C’è qualcosa di malinconicamente poetico, per non dire quasi grottesco, se non addirittura tragicomico, nell’assistere alla povertà assoluta dei palinsesti televisivi nostrani di questa stagione appena cominciata. Non so cosa ne pensiate voi, ma tra il Grande Fratello che, nonostante i più disperati tentativi come quello di invitare di nuovo Sonia Bruganelli, continua a fare acqua da tutte le parti e alcuni giudici di Ballando Con Le Stelle che, evidentemente, non hanno ancora compreso in che tipo di show si trovano pretendendo da Barbara d’Urso chissà che cosa, mi sembra che la televisione italiana stia cercando di darsi un tono moderno ad ogni costo, fallendo miseramente ogni volta.
Apprezzo lo sforzo, per carità, ma il risultato è oltremodo imbarazzante perché è come osservare un matusalemme che cerca di ambientarsi sulla pista da ballo di una festa per diciottenni. Un aspetto, quest’ultimo, che alle grandi emittenti, pubbliche e private, della nostra amata penisola pare importare davvero poco, tant’è che qualcuno (un Prime Video a caso), dopo una serie infinita di reality mal copiati, talent clonati e talk show travestiti da psicodrammi collettivi nella vana speranza di arginare il lecito effetto di “già visto”, ha ben pensato di importare da oltreoceano persino il fantomatico roast.
Tale format, di origine americana ovviamente, perché la subalternità politica era davvero troppo poca, ci voleva pure quella mediatica, prevede che si “bruci” o “arrostisca” (metaforicamente, purtroppo) una celebrità a suon di insulti e sarcasmo. Da noi lo hanno chiamato Roast in Peace e già dal titolo possiamo facilmente intuire che ad essere morta sul serio è proprio la creatività.
‘Roast in Peace’ è il funerale della risata firmato Prime Video
Condotto da Michela Giraud, che con la sua consueta ironia recita la parte della sacerdotessa della blasfemia televisiva, lo show promette risate al vetriolo. Ecco, appunto, promette, ma senza riuscirci, dal momento che, più che ad un “roast”, sembra di assistere un pranzo della domenica in cui nessuno dei parenti riunitisi per il sontuoso banchetto ha il coraggio di dire realmente ciò che pensa. Il che, ironicamente, dovrebbe essere proprio lo scopo del programma. A recitare la parte delle “ignare vittime”, invece, quei lontani cugini che alle riunioni di famiglia sanno già che verrà detto loro ciò che non vorrebbero mai sentire, un quartetto che ha del paradossale, essendo formato da volti che hanno quel non so che di monumento nazionale all’incoerenza mediatica.
Primo fra tutti Francesco Totti che, tra una Guerra dei Rolex e un congiuntivo non azzeccato neppure per sbaglio, è sorprendentemente più divertente dei comici presenti in salta. A seguirlo Selvaggia Lucarelli che non ha bisogno che qualcuno la ‘roasti’ perché fa tutto da sola, con un fiammifero, una newsletter e un ego a prova di estintore. Roberto Saviano, che affronta la puntata con la stessa noia con cui Giorgia Meloni interverrebbe ad una conferenza ONU sulla libertà d’espressione. E infine Elettra Lamborghini, che tra una risata e una spruzzata di glitter è in grado di far fare PEM PEM pure a quei due neuroni che forse le sono rimasti.
E per concludere, come se non fosse già abbastanza, ad officiare il funerale del buon gusto ci pensa un gruppo di comici degno di nota: Stefano Rapone, Edoardo Ferrario, Beatrice Arnera, Eleazaro Rossi, Corrado Nuzzo e Maria Di Biase. Insomma, un cast variegato che sarebbe in grado di far piangere persino le bare in un cimitero.
Il problema non è tanto il programma quanto il contesto
Ciò nonostante, il problema non è tanto Roast in Peace quanto il contesto in cui nasce: un panorama televisivo che ha scambiato l’innovazione con il riciclo. Ogni idea “nuova”, si fa per dire chiaramente, arriva dagli Stati Uniti, tradotta male e servita anche peggio. Non so, è come se avessimo preso l’ironia tagliente americana e l’avessimo trasformata in un brunch domenicale: gentile, zuccherata e con un po’ di senso di colpa. D’altronde, come diceva Oscar Wilde
La verità è raramente pura e mai semplice
Ebbene, nel nostro caso, non è nemmeno divertente. Ci piace pensare di essere audaci, ma la verità, e sono felice di dover essere io a ricordarvelo per l’ennesima volta, è che hanno addomesticato la nostra satira, preparandola in modo tale che non possa disturbare più nessuno. Abbiamo la comicità più politicamente corretta d’Europa e la convinzione di essere dissacranti. Peccato solo, però, per citare le parole di una mia carissima amica di non molto tempo fa, che sia “proprio la convinzione a fottere la gente“. “Riposa In Pace”, così parafrasa il titolo. Chissà, magari dovremmo seriamente prenderlo alla lettera!
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite de “L’irriverente”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
