrano conoscersi da sempre: Ornella D’Urbano al pianoforte e alle tastiere, Stefano Casali al basso, Gabriele Palazzi Rossi alla batteria e Larry Tomassini alle chitarre. Ci sono momenti in cui la parte strumentale si prende tutto lo spazio e sembra portarci altrove, in un mondo parallelo fatto di suoni, ritmi, armonie.
Poi arriva la sua voce che ti riporta a terra, ma lo fa lievemente, quasi accompagnandoti per mano. È il viaggio, questo concerto, che passa da “È festa”, da “Prima di cena”, da quelle canzoni che appartengono a un Concato forse meno immediatamente riconoscibile, ma proprio per questo prezioso.
Le canzoni hanno una memoria
Quando arriva “E ti ricordi ancora”, la musica sembra diventare una fotografia, così come “Tienimi dentro te”, dedicata alla figlia, allora neonata, che riporta alla dimensione più privata e tenera della sua scrittura.
Concato non ha mai avuto bisogno di inventarsi personaggi per parlare d’amore. Ha raccontato la propria vita. La moglie, la figlia, il padre, la sua fanciullezza, gli amici, le partenze, le attese.
È una scrittura profondamente autobiografica, ma mai autoreferenziale.

La leggerezza non è superficialità
Fabio Concato è ironico, simpatico, scanzonato ma mai banale. La sua è una leggerezza che richiede una grande profondità. Non impegna, apparentemente. Eppure ci vuole impegno per ascoltarlo davvero, perché prima o poi una riflessione si accende.
“Speriamo che piova” restituisce ancora una volta quella dimensione intima che l’arena di Piazza Cavour sembra amplificare. E Concato continua a raccontare. Ogni canzone ha una storia, un aneddoto, una ragione. È come se prima di consegnarla al pubblico volesse restituirle il suo significato originario.
Un padre, una figlia, una vita intera
C’è anche “Gigi”, il brano dedicato al padre Luigi, musicista jazz e figura importante nella formazione musicale di Concato. È impossibile ascoltarla senza pensare a quanto, nella musica di Concato, il rapporto con la memoria familiare sia una presenza costante.
La sua musica sembra infatti costruirsi su una geografia sentimentale precisa: il padre, la moglie, la figlia, la Milano della sua giovinezza, gli amori, gli amici. E dentro questa geografia c’è sempre l’uomo prima dell’artista. Forse è proprio questo che rende Concato così vicino.
“Mi innamoro davvero” e il cinema
Quando arriva “Mi innamoro davvero”, una delle canzoni che negli ultimi anni ha trovato una nuova vita anche grazie al cinema, il pubblico riconosce immediatamente una melodia che appartiene alla memoria collettiva. Il brano è stato infatti inserito nella colonna sonora di “C’è ancora domani”, il film diretto e interpretato da Paola Cortellesi. È una delle tante dimostrazioni di quanto le canzoni di Concato sappiano attraversare il tempo. Non sono rimaste ferme agli anni in cui sono state scritte. Continuano a trovare un posto nel presente.
Fabio Concato, il “Musico ambulante”: Fiori di maggio e altri capolavori
Con i primi versi di “Musico ambulante” mi viene da pensare che forse non c’è definizione migliore per questo artista che da decenni porta le proprie canzoni nelle piazze, nei teatri, negli anfiteatri, incontrando generazioni diverse. Poi arriva “Fiore di maggio”, momento altissimo e strategicamente posizionato quasi a fine scaletta, quando il pubblico è oramai definitivamente rapito da una serata delicata ma intensa allo stesso tempo. Solo che qualcosa manca ancora e il pubblico lo sa. E lo chiede a gran voce. Concato sorride e la serata non è ancora finita.
Con “Sexy Tango” la piazza cambia ancora pelle. La musica si fa più giocosa, sensuale, ritmica. La platea partecipa e quella che sembrava una serata di ricordi diventa improvvisamente una festa. E poi “Rosalina”, uno dei capolavori assoluti della sua carriera. Insieme a “Domenica bestiale” e “Fiore di maggio”, appartiene a quel piccolo gruppo di canzoni che non hanno semplicemente avuto successo: sono diventate parte della memoria musicale italiana.
E così, dopo più di due ore di musica, racconti, ricordi e sorrisi, Concato chiude la sua serata.
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