Alessandro Di Battista sta ricevendo in queste ore le cure e l’assistenza necessarie dopo il grave malore che lo ha colpito a Cuba. Medici italiani sono stati inviati sull’isola per affiancare i colleghi cubani e il Governo ha messo a disposizione un volo sanitario per un eventuale rientro in Italia, compatibilmente con le sue condizioni cliniche. Ed è giusto che sia così, ci mancherebbe. Del resto, quando un cittadino italiano si trova in una situazione di grave emergenza sanitaria, soprattutto lontano dal proprio Paese, è normale e doveroso che le istituzioni facciano tutto il possibile per assisterlo. Non c’è nulla da contestare in questo.
Ciò nonostante, non posso fare a meno di chiedermi se un domani a trovarsi nella medesima situazione fosse un cittadino qualunque, uno perfettamente sconosciuto e non legato al mondo politico o della notorietà più in generale, riceverebbe un’assistenza analoga.
Alessandro Di Battista e il diritto alla cura senza distinzioni
Quando un italiano si ammala all’estero, infatti, alla paura per la propria salute possono aggiungersi problemi molto concreti: le spese delle cure, gli eventuali anticipi, la copertura assicurativa, il trasferimento in un’altra struttura, il costo di un volo medicalizzato per tornare a casa. Non sempre tutto è coperto e, in assenza di una tutela adeguata, una parte significativa dei costi può finire direttamente sulle spalle del malato o dei suoi familiari. Certo, Di Battista ha rifiutato gli aiuti proposti dallo Stato, affermando che, non appena potrà, valuterà l’eventuale rientro con un volo di linea e che qualsiasi costo verrà coperto dall’assicurazione (obbligatoria per entrare a Cuba).
Tuttavia, quanti italiani, in questi anni, hanno affrontato emergenze sanitarie lontano dalla propria casa senza poter contare sulla possibilità di mobilitare rapidamente medici, istituzioni e mezzi per il proprio rientro, o soltanto sull’eventualità di poterlo fare? Non sappiamo quanti siano, ma sappiamo che esistono. Ribadendo che ciò che sta accadendo non è nient’altro se non quello che il nostro Paese ritiene giusto fare per un proprio cittadino in una situazione di grande difficoltà, mi piacerebbe che fosse un principio applicabile a tutti, non un’eccezione legata alle circostanze. La salute non dovrebbe dipendere dalla rilevanza mediatica, dal peso istituzionale e, più in generale, neppure dal conto in banca. D’altronde, l’articolo 32 della Costituzione afferma che:
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività
L’assistenza e le cure dovrebbero essere uguali per tutti
Non si fa nessun riferimento a personaggi pubblici, politici, italiani facoltosi, perché riguarda, o meglio dovrebbe riguardare, ogni membro della nostra popolazione. Perché quando si parla di sanità, la parola più importante dovrebbe essere proprio uguaglianza, ma non quella teorica per cui davanti alla legge siamo tutti cittadini, ma quella concreta che si misura nel momento peggiore: quando arriva una diagnosi, quando serve un intervento, quando ci si trova in un ospedale straniero e non si sa come o cosa fare. In quei momenti non dovrebbe esistere una corsia preferenziale riservata a chi ha più possibilità di farsi ascoltare.
E attenzione, questo non significa pretendere che allo Stato sia chiesto di risolvere ogni problema sanitario di ciascun italiano che si trovi fuori dai confini nazionali né ignorare le regole che disciplinano l’assistenza internazionale. Al contrario, vuol dire riflettere su quanto sia realmente accessibile il diritto alla cura e riguarda la sanità italiana nel suo complesso. In fondo, la disparità non nasce necessariamente quando qualcuno riceve un trattamento migliore, ma quando quel trattamento migliore diventa possibile soltanto per alcuni.
Un quadro generale che dovrebbe cambiare
E diciamolo, Di Battista è forse solo un pretesto, perché se pensiamo che tutti i giorni c’è chi può permettersi una visita privata quando le liste d’attesa sono troppo lunghe e chi deve aspettare mesi, chi può raggiungere una struttura lontana e chi rinuncia perché non può permettersi il viaggio, chi ha un’assicurazione e chi deve fare i conti con ogni euro, chi conosce qualcuno che può indicargli la strada giusta e chi non sa nemmeno a quale porta bussare, non possiamo fare a meno di notare che abbiamo un bel problema.
La malattia, invece, non fa queste distinzioni. Arriva senza chiedere quanto guadagniamo, che lavoro facciamo o quale cognome portiamo. E proprio per questo dovrebbe trovarci davanti a un sistema capace di garantire lo stesso principio a tutti. Io auguro ad Alessandro il meglio e una pronta guarigione, nella speranza che possa far presto ritorno, ma al tempo stesso vorrei dire, in maniera che ritengo del tutto legittima, alle istituzioni: fate in modo che ciò che potrebbe essere possibile per lui lo diventi, quando necessario e nelle medesime condizioni, anche per chi non ha un nome conosciuto.
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