Il cinema cambia continuamente, soprattutto perché nel tempo cambiano gli spettatori, le tecnologie e perfino il modo in cui siamo disposti a guardare una storia che viene portata sul grande schermo. Ciò che, nonostante tutto, sembra non voler andare incontro ad un’evoluzione è il fatto che un film abbia bisogno di qualcuno con il coraggio di farlo e di qualcun altro che gli permetta di essere visto. Oggigiorno le possibilità produttive si sono moltiplicate, gli strumenti sono diventati più accessibili e l’audiovisivo rappresenta ormai un pezzo importante dell’economia e della cultura del Paese. Eppure, per molte opere, in particolar modo per quelle indipendenti, il problema rimane lo stesso di sempre, ossia quello di riuscire a trovare una strategia efficace per raggiungere gli spettatori.
Pier Paolo Pasolini definiva il cinema:
La lingua scritta della realtà.
Insomma, lui metteva al centro non il mezzo, ma ciò che attraverso quel mezzo si decideva di raccontare, anche perché, a pensarci bene, non importa tanto quante pellicole si producano, quanto denaro venga investito o quante piattaforme siano disponibili. Anzi, ciò che conta davvero è proprio capire quali storie riescano a trovare spazio, quali autori possano permettersi di sperimentare e se un’opera diversa da quelle più facilmente riconoscibili abbia ancora la possibilità di costruire il proprio pubblico.
Dalla produzione alla distribuzione: trovare una strada per non restare indietro
Negli ultimi anni il dibattito sull’industria cinematografica si è imperniato su questioni diverse ma strettamente legate tra loro. Basti pensare al finanziamento pubblico, al tax credit, alla crisi e alla trasformazione delle sale, al rapporto con i colossi dello streaming, alla sostenibilità delle produzioni e al ricambio generazionale. Tuttavia, sarebbe piuttosto riduttivo ridurlo ad una mera questione di soldi, dal momento che ci sono casi in cui un’opera viene prodotta, ma, al tempo stesso, si scontra con numerosi ostacoli che le impediscono di raggiungere una qualsiasi platea.
Questo è esattamente uno dei punti sui quali ha insistito Corrado Azzollini, Presidente di Confartigianato Cinema e Audiovisivo che si dedica agli imprenditori della produzione e della distribuzione cinematografica e audiovisiva, secondo cui le problematiche odierne non sono legate soltanto alle produzioni in sé. Dal punto di vista dell’associazione, infatti, le opere necessitano di modalità distributive differenti a seconda della loro tipologia. In altre parole, un titolo indipendente o di debutto non può e non dovrebbe seguire il medesimo percorso di quelli sostenuti da grandi operatori, poiché in quel caso le difficoltà di arrivare al pubblico potrebbe tradursi in difficoltà nel far emergere nuovi talenti. Perciò, non servono esclusivamente risorse, ma regole comprensibili, tempi più prevedibili e condizioni che non mettano necessariamente sullo stesso piano realtà produttive molto diverse tra loro.
La Riforma del cinema e dell’audiovisivo
In questo quadro si inserisce la riforma del cinema e dell’audiovisivo che, dopo l’approvazione alla Camera del 10 settembre con 218 voti favorevoli e 6 contrari, è ora arrivata al Senato. Il provvedimento non è ancora legge, il disegno di legge S.2035 è stato assegnato a Palazzo Madama il 17 settembre e l’esame non è ancora iniziato. Tra le novità più rilevanti c’è la prevista istituzione dell’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo, un ente pubblico non economico con autonomia organizzativa, patrimoniale, finanziaria e gestionale, sottoposto alla vigilanza del Ministero della Cultura.
L’idea è separare maggiormente la gestione tecnica del settore dall’indirizzo politico: all’Agenzia verrebbero trasferite le funzioni gestionali, operative e attuative oggi attribuite al MiC, in particolare quelle della Direzione generale Cinema e audiovisivo, mentre al Ministero resterebbero indirizzo politico, vigilanza strategica e funzioni ispettive. Tra i compiti previsti figurano inoltre lo sviluppo del comparto, il coordinamento delle iniziative pubbliche, l’internazionalizzazione delle imprese, la raccolta e l’analisi dei dati e il monitoraggio degli interventi pubblici.
Insomma, si tratta di una modifica importante che, qualora la proposta di riforma entrasse in vigore, ricostituirebbe l’intero sistema. Proprio per questo abbiamo deciso di raggiungere telefonicamente Azzollini e di parlarne direttamente con lui.
Corrado Azzollini – L’intervista

Buongiorno Presidente Azzollini e benvenuto. Lo scorso 6 settembre si è tenuto a Venezia il panel di Confartigianato Cinema e Audiovisivo “Imprese italiane e nuove generazioni” nell’ambito dell’83esima edizione della Mostra Cinematografica. Sono diverse le questioni emerse nel corso dell’appuntamento veneziano e fra queste, in particolare, come da Lei sottolineato, quella secondo cui oggi si riuscirebbero a trovare le risorse per produrre e realizzare un film, ma non necessariamente le condizioni che poi gli consentano di arrivare effettivamente al grande pubblico, soprattutto se si tratta di un progetto indipendente. A cosa è dovuta, secondo Lei, questa difficoltà?
Come è noto, si è verificata una contrazione delle risorse a seguito di un taglio di bilancio, sebbene il Governo si sia adoperato per reperirne di ulteriori e pare sia riuscito a mettere a disposizione 100 milioni di euro in più per il 2026. Ora bisognerà attendere l’approvazione della legge di bilancio per il 2027, per capire se il taglio previsto verrà confermato o se, al contrario, saranno individuate ulteriori risorse. Personalmente, sono abbastanza ottimista.
Senza dubbio sussiste un ritardo nella pubblicazione dei nuovi decreti attuativi, che potrebbero contribuire a migliorare le condizioni attuali dell’intero sistema, semplificando le procedure per l’accesso ai fondi e, in particolare, quelle relative al tax credit. L’unica questione che resta ancora sospesa riguarda il periodo di transizione tra le precedenti regole sul tax credit e l’eventuale entrata in vigore del nuovo decreto, a meno che quest’ultimo non abbia efficacia retroattiva. È proprio quello che tutti ci auguriamo, perché, in caso contrario, i film realizzati nei mesi precedenti alla pubblicazione del possibile decreto potrebbero incontrare notevoli difficoltà nella distribuzione secondo la precedente normativa, che prevedeva la presenza in 50 sale e 300 proiezioni nell’arco di due settimane.
Quando si parla di film indipendenti, inoltre, questo tipo di collocazione rappresenta un obbligo difficilmente perseguibile, perché non tiene conto delle specifiche esigenze distributive della pellicola, che può avere la necessità di essere proposta con maggiore gradualità e nell’arco di un periodo più ampio. Allo stesso tempo, una finestra distributiva così limitata riduce le possibilità di diffusione del film e può penalizzare soprattutto quelle opere che, per caratteristiche e particolare sensibilità, necessitano di tempi più lunghi per raggiungere il proprio pubblico.
Questo problema riguarda ancora di più gli esordienti: un giovane autore può riuscire a realizzare il suo primo film, ma non trovare gli spazi necessari per farlo conoscere. E non è solamente un problema di sale, ma di capacità di orientare l’offerta e l’attenzione degli spettatori. Quanto rischia questo meccanismo di condizionare anche il ricambio generazionale del cinema italiano? E cosa crede si possa fare a riguardo?
Io penso che il futuro del grande schermo debba rimanere ‘giovane’. C’è sempre bisogno di nuove idee, di riscrivere in qualche modo il cinema italiano, soprattutto quello d’autore. Per cui è necessario portare avanti un percorso di ricerca, di stimoli e di motivazioni, con norme e regole che favoriscano le nuove generazioni, i nuovi autori, le opere prime e seconde. Ciò implica che ci sia un percorso ben strutturato sia di finanziamento sia di distribuzione differente dai grandi nomi o dai soliti nomi del panorama cinematografico nostrano. Bisogna continuare a lavorare in questa direzione, dal momento che oggigiorno una delle difficoltà maggiori con cui questa tipologia di pellicole si scontra è quella di essere in grado di trovare una collocazione e una posizione distributiva.
A Venezia è emerso anche il tema della qualità delle sceneggiature e di un possibile appiattimento delle opere, favorito probabilmente anche dalle maggiori disponibilità economiche degli ultimi anni. Il problema è soprattutto creativo oppure esiste una tendenza a rischiare meno, nell’ottica soprattutto del mercato, finendo per rendere più conveniente seguire formule già sperimentate?
Dal mio punto di vista, non credo ci sia un livellamento delle sceneggiature. Penso, piuttosto, che ci sia paura di rischiare. Spesso si presentano progetti “diversi” e probabilmente molte produzioni temono che prodotti anomali o eccessivamente originali non riescano a fare presa sul pubblico. Il coraggio di rischiare, invece, deve esserci e non necessariamente in relazione ad un risultato numerico. Per quanto complicato possa sembrare, dobbiamo dar vita a prodotti nuovi, generi innovativi, senza prefissare a priori un obiettivo distributivo e incluso quando il successo della sperimentazione non è garantito. D’altronde, come nazione, noi siamo quelli che hanno creato e distribuito il cinema nel mondo, per cui se siamo stati bravi in passato, quando avevamo una libertà assoluta, chi ha detto che non possiamo esserlo di nuovo?
In questo quadro, in che modo ritiene che le piattaforme di streaming possano avere inciso sulle modalità di produzione e sulla ricerca di nuove forme narrative?
Non penso che le piattaforme di streaming abbiano inciso, ormai questa è una leggenda. Ciò su cui insisto, però, è la necessità di lavorare sul cambiamento dell’attitudine alla realizzazione di certe opere. Quando si parla di opere sperimentali, di opere prime o seconde, dovrebbe essere imperativo che ad essere premiati siano quei prodotti che rischiano davvero e che puntino ad andare oltre lo standard. Allo stesso modo, devono esserci norme chiare che differiscano da quelle relative alle pellicole tradizionali. Non può esserci l’obbligo di distribuzione con numeri elevati al cinema, così come non può esserci l’obbligo di partecipare ad un festival importante come Venezia o Berlino, perché la sperimentazione non è detto che possa occupare con certezza determinati posti.
Il problema è che oggi, per avere i fondi pubblici, tra cui il tax credit, si deve per forza avere un certo tipo di collocazione e ciò limita la sperimentazione. Tante volte si attribuiscono responsabilità ai colossi dello streaming, ma siamo davvero convinti che non sia stato un sistema che ha paura di aggiornarsi ed estremamente legato a vincoli economici a contribuire ad un appiattimento dei contenuti?
Perché, secondo Lei, il sistema avrebbe paura di aggiornarsi?
I cambiamenti fanno sempre un certo effetto. Io non avrei timore: quando si presenta l’occasione di avere qualcosa di nuovo, si deve rischiare del denaro. Negli ultimi tempi, poi, sentiamo spesso dire che il cinema spreca soldi nel bel mezzo di una crisi economica che sta investendo diversi settori e tali considerazioni sicuramente incidono sulla percezione degli addetti ai lavori. Tuttavia, il cinema è arte e, in quanto tale, dovrebbe poter godere di una certa autonomia. Senza contare che in più di un’occasione si finisce per giudicare un’opera ancor prima che la si realizzi.
A proposito del rapporto tra finanziamento pubblico e singole opere, negli ultimi mesi si è discusso anche del caso di alcuni documentari e dei fondi che sarebbero stati concessi per la loro realizzazione. Quanto è importante, secondo Lei, chiarire come funziona realmente il tax credit?
Questo è un tema che spesso, purtroppo, si utilizza per fare notizia. Il tax credit è un automatismo di legge, ciò significa che non è legato al tipo di opera che si realizza, ma è un beneficio all’impresa che la realizza e allo sviluppo che essa crea tramite tale realizzazione, indipendentemente dal fatto che il film possa essere bello o brutto, possa funzionare o meno. È bene specificarlo, perché purtroppo chi non è addetto ai lavori non conosce questo meccanismo.
Nelle scorse settimane, la Camera ha dato il proprio via libera ad una riforma che, qualora venisse definitivamente approvata con l’ok del Senato, ridisegnerebbe l’intero settore cinematografico. Dal punto di vista delle piccole e medie imprese, qual è la novità o il cambiamento che potrebbe incidere maggiormente sul lavoro quotidiano di chi produce cinema e audiovisivo?
C’è l’impegno della politica per dare il via ad un autentico cambiamento positivo e propositivo per il settore. Lo accolgo positivamente, sebbene rimangano alcune perplessità in merito a determinati automatismi che possano renderlo realmente efficiente. Ritengo sia imprescindibile solidificare il passato, fare in modo che tutto ciò che è sospeso venga chiuso e si definiscano con esattezza le norme attuali. Riguardo alla nuova Agenzia per il cinema e l’audiovisivo che a breve andrà in valutazione al Senato, abbiamo chiesto di andare in audizione per poter spiegare meglio quelli che sono i cambiamenti necessari alla norma affinché possa essere valida ed efficace.
C’è un aspetto della riforma sul quale ritenete particolarmente importante che il Senato intervenga o che, comunque, non si perda durante l’iter?
Chiarezza e stabilità, fluidità del sistema e velocità allo stesso tempo.
Se dovesse indicare oggi una sola cosa da cambiare per fare in modo che un giovane autore o una piccola impresa possa superare gli ostacoli che abbiamo evidenziato, quale sarebbe?
Ai giovani autori, che siano registi o sceneggiatori, io dico di rischiare. Tutti sanno scrivere progetti classici, ne arrivano veramente tantissimi. Bisogna proporre idee innovative e trovare produttori che posseggano la volontà e il coraggio dell’innovazione, della sperimentazione. Stessa cosa per quel che riguarda la regia e, in altre parole, la capacità di raccontare storie in maniera differente, nuova, contemporanea, con un appeal maggiore per gli spettatori e il mercato internazionale. Ai giovani imprenditori, invece, chiedo e dico che il ruolo della piccola azienda deve essere quello di accogliere tutto ciò. Dal canto nostro, infine, noi abbiamo il dovere morale di seguire questi ragazzi, i nuovi talenti e di istruirli alla professione nella maniera più adeguata. Certo, ci vuole pazienza e non bisogna avere fretta di arrivare chissà dove, e prima di ogni altra cosa, ci vogliono tanta modestia e una buona dose di umiltà.
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