Alberto Sordi, il visionario che rideva degli italiani mentre ne raccontava il futuro

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Alberto Sordi

Essere visionari equivale ad avere una forte immaginazione, ad intravedere il futuro prima degli altri, immaginando progetti, ma anche essere dotati di grande creatività, inventiva e di una straordinaria lungimiranza, capace di anticipare il futuro e di innovare. Si tratta di una grande dote e, a volte, anche di una condanna, perché ci si distacca dal comune sentire e si viene portati all’isolamento e anche alla solitudine. Sì, perché i visionari, spesso, non sono mondani, restano in una cerchia isolata di contatti, in una sorta di “solitudine da numeri primi”. Del resto, non siamo, purtroppo e per fortuna, tutti uguali da questo punto di vista.

Nel nostro Paese abbiamo avuto un genio che si chiamava Alberto Sordi. Un autentico visionario, che in pochi, forse coloro che lo hanno conosciuto e vissuto davvero, sono in grado di raccontare. Fra questi c’è sicuramente suo cugino Igor Righetti, giornalista, autore e conduttore radiotelevisivo che ha presentato nei giorni scorsi un docufilm internazionale dedicato al grande attore e distribuito sulla piattaforma Prime Video. Il progetto si intitola “Alberto Sordi Secret” ed è stato prodotto da Massimiliano Filippini e CameraWorks. La fotografia è di Giovanni Mammolotti, le musiche originali sono di Maria Sicari e i costumi di Stefano Giovani. Nel cast d’eccezione figurano Fioretta Mari, Maurizio Mattioli, Emanuela Aureli, Daniela Giordano, Mirko Frezza, Enzo Salvi, Daniele Foresi, Vincenzo Bocciarelli, Lorenzo Castelluccio, Emily Shaqiri, Fabrizio Raggi, Valerio Mammolotti, Moira De Rossi e Flavio Raggi. 

C’è una differenza tra chi semplicemente racconta il proprio tempo e chi, invece, riesce a lasciare qualcosa a chi viene dopo. In fondo, certe intuizioni acquistano un significato diverso quando la realtà finisce per raggiungerle: non tanto perché abbiano previsto ogni dettaglio, quanto perché avevano colto prima degli altri alcuni meccanismi destinati a ripresentarsi. Nel caso di Sordi, quella capacità passava attraverso la commedia, ma arrivava molto più lontano della semplice risata. E per capire quanto fosse consapevole di questo sguardo, vale la pena ascoltare chi ha avuto la possibilità di conoscerlo anche (e soprattutto) lontano dai riflettori.

La mia comicità non è mai stata astratta, gratuita. L’ho sempre ricalcata sulla realtà del momento – Alberto Sordi

Dietro la risata di Sordi c’era uno sguardo molto meno ingenuo di quanto sembrasse

Buongiorno Igor. Parliamo di Alberto Sordi. Tangentopoli, la sanità italiana e tanto altro ancora all’interno dei suoi film. È stato davvero un anticipatore?

Sì, e credo che questo sia uno degli aspetti più straordinari e ancora oggi più sottovalutati di Alberto. Lui non era un sociologo, non era un politologo, non era un economista. Era un attore, un autore, un regista e, soprattutto, un osservatore formidabile degli italiani e della società nella quale viveva. Aveva una capacità quasi chirurgica di osservare i comportamenti, le debolezze, le contraddizioni, i vizi e anche le virtù delle persone. E poi aveva il talento di trasformare quello che vedeva nella vita quotidiana in cinema. Pensiamo a “Tutti dentro”, il film del 1984 che Alberto diresse e interpretò nei panni del giudice Annibale Salvemini.

Al centro c’è un’inchiesta su un sistema di tangenti che coinvolge politica, finanza, affari e personaggi dello spettacolo. Il film arriva quasi otto anni prima dell’inchiesta di Mani Pulite del 1992. Naturalmente non possiamo dire che Alberto avesse previsto letteralmente Tangentopoli: sarebbe una forzatura. Ma è impressionante come avesse già individuato e raccontato quei meccanismi di corruzione e quel rapporto perverso tra potere, affari e denaro che sarebbero esplosi nella realtà italiana anni dopo.  

E non è un caso isolato. Prendiamo la sanità…

Nel 1968 arriva infatti “Il medico della mutua”, con Guido Tersilli, un medico che costruisce la propria carriera anche attraverso la conquista dei mutuati. Un anno dopo, nel seguito “Il prof. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue”, il personaggio entra ancora più direttamente nel rapporto tra sanità, convenzioni, interessi economici e pazienti. E oggi, quando discutiamo di sanità pubblica, liste d’attesa, rapporto tra pubblico e privato e difficoltà di accesso alle cure, è inevitabile rivedere quei film e accorgersi di quanto fossero penetranti. Il prof. Tersilli di Alberto è una maschera comica, ma dietro quella maschera c’è un’analisi molto seria di un sistema e dei suoi meccanismi.

Poi c’è “Finché c’è guerra c’è speranza”, del 1974. Alberto interpreta Pietro Chiocca, un commerciante d’armi che garantisce alla propria famiglia un tenore di vita elevatissimo proprio grazie alla sua professione. E qui c’è una delle più feroci rappresentazioni dell’ipocrisia borghese: la famiglia gode del lusso, ma improvvisamente si accorge di avere dei principi morali quando scopre da dove arrivano quei soldi. Quando Alberto mette la famiglia davanti alla conseguenza concreta delle sue richieste, cioè rinunciare a quel tenore di vita, l’indignazione morale comincia a vacillare. È una cosa molto sordiana: non si limita a dire che una persona è ipocrita. Ti mette davanti allo specchio e ti fa vedere quanto facilmente i princìpi possano cambiare quando vengono toccati il portafoglio e il proprio benessere.

Igor Righetti insieme ad Alberto Sordi

E che cosa dire de “Il boom”, dove affronta il consumismo e l’ossessione dell’apparire? Di “Un borghese piccolo piccolo”, con la sua rappresentazione dell’impiegato, della burocrazia e della trasformazione sociale? Del “Detenuto in attesa di giudizio”, che affronta il rapporto tra individuo e giustizia? De “Il vigile”, nel quale prende di mira il rapporto con l’autorità e il piccolo potere? E infine, di “Una vita difficile”, che attraversa le trasformazioni dell’Italia del dopoguerra?

Beh, potremmo continuare a lungo. Anche “Il vedovo”, del 1959, è straordinariamente moderno nel raccontare arrivismo, denaro, ambizione e il desiderio di mantenere un’immagine sociale superiore alle proprie possibilità. Alberto Nardi arriva addirittura a immaginare la propria vita senza la moglie quando crede che sia morta e pensa immediatamente alla ricchezza che potrebbe ereditare. Insomma, questo è il motivo per cui io continuo a definire Alberto un analista della società italiana attraverso la commedia. Non faceva la predica. Non saliva in cattedra. Faceva ridere. E proprio mentre ridevi, ti metteva davanti a qualcosa che magari non volevi vedere. Ecco perché i suoi film continuano a essere attuali: perché non raccontavano soltanto il momento nel quale venivano realizzati. Raccontavano l’essere umano.

Come è nata l’idea del docufilm internazionale “Alberto Sordi Secret”, che è entrato subito in tendenza conquistando la vetta su Prime Video nella categoria film documentari?

L’idea nasce da una richiesta che arrivava continuamente dalle persone che seguono Alberto Sordi e, in particolare, dalle pagine ufficiali che gestisco sui social, Instagram e Facebook. Negli anni, mi sono arrivate continuamente domande sulla sua vita privata: “Com’era Alberto a casa?”, “Com’era in famiglia?”, “Aveva degli amici?”, “Come viveva?”, “Quali erano le sue passioni?”, “Come era veramente?”. Perché dell’attore sappiamo praticamente tutto. Gli italiani, e non soltanto gli italiani, conoscono i suoi film, i suoi personaggi, le sue battute. Ma dell’uomo Alberto Sordi si sapeva molto poco. E questo non era casuale. Alberto era gelosissimo della propria vita privata. A noi familiari aveva fatto una raccomandazione molto precisa: i fatti nostri avremmo dovuto raccontarli soltanto quando lui fosse andato, come diceva con la sua proverbiale ironia e anche con una certa scaramanzia, “in orizzontale”. Quella raccomandazione l’ho sempre rispettata. 

Per questo ho aspettato. Prima ho scritto il libro “Alberto Sordi segreto”, pubblicato da Rubbettino con la prefazione di Gianni Canova, arrivato alla dodicesima ristampa. Dal volume è stato tratto il docufilm. Il passaggio dal libro al cinema nasce dalla volontà di utilizzare un linguaggio diverso per arrivare anche alle nuove generazioni e svelare altri aneddoti. Non volevo realizzare l’ennesimo documentario nel quale tre o quattro personaggi famosi raccontano per l’ennesima volta le stesse cose che conosciamo già. Volevo andare dietro la maschera. Non a caso nel docufilm compaiono per la prima volta, nella parte filmica, i genitori, gli zii, i nonni e gli amici di Alberto, attraverso ricostruzioni e testimonianze.

La narrazione parte dall’infanzia e arriva all’adolescenza e al ritorno a Roma di Alberto dopo il periodo trascorso a Milano. E c’è una cosa alla quale tenevo moltissimo: nel racconto familiare non ho voluto trasformare Alberto in un santino. Aveva pregi, ma aveva anche difetti, manie, fragilità, contraddizioni. Ed è proprio questo che lo rendeva umano.

Il progetto è stato realizzato senza finanziamenti pubblici, attraverso sponsor privati, e ha avuto un percorso internazionale prima di arrivare su Prime Video Italia. Attualmente è presente anche nei cataloghi di Prime Video negli Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia, Cina e Gran Bretagna. Il docufilm ha inoltre raggiunto, finora, 36 premi e riconoscimenti in Italia e all’estero: l’ultimo riconoscimento arrivato dagli Stati Uniti è stato il New York Film & Cinematography Awards come miglior docufilm.

Il risultato di Prime Video mi rende davvero felice perché dimostra quanto Alberto sia ancora così profondamente amato in Italia e all’estero e quanto il pubblico non lo abbia dimenticato. C’è il desiderio di conoscerlo più da vicino, non soltanto come l’attore che tutti apprezzano e amano, ma anche come uomo, con la sua storia, la sua personalità e la sua dimensione più privata. Credo che questo affetto testimoni quanto sia ancora vivo il legame tra lui e il pubblico e quanto le nuove generazioni abbiano voglia di scoprire la persona che si nascondeva dietro il grande attore.

Da quale punto di vista racconti tuo cugino?

Lo racconto dal punto di vista che mancava: quello familiare. Ci sono tanti ricordi che ho vissuto direttamente con lui, quelli delle cene al ristorante con mio padre e mio nonno, le mostre d’arte alle quali partecipava, gli incontri familiari. E poi ci sono i ricordi che mi sono stati tramandati da mio padre Alessandro e da mio nonno Primo Righetti, zio di Alberto. Per questo nel libro e poi nel docufilm ci sono tante cose che senza una memoria familiare sarebbe stato impossibile raccontare.

Per esempio, emerge il fatto che avesse pochissimi amici e che fosse molto selettivo nei rapporti personali.  Aveva una grande attrazione per la nobiltà. Una vera e propria curiosità, quasi una mania. Arrivava persino a fantasticare sulla possibilità di avere una storia con la regina Elisabetta. Sono aneddoti che raccontano una parte privata e curiosa della sua personalità. Aveva anche un rapporto particolare con la cultura e con gli oggetti. Amava l’antiquariato, i libri, le opere d’arte. E una delle cose che racconto è proprio la storia della sua libreria e di quella che poteva sembrare una grande cultura esibita anche attraverso i volumi. Ma Alberto era così: aveva le sue manie.

Amava moltissimo le case. Era gelosissimo delle sue proprietà. Amava gli animali. Era molto attento alle sue cose. E, contemporaneamente, aveva una straordinaria generosità in altri aspetti della vita. La leggenda della sua avarizia, poi, è una cosa che lui stesso ha saputo trasformare in materiale artistico. Era consapevole di questa fama e la cavalcava con ironia. Nel docufilm svelo il perché. Quello che mi interessava era proprio questo: non raccontare soltanto i pregi di Alberto, ma raccontare Alberto nella sua interezza. Perché se racconti soltanto il mito, alla fine non racconti più la persona. E attraverso la vita privata si comprendono anche molte scelte artistiche. Per questo “Alberto Sordi Secret” non è semplicemente un’operazione sulla memoria. È anche un modo per capire meglio la sua filmografia”.

Qual è stata “l’ultima visione” di Alberto Sordi?

Questa domanda mi porta direttamente a una delle cose che più mi colpiscono ancora oggi del suo pensiero. Alberto era molto critico nei confronti della televisione. Diceva una frase fortissima: “La televisione ha rovinato l’umanità”. Non perché la odiasse. Guardava i telegiornali, i film, alcuni programmi di intrattenimento e anche i talk show. Ma vedeva un pericolo nel modo in cui la televisione stava trasformando la società: il culto dell’apparire, l’esibizionismo, il consumismo, la necessità di mostrarsi. E qui Alberto era incredibilmente moderno. Diceva che stava trasformando la vita in un immenso palcoscenico.

E basta guardare oggi i social per capire quanto quella sua osservazione sia diventata ancora più attuale, no?

Esattamente. Lui era contrario alla trasformazione di chiunque in personaggio soltanto perché appariva davanti a una telecamera. Per questo era molto critico nei confronti di una televisione nella quale il contenuto rischiava di essere subordinato all’apparenza. E, coerentemente con questa idea, non amava prestarsi alla pubblicità commerciale: non voleva contribuire a quella logica consumistica che criticava. Aveva però riconosciuto alla televisione un grande potere: quello di rendere immortali le persone e di portare un’immagine a milioni di spettatori. La televisione, infatti, ha contribuito enormemente alla sua immortalità. 

Aveva anche un’altra grande preoccupazione: Roma che amava in maniera viscerale. Non avrebbe mai voluto vivere stabilmente altrove, nemmeno negli Stati Uniti, dove pure aveva ricevuto proposte e dove era amatissimo. Negli ultimi anni era molto amareggiato per come vedeva trasformata la città: il traffico, le automobili, i rifiuti, il degrado del centro storico. Se già allora era preoccupato per la trasformazione di Roma, viene spontaneo chiedersi che cosa direbbe oggi. In un’intervista del 1995 che Luca Colantoni realizzò con lui, Alberto disse una cosa che oggi suona impressionante: l’Italia avrebbe dovuto puntare sul turismo e sull’agricoltura, perché erano le vocazioni naturali del nostro Paese. E aggiungeva che, se fosse stata seguita quella strada, ci sarebbe stato lavoro per tutti. È un’altra delle sue intuizioni che meritano di essere riascoltate.

E c’è un ultimo elemento che per me riassume tutta la sua visione. Alberto amava profondamente l’Italia, ma non aveva paura di criticarla. Non era un critico esterno: era uno che apparteneva a quella stessa società che raccontava. I suoi italiani erano pieni di difetti, ma lui ne era affezionato. E proprio per questo riusciva a essere impietoso senza essere cinico. Il suo cinema ci diceva: guardatevi allo specchio. A distanza di tanti anni, quello specchio è ancora lì. E forse è proprio per questo che Alberto Sordi continua a essere così contemporaneo: perché non ha raccontato soltanto l’Italia del suo tempo. Ha raccontato comportamenti umani che continuano a ripetersi.

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Giornalista, Blogger, Autrice SIAE, Ufficio Stampa, esperta di cultura e comunicazione, con oltre 20 anni di esperienza nel settore della carta stampata, del web, della radio e della tv. Founder di Studio Lovatelli, è autrice di un docufilm, ha diretto e dirige alcuni magazine online. Rappresentante di Interessi Camera Deputati ed è socio fondatore dell’Associazione Mai Più Solo ODV ETS

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