Finalmente è arrivato Natale! E con lui, per fortuna, anche la fine dell’invasione quotidiana sui social dei contenuti dedicati all’elfo dispettoso. Un sospiro di sollievo collettivo, perché per settimane siamo stati costretti ad assistere a una gara non dichiarata a chi la fa più grossa, più estrema, più “virale”, spesso sulla pelle dei bambini. In breve, Elf on the Shelf (l’Elfo sulla mensola) è un elfo di stoffa che, a partire dal 1° dicembre, viene collocato nelle case con il compito simbolico di “osservare” il comportamento dei bambini e riferirlo a Babbo Natale. Durante la notte l’elfo si sposta e combina piccole marachelle: prepara dolci, disegna, muove oggetti. Così, ogni mattina fino a Natale, i bambini lo ritrovano in una posizione diversa e buffa, con le tracce delle sue presunte attività notturne, frutto della fantasia e della creatività degli adulti.
Quando “Elf on the Shelf” sembrava solo un gioco

All’inizio, insomma, era tutt’altro. Quando questa tradizione è arrivata da noi, sembrava un giochino innocente, tenero, persino intelligente. Un modo per rendere più spumeggiante, allegra e divertente l’attesa del Natale. L’elfo compariva la sera, lasciava un disegnino, un piccolo regalino, si nascondeva dietro una tazza o faceva una marachella gentile. Un rito leggero, fatto di sorpresa e immaginazione, che parlava direttamente al mondo emotivo dei bambini.
Poi qualcosa si è rotto. O meglio, qualcuno ha esagerato e siamo passati dalla meraviglia al trauma. Oggi l’elfo non si limita più a spostare le sedie o a colorare il tavolo con un pennarello lavabile. Oggi siamo sommersi da video di elfetti che simulano scene disgustose, violente, umilianti, spesso messe in scena apposta per spaventare i più piccoli. Bambini che piangono, urlano, tremano. Bambini confusi, traditi, traumatizzati. Tutto questo non per loro, ma per il puro gusto dei genitori di registrare, montare e pubblicare contenuti il giorno dopo, raccogliendo like come fossero palline sull’albero.

Il Natale come contenuto, non come esperienza
Il punto, oramai, non è nemmeno più l’elfo. Il punto è l’idea che ogni cosa debba diventare contenuto. Che ogni emozione, anche la paura di un bambino, sia monetizzabile in visibilità. L’elfo dispettoso è diventato il simbolo di un Natale performativo, competitivo, ansiogeno, dove l’adulto non accompagna più la fantasia del bambino ma la usa come strumento narrativo per il proprio profilo social.
A peggiorare il quadro ci si mette anche l’uso ossessivo dell’intelligenza artificiale. Oggi non basta più raccontare che l’elfo ha fatto qualcosa. Bisogna dimostrarlo. Animare le foto, creare video realistici, far “muovere” l’elfo davanti agli occhi del bambino, documentare tutto. Una prova visiva che uccide la suggestione. Un tempo era il bambino a immaginare. A sognare rumori nella notte, lucine nel cielo, presenze misteriose che forse c’erano, forse no. Era la fantasia a fare il lavoro sporco e meraviglioso.
Oggi invece la fantasia non serve più, perché c’è l’intelligenza artificiale che fa tutto. Ed è fantastica, utilissima, straordinaria per noi adulti. Ma applicata senza misura all’infanzia diventa una scorciatoia pericolosa. Se tutto è mostrato, spiegato, animato e certificato da un video, al bambino non resta più spazio per immaginare. Non sogna, non costruisce mondi, non riempie i vuoti. Consuma una storia già pronta.
Allora, forse vale la pena fermarsi un attimo. Chiedersi se abbiamo davvero arricchito l’attesa del Natale o se l’abbiamo svuotata di senso. Se stiamo regalando meraviglia o solo stimoli sempre più forti. Il Natale non ha bisogno di prove, né di effetti speciali. Vive di attesa, di mistero, di silenzi e di racconti sussurrati. Tutte cose che nessun algoritmo potrà mai replicare davvero. E, soprattutto, vive di dolcezza, tenerezza, amore, tutti sentimenti che i bambini traumatizzati ripresi da genitori che ridono e li postano sui social, no, non raccontano affatto!
La mente è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni – Gianni Rodari
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