Gianfranco Paglia, il valore della divisa non si toglie mai: le opinioni passano, ma la storia resta

4 mins read
Gianfranco Paglia

Le polemiche che hanno investito il tenente colonnello Gianfranco Paglia dopo le sue parole sul generale Roberto Vannacci raccontano qualcosa che va ben oltre il confronto tra due uomini. Riguardano infatti il nostro rapporto con le istituzioni, con la memoria e con il rispetto dovuto a chi ha servito lo Stato pagando sulla propria pelle il prezzo più alto. Ci sono uomini dei quali possiamo discutere le opinioni, contestare le parole e persino non condividere le posizioni, ma al tempo stesso esistono anche storie davanti alle quali, prima ancora di esprimere un giudizio, dovremmo imparare (o ritornare) a riflettere, perché come diceva la filosofa e teorica politica tedesca Hannah Arendt:

La libertà di opinione è una farsa se l’informazione sui fatti non è garantita

Del resto, Medaglia d’Oro al Valor Militare, Paglia è rimasto gravemente ferito nel 1993 durante la missione italiana in Somalia, perdendo l’uso delle gambe. La sua vicenda personale e militare appartiene ormai alla memoria delle nostre Forze Armate e, più in generale, alla storia di quegli italiani che hanno interpretato il servizio allo Stato non come una formula retorica, ma come una responsabilità concreta. Per questo trovo francamente fuori luogo, e in alcuni casi profondamente ingenerose, molte delle polemiche che lo hanno investito in questi giorni.

Gianfranco Paglia, Vannacci e il diritto di esprimere un’opinione

Ci sono simboli che appartengono a un ruolo e altri che finiscono per raccontare una persona: l’uniforme, in fondo, è anche la misura delle responsabilità che si scelgono di portare/Credit: web

Il motivo è noto. Paglia ha contestato alcune posizioni del generale Vannacci, arrivando ad affermare che determinate dichiarazioni rischiano di “macchiare l’uniforme” e non rappresentano, secondo la sua visione, i valori delle Forze Armate. Si può essere d’accordo oppure no. È questa, dopotutto, la natura stessa di una democrazia: consentire a ciascuno di esprimere le proprie convinzioni e agli altri di criticarle. Anche duramente. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra il confronto e la delegittimazione, tra la critica e l’aggressione personale, e nell’epoca dei social sembriamo aver dimenticato.

Paglia ha espresso un’opinione forte, certamente, ma lo ha fatto partendo da una concezione altrettanto forte dell’etica militare. Quando sostiene che l’uniforme non debba essere “macchiata”, richiama un principio che merita almeno di essere ascoltato: le Forze Armate rappresentano lo Stato e dovrebbero continuare a essere percepite come un presidio di unità, autorevolezza e credibilità. Ciò non significa sottrarre un generale, un ufficiale o qualsiasi altro cittadino alla critica. Significa, semmai, ricordare che esistono ruoli nei quali le parole hanno inevitabilmente un peso diverso.

Il tribunale permanente dei social

C’è poi un altro aspetto della vicenda che dovrebbe preoccuparci. Viviamo in una società nella quale il giudizio precede sempre più spesso la conoscenza. Bastano poche parole, un titolo, una dichiarazione estrapolata dal contesto e immediatamente si formano schieramenti contrapposti. Il social network diventa un tribunale permanente e la sentenza arriva quasi sempre prima dei fatti. Così si dimentica facilmente chi abbiamo davanti. Per carità, persino le considerazioni di Paglia possono essere ritenute discutibili, ma perlomeno bisognerebbe avere rispetto delle posizioni di ciascuno, nei limiti del possibile.

Si può rispondere a Paglia, lo si può contestarlo e si può per giunta sostenere che abbia torto, ma trasformare il dissenso in disprezzo significa impoverire il dibattito pubblico e dimenticare la misura che dovrebbe accompagnare ogni confronto civile.

Tra il fragore delle polemiche e la velocità dei giudizi, resta sempre una cosa che i social non sanno misurare: il peso di una storia personale/Credit: web

La divisa non è un vestito come un altro

C’è inoltre una convinzione che personalmente considero fondamentale: la divisa non è un abito che si indossa al mattino e si ripone in un armadio alla sera. Essa rappresenta una responsabilità, perché chi sceglie di servire il proprio Paese assume un impegno che non si esaurisce con un incarico, con una missione e neppure necessariamente con il congedo. Rimangono una disciplina, un senso del dovere, una concezione del servizio e dell’appartenenza alle istituzioni che lo accompagnano per tutta la vita. Insomma, è un po’ come se non la si togliesse mai.

Pertanto, esprimo a Paglia la mia piena solidarietà, e non lo faccio perché io ritenga che un eroe debba avere automaticamente ragione, sarebbe un ragionamento sbagliato e contrario alla stessa libertà di pensiero che vogliamo difendere. Anzi, lo faccio perché credo che un uomo nella sua posizione non possa essere trasformato con leggerezza nel bersaglio del giorno. E poi, diciamocelo chiaramente, ridurre tutto ad una scelta tra Paglia e Vannacci sarebbe un errore. Non dovrebbe essere questo il punto, perché dovremmo concentrarci maggiormente sul confine tra libertà individuale, ruolo pubblico e responsabilità istituzionale. È possibile avere idee differenti su dove debba essere tracciato quel confine. Anzi, è giusto discuterne, ma una democrazia matura non ha bisogno di trasformare ogni divergenza in una guerra tra tifoserie.

Abbiamo già abbastanza fazioni. Ciò di cui avremmo bisogno è recuperare il senso delle istituzioni e, in particolar modo, quello della memoria, dal momento che una realtà che non rammenta finisce inevitabilmente per giudicare tutto sulla base dell’ultimo post pubblicato, dell’ultima polemica o dell’ultimo titolo diventato virale.

Prima di giudicare, ricordiamo

La vicenda di Paglia ci obbliga a chiederci che tipo di rapporto abbiamo con coloro che hanno servito lo Stato. Possiamo davvero dimenticare una vita intera davanti a una dichiarazione che non condividiamo? Credo di no. Il rispetto non impone il silenzio e non pretende l’unanimità. Permette il dissenso, ma gli assegna un limite che si chiama dignità. In fondo, la libertà di parola non ci obbliga alla ferocia. Perciò, prima di giudicare, ricordiamo; prima di attaccare, impariamo a conoscere; prima di trasformare qualcuno in un nemico, riconosciamo la storia che porta con sé.

Le opinioni cambieranno pure, le polemiche passeranno e i social media dimenticheranno in fretta, ma il servizio alla nazione, invece, quello che rimane per sempre!

Leggi anche:

Roberto Vannacci, altro che Futuro Nazionale, qui c’è l’ombra di un inglorioso passato! – L’Opinione

Roberto Vannacci, tra “nostalgia canaglia” e fake news: se Mussolini avesse davvero fatto “anche cose buone”, gente come lui non avrebbe diritto di parola! – L’Opinione

Berlino, chi ha paura del Pride? Dall’estremismo islamico all’ultra destra, la libertà finisce nel mirino dell’odio – L’Opinione

Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sitoInstagramFacebook e LinkedIn

Nato a Reggio Calabria nel 1972, è un consulente tecnico esterno al Senato della Repubblica, membro della Segreteria di Stato, consulente tecnico per le ambasciate italiane all'estero, Presidente e Fondatole dello Sportello Unico che raggruppa varie associazioni di disabili in tutta Italia. Attualmente, è anche Presidente dell'associazione nazionale "Itaca"

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

“Perché capitano sempre a me?”, la domanda che ci tiene prigionieri delle relazioni tossiche

Latest from Blog