Aggredito perché gay. A Olbia. Da trenta persone. Nel 2026. Questa non vuole essere una frase incipit di un articolo. Vuole essere uno schiaffo che deve far male, e non c’è modo di ammorbidirla. È l’inizio di una storia che non è solo cronaca, ma un racconto che attraversa la psicologia del branco, la cultura che lo rende possibile, la società che lo tollera.
È notte, una di quelle notti estive in cui la Sardegna sembra sospesa tra il profumo della macchia e il rumore del mare. Angelo Ratti, 39 anni, musicista e attivista del collettivo queer Biscotto della fortuna cammina verso la spiaggia di Porto Istana dopo una serata al bar Kando. Non immagina, non può immaginare, che di lì a poco trenta persone lo circonderanno come una marea nera. Prima le parole — f****o, finocchio, vattene — poi i corpi. I calci. I pugni. La sabbia che diventa pavimento, che graffia la pelle mentre viene trascinato
Quando prova a rialzarsi, è sangue. E silenzio. E trenta ombre che si muovono come un’unica creatura.
Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario — Primo Levi, I sommersi e i salvati
Olbia ci mostra il paradosso del 2026: perché l’omofobia è ancora qui

Come è possibile che nel 2026 si verifichi un’aggressione omofoba di questa brutalità? L’omofobia non è un residuo del passato, ma un fenomeno vivo, alimentato da stigma, ignoranza, linguaggi violenti che continuano a circolare indisturbati. L’insulto omofobo non è un dettaglio: è il motore dell’azione. La violenza nasce da un contesto in cui l’identità LGBTQ+ è ancora percepita come devianza, provocazione, bersaglio legittimo.
La sociologia culturale lo conferma: i pregiudizi non scompaiono con il tempo. Si trasformano. Si adattano. Si nascondono sotto ironie, battute, linguaggi normalizzati. E quando trovano un gruppo, trovano benzina. Ratti racconta che persino un paramedico del 118, mentre lo medicava, gli ha chiesto: “Sei omosessuale, giusto?”, con un tono che lui ha interpretato come sospetto, come se l’omosessualità fosse automaticamente associata all’HIV. Se questo accade durante un soccorso, significa che il problema non è solo criminale: è culturale, sociale, istituzionale.
Il branco: una storia che non comincia con il primo pugno
La versione narrativa di questa vicenda non può limitarsi ai fatti. Deve entrare nel ritmo della paura, nella logica distorta del gruppo, nella psicologia del branco che si accende come una miccia.
Angelo racconta che tutto è iniziato con uno sguardo, un commento, un insulto lanciato come un sasso. Poi il cerchio si è chiuso. Trenta persone che non si conoscono davvero tra loro, ma che in quel momento diventano un’unica entità: un corpo collettivo che non pensa, non riflette, non si chiede nulla. Il branco non discute: agisce. Il branco non valuta: colpisce. Il branco non si chiede se sia giusto: si sente autorizzato. Dal punto di vista sociologico, il branco non è un insieme di individui: è un organismo. Un’entità che nasce quando le identità personali si dissolvono e vengono sostituite da un’identità collettiva. È il fenomeno della de-individuazione: nel gruppo, il singolo non pensa più come singolo.
Angelo lo percepisce chiaramente: non sono trenta persone diverse. Sono una cosa sola. Una massa che si muove, che osserva, che colpisce, che ride.
Trenta contro uno: la violenza di gruppo come moltiplicatore

Il branco non è mai somma di individui: è un amplificatore. Nel racconto di Ratti, il gruppo non solo agisce, ma osserva, aspetta, si prepara. Trenta persone che guardano, insultano, poi colpiscono. Trenta persone che trasformano un impulso in un rituale. Il branco ha un preciso e inossidabile meccanismo di funzionamento: diluisce la responsabilità: nessuno si sente davvero colpevole; amplifica il coraggio sbagliato: da soli non avrebbero osato; anestetizza l’empatia: la vittima smette di essere persona; crea un senso di impunità: “siamo tanti, non ci prenderanno”. La sociologia della devianza parla di polarizzazione del comportamento: nel gruppo, le azioni diventano più estreme. Ciò che da soli non si farebbe, insieme sembra possibile. Quasi legittimo.
Ratti lo dice chiaramente: “È come se ci avessero portato nella tana del lupo.” Il branco non è solo un gruppo: è un dispositivo psicologico che permette la violenza e la giustifica.
La violenza che cresce perché nessuno la ferma
La scena si muove come un film girato male: qualcuno spinge, qualcuno ride, qualcuno filma. La violenza non è immediata: è progressiva, come se il gruppo avesse bisogno di scaldarsi, di convincersi, di trovare il ritmo. Prima gli insulti. Poi le mani. Poi la sabbia che graffia la pelle mentre Angelo viene trascinato. Poi il lancio, come un oggetto, come un peso, come qualcosa che non è più umano. La cosa più inquietante non è la brutalità. È la naturalezza. La facilità con cui trenta persone decidono che un uomo può essere picchiato perché gay. La rapidità con cui la responsabilità evapora, si dissolve, si spezza in trenta frammenti che nessuno vuole raccogliere.
La diluizione della colpa: quando “noi” diventa un nascondiglio
Angelo lo afferma senza dubbi o tentennamenti: “I colpevoli sono tanti. È una comunità.” Non solo chi ha colpito. Chi ha guardato. Chi ha riso. Chi ha filmato. Chi non ha fatto nulla. Chi ha pensato che fosse normale, e non ha fatto nulla Nel branco, nessuno è davvero responsabile. La sociologia della responsabilità parla di diffusione della colpa: nel branco, la colpa è un’ombra che si sposta continuamente, che non si ferma su nessuno. Nel branco, si può essere violenti senza sentirsi violenti. Si può essere complici senza sentirsi complici: più persone partecipano, meno ciascuna si sente responsabile. La colpa si dissolve nel gruppo, creando un senso di impunità che alimenta l’escalation.
È questo il vero orrore: la violenza non è solo fisica. È sociale. È culturale. È condivisa. La matematica della violenza collettiva è spietata: più persone partecipano, meno ciascuna si sente responsabile. E quando la responsabilità si frammenta, la violenza sembra quasi autorizzata. Il caso di Olbia mostra questo meccanismo in modo evidente e spietato: gli aggressori non erano solo “ragazzini”, ma anche adulti; alcuni amici intervenuti per difendere Ratti sono stati feriti; persino il gestore del bar, invece di aiutare, avrebbe insultato la vittima.
Ed eccolo qui il branco che prende vita, il branco, questo Cerbero a più teste ma senza volto coperto dal mantello dell’invisibilità deresponsabilizzante.

La spettacolarizzazione: quando il dolore diventa contenuto
C’è un momento, nel racconto di Angelo, che pesa più degli altri. Non è un pugno. Non è un calcio. È un telefono. Un telefono acceso e puntato su di lui. La violenza non è più solo un atto: è un video. Un contenuto da mostrare, da condividere, da ridere. Un trofeo. Una performance. La sociologia dei media parla di mediatizzazione della devianza: la violenza diventa spettacolo. E quando la violenza diventa spettacolo, la vittima smette di essere persona. Diventa oggetto. Il dolore diventa non colpa inferta ma strumento da usare, sempre di più.. e più è lancinante, più la performance avrà visualizzazioni e purtroppo like.
Ed è qui che il confine tra umano e disumano si spezza. La violenza non è stata solo esercitata: è stata messa in scena. Dopo: il silenzio, la paura, le voci che continuano. Ma la banalità scenica del male non si ferma qui. La storia non finisce sulla spiaggia. Continua nei messaggi vocali minacciosi del padre di uno degli aggressori, nelle intimidazioni, negli insulti che arrivano dopo, nei sospetti del paramedico che chiede se Angelo sia omosessuale come se fosse una diagnosi. Continua nel bar dove il computer rubato rimane per giorni, come un trofeo di guerra. Continua nella comunità che minimizza, che giustifica, che dice “sono ragazzi”, “non è niente”, “non esageriamo”. La violenza non si è fermata sulla spiaggia: è proseguita online, nei messaggi, nelle parole. È diventata davvero contenuto, spettacolo, performance.
Questi dettagli mostrano un dato sociologico cruciale: la comunità non ha esercitato alcun controllo sociale positivo. Non ha protetto la vittima. Non ha fermato la violenza. Non ha preso posizione.
Una chiusura che non può essere neutra perché la ferita riguarda ciascuno di noi
Questa non è una storia di cronaca. Il caso di Olbia non è solo un episodio. È una storia di paura, di cultura, di società. È una storia che riguarda tutti, perché il branco non nasce da trenta persone: nasce da un clima, da un linguaggio, da un’abitudine alla violenza che abbiamo smesso di vedere. È un indicatore. Un segnale che mostra come l’omofobia, la violenza di gruppo e la spettacolarizzazione del dolore siano fenomeni ancora radicati nella società italiana.
Finché trenta persone possono agire come un branco, su una persona solo perché gay (ma più in generale verso tutte le persone ritenute non conformi all’idea dell’omologazione accettata e annientante delle diversità) finché la responsabilità può dissolversi nel gruppo, finché la violenza può diventare contenuto, la società deve interrogarsi su sé stessa. Angelo non cerca vendetta. Cerca verità. Cerca responsabilità. Vuole che non accada più.
Non è solo una questione di sicurezza. È una questione di cultura, di educazione, di norme sociali, di modelli di comportamento. È una questione che riguarda ciascuno di noi. E ancora una volta possiamo dire di non essere un paese civile! E questa non è una chiusura con un punto interrogativo che darebbe speranza, ma con un punto esclamativo che inchioda. E che se solo facesse riflettere forse, sarebbe già un passo. Ma essere fermi è comodo. Ma quanto è assolutamente miserabile.
*Nota
Visto la complessità sociologica e la varietà intersezionali che il caso di Olbia solleva, ho ritenuto in appendice al mio articolo fornire una bibliografia dettagliata di 5 titoli che più possono fornire conoscenze e consapevolezza sul tema.
1. Umberto Galimberti
Galimberti è il riferimento italiano più forte per spiegare nichilismo giovanile, perdita dell’Io, contagio emotivo, e la facilità con cui il gruppo diventa violento. Perfetto per analizzare la dinamica del branco e la dissoluzione dell’identità individuale.
Testo chiave: L’ospite inquietante (2007)
2. Byung-Chul Han
Han è indispensabile per capire la spettacolarizzazione della violenza, la cultura dell’esposizione totale e la trasformazione del dolore in contenuto. È il più adatto per interpretare i video, le riprese, la violenza come performance.
Testi chiave:
· La società della trasparenza (2012)
· Psicopolitica (2014)
3. René Girard
Girard spiega la violenza come rituale collettivo, il meccanismo del capro espiatorio, e la dinamica per cui un gruppo scarica la propria tensione su un individuo percepito come “diverso”. Perfetto per interpretare la violenza omofoba come atto di coesione del branco.
Testo chiave: La violenza e il sacro (1972)
4. Judith Butler
Butler è fondamentale per analizzare la violenza contro le minoranze sessuali, la costruzione dei corpi “non degni di lutto” e la vulnerabilità sociale delle persone LGBTQ+. Indispensabile per dare profondità politica e culturale al caso di Olbia.
Testi chiave:
· Vite precarie (2004)
· La forza della nonviolenza (2020)
5. Stefano Tomelleri
Il sociologo italiano più contemporaneo sulla violenza come dispositivo sociale. Lavora esplicitamente sul concetto di capro espiatorio e sulla violenza come forma di coesione del gruppo.
Testo chiave: Il capro espiatorio. L’uso strategico della violenza (2023)
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