Cinque Maggio: Alessandro Manzoni ci invita ad una riflessione attuale che supera il contesto di Napoleone Bonaparte

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Cinque maggio

[…]Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza […]

Il Cinque maggio di Alessandro Manzoni è senza ombra di dubbio dei più intensi e significativi componimenti della letteratura italiana del XIX secolo. L’autore, in effetti, riesce a trasformare un evento epocale – la morte di Napoleone Bonaparte sull’isola di Sant’Elena, dov’era in esilio, il 5 maggio 1821 – in un momento di riflessione universale sulla gloria, la caducità della vita, l’intervento della divina Provvidenza nella vita umana, il ruolo dell’individuo nella Storia e il giudizio finale. Il tono solenne e meditativo del poema, unito ad un sapiente uso dell’endecasillabo sciolto, crea un ritmo che accompagna il lettore nel viaggio interiore dell’imperatore, dalla potenza terrena alla resa spirituale finale.

Ma come nacque il “Cinque Maggio”?

Quando lesse della scomparsa improvvisa di Napoleone, costretto all’esilio in seguito alla sconfitta di Waterloo, Manzoni ne rimase profondamente perturbato, tant’è che compose l’ode nel giro di pochi giorni. D’altronde, la figura napoleonica, che piaccia oppure no, è una delle più enigmatiche e controverse di tutti i tempi, e il suo ruolo nell’avvio del mondo all’età moderna o comunque verso una nuova visione è per molti innegabile.

La figura di Napoleone Bonaparte

Nato nel 1769 ad Ajaccio, in Corsica, da una famiglia della piccola nobiltà, si è dedicato fin da ragazzo alla carriera delle armi, terminando la sua formazione nella scuola militare di Parigi. Nel 1785, poi, venne nominato “sottotenente di artiglieria”. Abbandonate le iniziali simpatie per Pasquale Paoli, che vagheggiava l’indipendenza della Corsica dalla Francia, nel 1793, in piena Rivoluzione Francese, dopo essersi schierato a favore del governo giacobino, ebbe un ruolo decisivo nella riconquista di Tolone, occupata all’epoca dagli inglesi. Un’impresa fruttuosa, che gli permise di aggiudicarsi una promozione a “generale di brigata”.

Con la fine del governo di Robespierre (1794), però, cadde in disgrazia per risollevarsi l’anno successivo, quando Paul Barras (1795) gli affidò l’incarico di reprimere i gruppi realisti che miravano alla restaurazione della monarchia e gli fece ottenere i gradi di “generale di divisione” nonché di “comandante d’armata”. Ma non solo. Anzi, nel 1796, scelto direttamente dal governo francese del Direttorio, a poco più di ventisei anni divenne comandante dell’armata d’Italia.

A seguito di ciò, con un esercito di 38mila uomini italiani, mise rapidamente in rotta gli eserciti austro-piemontesi, inducendo Vittorio Amedeo III a firmare in aprile l’armistizio di Cherasco contro ogni aspettativa. Il 15 maggio entrò in Milano, abbandonata dagli Austriaci, occupando le legazioni pontificie e sottomettendo i ducati di Modena e Parma. Nel 1797, successivamente ad una nuova sconfitta ai danni degli austriaci, impose a Papa Pio VI la pace di Tolentino, indusse l’arciduca d’Austria Carlo a firmare i preliminari di pace di Loeben e piegò la Repubblica di Venezia. In altre parole, Napoleone si ritrovò ad essere il padrone assoluto dell’Italia settentrionale e centrale, saccheggiando senza scrupolo i territori della penisola a vantaggio della Francia, da un lato, e riorganizzandoli, dall’altro.

Un genio militare salito al trono imperiale

Insomma, tralasciando le successive divagazioni storico-letterarie sulla vita di Bonaparte, di cui in tanti saremmo sicuramente a conoscenza, è evidente che nel mondo occidentale egli sia paragonabile soltanto a Giulio Cesare. Non a caso, proprio come questi fu un genio militare senza pari e un notevole legislatore in un momento di trapasso da un’epoca ad un’altra. E inoltre, fu perfino l’artefice, nell’Europa continentale di fine ‘700 e inizio ‘800, della definitiva trasformazione dell’assetto sociale dell’ancien regime in società borghese.

Che dire, una leggenda vivente il cui mito è stato alimentato per la prima volta nientemeno che dal diretto interessato. Già con la “campagna d’Italia” si era imposto come una personalità eccezionale dinanzi ad amici e nemici, e fu nel periodo di “massimo splendore” che egli mise in moto un’ulteriore campagna, volta ad accrescere la propria esaltazione e il culto della sua personalità. In più, con la sua morte, quella del generale vittorioso, dell’impareggiabile condottiero, del piccolo ufficiale corso asceso al trono imperiale, del legislatore che aveva dato ordine all’Europa, è una “parabola” reale che non è mai venuta meno.

Certo, alla costruzione di un siffatto immaginario, seppur in chiave negativa, ha senz’altro contribuito anche la propaganda dei paesi ostili, a partire dall’Inghilterra che lo denunciò come un tiranno mai sazio delle sue prede, un sovvertitore della pace, un distruttore delle più venerande istituzioni e, per finire, un carceriere di un Pontefice.

La tradizione letteraria

Da un punto di vista letterario, la vicenda napoleonica ha una tradizione piuttosto ricca. In primis, fu Bonaparte stesso che, ben conscio della sua determinante posizione, a fornirne un’interpretazione stendendo il Memoriale di Sant’Elena, pubblicato poco dopo la sua dipartita, in cui rivendicava il merito di aver portato alla sua unica conclusione possibile la Rivoluzione Francese e di aver guidato il continente europeo in direzione di un livello più alto di modernità politica, civile e sociale.

A seguire, invece, furono autori del calibro di Ugo Foscolo, Madame de Stäel, Stendhal, Alessandro Manzoni, Honoré de Balzac e Lev N. Tolstoj a tramandarne le gesta.

Il “Cinque maggio” di Alessandro Manzoni

In particolare, fu la penna de “I Promessi Sposi” ad elaborarne una delle più interessanti raffigurazioni, una di quelle che trascende il ricordo dello scaltro condottiero alimentato dalle testimonianze storiche. Ciò che colpisce è il modo in cui Manzoni riesce ad umanizzare una figura storica piuttosto “spigolosa” e di difficile trattazione. Non si sofferma soltanto sulla sua grandezza militare e politica, ma ne mette in luce anche (e soprattutto) l’aspetto più fragile e intimo: quello di un uomo solo, spogliato del potere, costretto al confronto con se stesso e con Dio. Questo sguardo pietoso e spirituale riflette profondamente la visione cristiana dell’autore, che vede la fine dell’eroe non come una sconfitta, ma come una possibile redenzione.

Per carità, è vero che il poeta lascia a noi l’ultima parola, ma lo fa restando consapevole che per un personaggio di tale rilievo non basteranno intere generazioni per comprenderne ogni aspetto. A tal proposito, il valore autentico del Cinque maggio sta esattamente nella sua attualità perché invita ad una riflessione che supera il contesto napoleonico. L’idea che la vera grandezza non risieda nei trionfi mondani, ma nella coscienza e nel destino dell’anima, tocca corde universali dal momento che, pur radicata nel Romanticismo e nella storia del suo tempo, l’ode continua a parlare a chiunque si interroghi sul senso del potere, della “fama” e della memoria.

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Bartolomeo Di Giovanni (detto Theo) è nato a Palermo il 2 Giugno 1975, ha conseguito la laurea in filosofia presso l’università di Palermo, docente di materie umanistiche. Ha collaborato con realtà poetiche dei paesi dell’Est, e del Messico, ha in attivo diverse pubblicazioni di silloge poetiche e saggi di filosofia psicopedagogica, le opere sono state tradotte in Spagnolo, Russo, Rumeno, Arabo. Scrive per alcune riviste articoli sulla cultura letteraria antica e contemporanea, esperto e studioso di Dante Alighieri e di Ebraico biblico. Nel 2013 fonda il movimento culturale “Una piuma per Alda Merini” per la salvaguardia del patrimonio poetico della poetessa dei navigli. Collabora con Wikipoesia per la estensione della nascente Repubblica dei Poeti, di cui è console e cavaliere con distintivo dell’ Ordine di Dante Alighieri. Ha ricevuto da parte della Ordine dei poeti della Bielorussia, e di altre realtà culturali l’appellativo di “Vate”. Nel 2024 gli viene conferito il premio : Cattedra della Pace, tenutosi ad Assisi, nello stesso anno diviene vicepresidente di WikiPace.

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