Lo stavo frequentando da qualche mese ed ero letteralmente al settimo cielo, convinta che fosse l’uomo perfetto per me. Avevamo gli stessi gusti, condividevamo i ricordi della giovinezza, passioni simili e interessi che si intrecciavano in un modo quasi sorprendente. Nonostante lo conoscessi da poco tempo, dentro di me vibrava la netta sensazione di averlo da sempre nella mia vita, al punto da considerarlo la mia anima gemella.
Senza nemmeno rendercene conto avevamo già iniziato a parlare di futuro: tutto appariva naturale, spontaneo e rassicurante, avvolto in quella profonda serenità che si prova solo quando pensi di aver finalmente trovato il tuo posto nel mondo. Lui si mostrava sempre gentile, premuroso e disponibile, e ogni volta che il suo nome compariva sul display del telefono, il mio cuore accelerava come quello di una ragazzina al primo amore.
La prima crepa nella perfezione
Poi, improvvisamente, accadde qualcosa. Si trattò di un episodio piccolo e apparentemente insignificante, uno di quei classici momenti che, se osservati da soli, sembrano non voler dire nulla, ma che in realtà nascondono tutto.
Ricordo ancora quel giorno nei minimi dettagli: mi trovavo sulla banchina della metropolitana e, mossa dal desiderio di sentirlo, decisi di chiamarlo. Mi rispose con un tono decisamente diverso dal solito, visibilmente nervoso perché stava lavorando al computer mentre un cliente continuava a contestargli un progetto. Proprio mentre eravamo al telefono, gli arrivò una mail da quella persona; la lesse e, in un istante, esplose in una bestemmia urlata, insulti pesanti e una rabbia del tutto incontrollata.
Rimasi completamente senza parole e, con voce flebile, riuscii solo a sussurrare: “Ma hai bestemmiato…”. In un attimo, come per magia, tornò calmo, si scusò e la sua voce ridiventò dolce e affettuosa, rimettendo apparentemente ogni cosa al proprio posto. Ci salutammo e io salii sulla metro, ma dentro di me sentii qualcosa di strano. Non era paura e non era rabbia, bensì un profondo disagio: quella sottile e fastidiosa sensazione che si prova quando la realtà che hai davanti non coincide più con l’immagine ideale che ti sei costruita nella mente. Eppure, scelsi di ignorarla.
La seconda red flag che ho deciso di giustificare
Circa un mese dopo mi trovavo a casa sua quando ricevette una telefonata dall’ex moglie, la stessa donna che lui definiva abitualmente “pazza” o “ignorante”, insieme a molti altri appellativi che ancora oggi mi fanno rabbrividire. Cominciarono a discutere e i toni salirono molto rapidamente, mentre litigavano per questioni economiche legate ai figli. Anche se provavo a non ascoltare, alcune frasi arrivavano comunque alle mie orecchie e non mi piacevano affatto.
Quando la telefonata finalmente terminò, l’atmosfera era satura di tensione: lui sbatté un pugno sul tavolo facendosi male, imprecò, si tolse l’orologio dal polso e lo scagliò con violenza contro il divano. Rimasi immobile, congelata da quella scena. Di nuovo avvertii quella sensazione, di nuovo quel disagio e quella voce interiore che cercava disperatamente di avvertirmi. Poi, però, lui si voltò verso di me, sorrise, mi abbracciò e mi baciò, dicendomi che finalmente aveva trovato una donna diversa da quella “stronxa”. Io ricambiai il sorriso, lo baciai e, ancora una volta, scelsi di mettere a tacere ciò che stavo provando.
Le red flag non sono sempre urla, minacce o violenza
A distanza di anni posso dirlo con assoluta certezza: quegli episodi non rappresentavano il problema principale, ma erano semplicemente il sintomo di qualcosa di più profondo. Le vere red flag, infatti, non sono necessariamente comportamenti clamorosi o violenti; molto spesso si nascondono nelle sottili incoerenze, in quelle fratture improvvise tra ciò che una persona mostra di essere e ciò che lascia intravedere per pochissimi secondi.
Adesso so che quello che mi metteva davvero a disagio non era la bestemmia in sé e nemmeno l’orologio lanciato sul divano, bensì il passaggio repentino e quasi spaventoso dalla rabbia incontrollata alla dolcezza perfetta. Era l’abisso insondabile tra la sua maschera e ciò che si intravedeva dietro di essa. Con il passare del tempo arrivarono le bugie, le triangolazioni con altre donne, i silenzi punitivi, le manipolazioni psicologiche e le classiche lacrime di coccodrillo, ma i primi segnali d’allarme erano già tutti lì. Li avevo visti chiaramente, ma avevo semplicemente scelto di trovare una spiegazione logica per ognuno di essi.
L’errore non è non vedere: è restare
Chi si trova intrappolato in una relazione tossica si sente spesso rivolgere la solita, giudicante domanda:
Ma come è possibile che tu non te ne sia accorta?
La verità è che ce ne accorgiamo molto più spesso di quanto vogliamo ammettere. Il vero problema non è la cecità, ma la nostra tendenza a giustificare, minimizzare e razionalizzare ogni comportamento ambiguo.
Ci convinciamo che sia stato solo un momento difficile, che in fondo tutti possono sbagliare, che nessuno è perfetto e che l’amore richieda sempre comprensione e sacrificio. Così facendo, però, tradiamo noi stessi e il nostro istinto molto prima ancora che l’altro inizi a tradire la nostra fiducia.
Ascolta quel disagio e impara a salvarti
Oggi ho finalmente imparato che il disagio emotivo non si manifesta mai per caso e che merita ascolto, attenzione e profondo rispetto perché quella dinamica raramente potrà condurre a qualcosa di sano.
Se oggi potessi parlare alla donna che ero allora, non le direi la classica frase: “Scappa perché lui è un narcisista”.
Le direi qualcosa di molto più semplice ma fondamentale “Smetti di giustificare o mettere a tacere ciò che ti fa stare male e ascoltati attentamente”.
E poi ancora “Se sto così male già adesso, per quale motivo continuo a convincermi che domani andrà meglio?”.
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