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Un rantolo nel buio (1972), l’esordio alla regia di Fraker che ha dato vita ad una pellicola all’avanguardia e a tinte “queer”

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Un rantolo nel buio

Un rantolo nel buio. Nel cuore freddo del Canada del Sud, vicino a Manitoba, una grande magione custodisce i sussurri di un incubo. Qui vive reclusa la quindicenne Marguerite (Sondra Locke), creatura eterea e perturbante, insieme alla madre Katherine (Mary Ure) e all’arcigna nonna Julia (Signe Asso). Il tempo sembra sospeso. La quotidianità della ragazza è scandita da gesti rituali e infantili: dipinge figure inquietanti, dialoga con le sue bambole, e riversa ogni emozione nel suo confidente silenzioso, un bambolotto di pezza chiamato Aaron.

Marguerite è fragile, malata, psicologicamente instabile. Costretta a iniezioni quotidiane di insulina, attende il ritorno di un padre idealizzato come un principe delle fiabe. Quando, dopo dieci anni d’assenza, Michael (Robert Shaw) riappare con l’intenzione di ufficializzare il divorzio da Katherine e risposarsi con Anne (Sally Kellerman), il sottile equilibrio domestico si disintegra.

L’imperturbabile equilibrio viene disturbato

Il legame tra padre e figlia si carica di un’ambiguità disturbante, mentre la tensione nella casa sale fino a sfociare in un’escalation di violenza, mistero e follia. Conosciuto principalmente come direttore della fotografia (Rosemary’s Baby, Bullitt, Tombstone), William A. Fraker esordisce qui (e per l’unica volta) alla regia, firmando un’opera rarefatta e straniante, in bilico tra gotico familiare e psicodramma moderno. Il suo occhio da fotografo si traduce in una composizione visiva ricercata: ambienti ovattati, luci gelide, spazi chiusi che sembrano riflettere le inquietudini interiori dei personaggi.

Locandina/Credit: Filippo Kulberg Taub

La casa stessa diventa una trappola mentale. Ogni stanza, ogni oggetto – gli specchi, i giocattoli, i quadri – assume un valore simbolico e minaccioso, facendo di Un rantolo nel buio una variazione disturbante sul tema della “casa come proiezione dell’inconscio”. Sotto la superficie narrativa si cela un reticolo fitto di significati: il rapporto malato tra genitori e figli, l’identità sessuale repressa, la paura del corpo e del cambiamento. Marguerite non è semplicemente una giovane psicologicamente instabile: è l’incarnazione di un’identità spezzata, prigioniera di una rete familiare tossica e controllante.

Un’anticipazione delle odierne letture “queer”?

L’ambiguità sessuale che si insinua nel racconto – senza anticipare troppo – apre a letture che oggi definiremmo “queer”: la ricerca dell’identità, il trauma della normatività, la psicosi come risposta estrema alla negazione del sé. È un film molto più moderno di quanto sembri. Sondra Locke, già celebrata per L’urlo del silenzio (The Heart is a Lonely Hunter, Robert Ellis Miller, 1968) offre qui una delle sue interpretazioni più disturbanti. Il suo volto diafano e i suoi sguardi penetranti restituiscono una Marguerite tanto innocente quanto inquietante. Locke attraversa con naturalezza un registro che va dal candore infantile alla furia omicida. Robert Shaw, dal canto suo, incarna un padre enigmatico, a tratti tenero, a tratti spaventoso.

Il suo rapporto con la figlia è intessuto di carezze trattenute, sguardi incerti, silenzi carichi di tensione. Anne (Sally Kellerman) è l’unica figura che intuisce l’abisso in cui stanno precipitando tutti – ma sarà troppo tardi.

Il montaggio frammentato e talvolta onirico, accostato a una colonna sonora sussurrata, contribuisce a costruire un’atmosfera di disagio costante. Fraker evita il sensazionalismo e lavora di sottrazione: il terrore non è nei gesti espliciti, ma negli scarti impercettibili, negli sguardi, nei piccoli squilibri.

“Un rantolo nel buio”: un horror psicologico all’avanguardia per la sua epoca

Il film rientra in quella tendenza anni Settanta che ha ridefinito l’horror psicologico, affiancandosi – pur restando ai margini – a titoli come Images di Altman o Repulsion di Polanski. Il finale di Un rantolo nel buio è un colpo di scena tanto sorprendente quanto coerente con i segnali disseminati lungo il film. È una rivelazione che costringe lo spettatore a rileggere l’intero racconto in retrospettiva, e che pone domande scomode su identità, normalità e rimozione.

Distribuito solo nel 1973 dopo una lunga gestazione produttiva, il film venne accolto tiepidamente, forse perché troppo ambiguo, troppo disturbante, troppo avanti per il suo tempo. Eppure oggi merita una piena rivalutazione: come gemma nascosta del thriller psicologico, come testimonianza di un cinema che osa affrontare l’oscuro e l’invisibile.

Edito in DVD da Sinister Film nel 2013, Un rantolo nel buio è un’opera unica, dissonante, imperfetta ma affascinante. Lasciatevi catturare dal suo incantesimo malato, e vi garantisco che quel rantolo nel buio continuerà a riecheggiare nei vostri pensieri ben oltre i titoli di coda.

Buona visione. E come sempre, alla prossima!

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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