Si è spento poco fa, alla veneranda età di 86 anni, il celebre cantastorie Francesco Guccini, circondato dall’amore della moglie Raffaella, della figlia Teresa, dei familiari e di tutti coloro che, pur non avendo mai avuto la possibilità di conoscerlo di persona, si erano innamorati delle sue storie. C’è chi lo definisce “eterno”, con il rischio di risultare un po’ retorico. Eppure, per molti lo è davvero, forse non tanto per quell’impressione di appartenere ad un’epoca decisamente diversa e lontana dai nostri “tempi moderni”, quanto più perché il tempo lo ha saputo raccontare talmente bene da diventare quasi una presenza familiare e costante per tantissime persone.
Addio a Francesco Guccini, il cantastorie che ha raccontato la vita di tutti noi
Prima di diventare il cantautore con la barba, la voce profonda e le interminabili chiacchierate tra un brano e l’altro che in tanti ricorderanno, Guccini ha cambiato più volte pelle. Studente, insegnante, giornalista, scrittore e soprattutto un osservatore curioso di quello che gli succedeva intorno. Nato a Modena nel 1940 e cresciuto tra la città emiliana e Pavana, piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano al quale il suo nome resterà profondamente legato essendo ormai anche il luogo della sua scomparsa, ha costruito gran parte della sua musica proprio su quel sottile filo tra memoria e presente. Le radici, i luoghi, la gente incontrata lungo la strada: tutto poteva diventare una canzone.

Il suo debutto discografico arriva negli anni Sessanta, ma è nel decennio successivo che diventa una delle voci più importanti della musica d’autore italiana. Sono gli anni di brani come “Dio è morto”, “Eskimo”, “Auschwitz” e “L’avvelenata”, brani molto diversi tra loro, ma uniti dalla stessa identica caratteristica: la capacità di raccontare qualcosa senza mai banalmente semplificarlo. Del resto, era uno che preferiva lasciare al suo pubblico domande aperte, prive di risposta e, spesso e volentieri, con una buona dose di ironia. Lui stesso non amava prendersi troppo sul serio. Poteva parlare di politica, storia e sentimenti nello stesso modo in cui raccontava un incontro al bar o un ricordo d’infanzia.
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava
Così cantava ne “La locomotiva”, raccontando involontariamente bene anche il suo modo di scrivere: partire da una persona, da una storia particolare, per arrivare a qualcosa di più grande.
La forza di Guccini? Non cambiare mai per piacere a tutti
A differenza di altri artisti che hanno dovuto reinventarsi per restare al passo con i tempi, Guccini ha fatto una scelta opposta, ossia quella di rimanere fedele a se stesso. E chissà, magari è questa la ragione per cui è riuscito a farsi ascoltare persino da chi non ha vissuto la sua stagione musicale. Le sue canzoni sono passate dai genitori ai figli, dai vecchi vinili agli ascolti digitali, dalle serate tra amici alle playlist di quei giovani che, come me, lo hanno scoperto solamente anni dopo.
Insomma, un uomo i cui testi e le cui melodie continueranno a suonare e a risuonare, perché, piaccia oppure no, hanno ancora qualcosa da raccontare.
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