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Capo Verde, l’Africa che profuma di “no stress” tra oceano, deserto e tradizioni

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Capo Verde
Un piccolo squalo limone nelle acque di Capo Verde/Credit: Aristide Malnati

l vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi — Marcel Proust

Un lembo d’Africa, distribuito in dieci piccole isole e sperduto, quasi ingoiato nel mezzo dell’Oceano Atlantico. Arriviamo a Capo Verde al termine di un piacevole viaggio aereo (ogni sabato neanche sei ore diretto da Bergamo – Orio al Serio, con la Cabo Verde Airlines) che ci conduce all’aeroporto Amilcar Cabral dell’isola di Sal, la più “international” del gruppo di isole capoverdiane.

Sal, porta d’ingresso a Capo Verde tra mare e cultura locale

Sal, ancora oggi fedele al suo nome grazie all’estrazione del prezioso minerale presso la saline di Pedra de Lume, ci accoglie con un brezza leggera che mitiga caldo e umidità comunque da queste parti mai opprimenti durante tutto l’anno. Il tragitto è di una decina di chilometri e arriviamo così a Santa Maria, villaggio ancorato a tradizioni locali (dai pescatori agli artigiani che fabbricano oggettini tipici), ma aperto alla presenza di turisti, soprattutto europei, in gran parte famiglie amanti di paradisi selvaggi, ma in contesti accessibili e tranquilli.

Isola di Sal, la spiaggia bianca e l’Oceano Atlantico/Credit: Aristide Malnati

“Sì perché il motto capoverdiano è ‘No stress’, che significa sorriso, disponibilità, apertura allo straniero e voglia di dialogare, magari in un chiringuito lungo la spiaggia”, dice Andrea Stefanina, imprenditore bresciano e ormai capoverdiamo DOC, che qui dal 1996 ha avviato un attività di turismo responsabile, che porta ogni anno su questi atolli migliaia di turisti, “nel pieno rispetto dell’ambiente e delle tradizioni locali”, tiene a sottolineare. Tradizioni che sono soprattutto legate alla pesca e, dunque, al food, ma anche a piccoli manufatti in legno, pietre dure, giunco e, ovviamente, a stoffe colorate per bellissimi parei dal disegno dirompente che ci ricordano ogni volta il calore e la fierezza dell’Africa più vera.

Tra spiagge dorate e deserto: l’anima selvaggia dell’isola

Il motto di Capo Verde/Credit: Aristide Malnati

Un’Africa che ha in più un tocco di samba e capoeira, dato che, se il Senegal è a 500 km, le coste del Nord Est del Brasile (Recife e Fortaleza per intenderci) sono a neanche due ore da aereo. Il giorno seguente all’arrivo ci buttiamo subito a goderci la distesa giallo-oro (o bianchissima, a secondo della posizione del sole) della spiaggia del resort-hotel Halos – il fiore all’occhiello della Capo Verde Time, il tour operator di Stefanina -. Con noi sulla battigia giovani capoverdiani, che però non perdono tempo sotto l’ombrellone, ma si lanciano lungo le dune in riva al mare, a volte a dorso di cavallo.

Per chi poi volesse provare il brivido della velocità nel deserto, c’è il percorso con i quad, soprattutto nella zona nord di Terra Boa (“Buona terra”, in portoghese – i portoghesi colonizzarono queste popolazioni, che oggi, anche dopo la recente, giustissima indipendenza, ne parlano la lingua e che professano la religione cattolica).

Burracona e Terra Boa: paesaggi tra miraggi e oceano

Il deserto di Terra Boa, pur di dimensioni ridotte, contiene tutti i crismi di un’autentica distesa di sabbia finissima alternata a strati rocciosi: cactus, baobab, agavi, grotte e piccole alture, ma anche piccole oasi con miraggi. E, quando le dune lambiscono il mare, a Burracona, c’è una vera perla paesaggistica, quasi un dipinto di Gauguin: un alto dirupo di roccia da dove lo sguardo, per chi non soffre di vertigini, si lancia nel vuoto verso il blu dell’oceano che rientra in una piccola baia, una piscina naturale, dove è incantevole nuotare al riparo da vento e flutti.

In queste zone, poi, ritorniamo verso sera per assistere a uno straordinario spettacolo di fauna selvaggia: una grossa tartaruga marina, che da qui è partita anni e anni orsono, dopo un lungo tragitto per migliaia di chilometri in mare, il tragitto di una vita, qui ritorna per deporre le uova in una buca scavata sul bagnasciuga. Un evento quasi miracoloso, il ciclo infinito della vita che va avanti.

Pedra de Lume e la magia della natura: tra saline, squali e tartarughe

Salina di Pedra de Lume/Credit: Aristide Malnati

Il giorno seguente ci spostiamo verso il cratere di un vulcano ormai inattivo da secoli, nel quale si è formato un bacino d’acqua, un’acqua fortemente salata, anche più del Mar Morto: appunto le saline di Pedra de Lume, miniera di questo minerale prezioso, al centro dei commerci e dell’economia capoverdiana fin dai tempi dei portoghesi. Ancora si vedono i binari dei vagoncini e qualche vagoncino stesso per lo sfruttamento di questa importante risorsa.

Oggi, però, si tratta di una risorsa prettamente turistica, legata alla curiosità e all’interesse verso il passato, ma legata anche al turismo wellness, dato che le proprietà terapeutiche per la salute della pelle e anche per la sua semplice cosmesi sono ormai riconosciute da tutti i luminari della dermatologia. Un paesaggio lunare, comunque, di grande impatto, multicolore a secondo di come i raggi del sole illuminino i cristalli di sale depositatisi attorno al bacino idrico: uno spettacolo affascinante, surreale, unico. Così come emozionante è fare il bagno presso la riva delle zona vicino a Pedra de Lume, in mezzo ai piccoli squali-limone.

La fauna locale
Tartaruga marina depone le uova (illuminate) in una buca nella sabbia/Credit: Aristide Malnati

Diciamo subito piccoli squaletti, nati da poco, che si nutrono ancora di micro pesci e che nuotano quasi accarezzando le gambe di chi, come noi, si è avventurato nell’acqua alta 70 cm massimo per conoscerli da vicino. Questi teneri cuccioli, futuri predatori terribili, riescono a differenza degli squali adulti a sfruttare passaggi, pertugi ridotti tra la barriera corallina e a venire a riva per nutrirsi di prede di piccole dimensioni più facilmente che in mare aperto dove la concorrenza è spietata. I loro genitori non passano, stanno al largo (ne vediamo le pinne), se così non fosse non saremmo qui a scrivere questo reportage.

E così carichi di emozioni date da una natura pregnante, wild (da ricordare l’orto botanico lussureggiante a tre km a nord di Santa Maria, curato da Paola Mariani), torniamo per sorseggiare una caipirinha in riva al mare, contemplando, mentre i surfisti ritornano, la linea dell’orizzonte che piano piano con il tramontare del sole non si distingue più lasciando spazio al buio della sera.

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Aristide Malnati è un papirologo italiano, archeologo e mummiologo, noto per la sua partecipazione a vari programmi televisivi. Ha studiato al Liceo Classico "Omero" di Milano e ha conseguito la laurea in Lettere Classiche presso l'Università Statale di Milano, ottenendo due dottorati a Strasburgo, una specializzazione in Filologia Classica all'Università di Zurigo e una D.E.A. in Papirologia Greca all'Università di Strasburgo. Ha preso parte a oltre 15 partecipazioni a scavi in Egitto ed è curatore della traduzione di testi filosofici. Il primo testo da lui studiato è un ampio frammento in greco antico del III-II secolo a.C., reperto che ha poi attribuito ad un'opera del primo stoicismo, di cui è la prima testimonianza diretta.

Virginia Reniero è da sempre una grande appassionata di arte e grandi nomi della Storia. Ha studiato Economia all’Università di Verona, specializzandosi poi a Milano presso l’Università Bicocca e finendo il percorso universitario di impronta economico-turistica a Mosca conseguendo così anche una doppia laurea. Dal 2014 collabora con l’archeologo Aristide Malnati, con cui ha girovagato per gran parte del Sud-est asiatico. È anche presentatrice televisiva e modella.

I due conducono insieme, su Telenova, il programma "Storie e misteri".

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