Cari amici vicini e lontani buonasera
Con questa frase, il 29 gennaio 1951, il presentatore Nunzio Filogamo diede inizio alla primissima edizione del Festival di Sanremo. Sono ormai trascorsi 75 anni da quel momento storico per il panorama televisivo e discografico nostrano, e oggi, a distanza di così tanto tempo, noi siamo ancora qui, pronti a scoprire cosa ha in serbo per noi l’Ariston. D’altronde, la kermesse si è mantenuta continuamente al passo con i tempi, o perlomeno ci ha provato, e sul suo palco si sono alternate ed incarnate le evoluzioni della lingua, i cambiamenti dei costumi, il trasformarsi del modo di vivere dei sentimenti e le rivoluzioni della società ad essa contemporanei.
Solo che se una volta, complici forse gli stravolgimenti storici di fine ‘900, i testi e i loro artisti sembravano osare di più, quest’anno pare che alla manifestazione guidata da Carlo Conti a mancare sia stato proprio il coraggio!
Progressisti e conservatori al Festival di Sanremo: un ritorno alle origini?
Credo sia possibile evidenziare, nel corso della sua storia, tre grandi epoche del Festival della Canzone Italiana, durante le quali il cambiamento è stato avvertito da un pubblico che può fondamentalmente essere diviso in due schieramenti: conservatori e progressisti. Ebbene sì perché, da un lato, c’era (e c’è tutt’ora) chi preferiva le canzoni di vecchio stampo mentre, dall’altro, chi prediligeva senza ombra di dubbio le innovazioni e i testi inediti.
Luigi Tenco e l’impegno sociale
I sopracitati periodi sanremesi potrebbero essere i seguenti: anni ’50 – ’70, anni ’70 – ’90, anni ’90 – i giorni nostri. Dagli anni ’70 in poi, nuovi volti e nuove impostazioni musicali dettero ad una visione mai vista prima della kermesse canora, eppure nelle canzoni prevalevano “soltanto”, si fa per dire, i sentimenti e i valori della vita considerati più importanti, in primis l’amore.
Nel 1967, ad esempio, proprio a ridosso della “seconda grande epoca”, dopo un lungo periodo dedicato alle emozioni e ai sentimenti, arrivò Luigi Tenco che presentò il brano “Ciao amore ciao“, i cui versi erano improntati sulla denuncia sociale. Difatti, il protagonista era un uomo che abbandonava i suoi affetti per mettersi alla ricerca di un futuro migliore, per un Nord Italia in pieno boom economico. Successivamente, costui, ormai preda di quell’illusione, cominciò ad avvertire la solitudine e quella realtà borghese sempre più legata al progresso e al consumo, in cui lui stesso aveva deciso di catapultarsi, venne pagata a caro prezzo.
L’innovazione: Loredana Bertè e il pancione in lattice
Gli anni ’90, invece, sono quelli della svolta decisiva. Volti completamente nuovi e “freschi”, scenografie all’avanguardia e argomenti dei pezzi in gara che cambiano. Basti pensare ad una Loredana Bertè che si presenta sul palco con una pancia di lattice simulando una donna gravida. Qui si evidenzia ancor di più la spaccatura tra i progressisti, amanti di un linguaggio più sciolto e graffiante dal ritmo più dinamico, e quei conservatori che preferiscono un Sanremo, fatto di canzoni che parlano solamente di sentimenti feriti, di impossibilità di continuare ad amare, di canzoni che talvolta suscitano nostalgia e dolore.
Ma si sa, Sanremo è un po’ la storia della lingua italiana e della sua evoluzione, la quale coincide spesso con le contrazioni linguistiche in uso in un preciso momento storico. E allora, in che modo si può ravvisare il contesto sociale, politico e culturale odierno nelle canzoni dell’attuale edizione? Si percepisce facilmente un cambio di direzione rispetto al passato e si ha l’impressione di una mancanza di coraggio nel volersi esporre su ciò che, probabilmente, avrebbe meritato qualche parola in più.
Dalla poca spontaneità di Tony Effe al tipico (e oramai immancabile) inno femminista di Marcella Bella, passando per il vuoto di Elodie e l’inconsistenza di quasi tutti gli altri, con ogni eventualità Achille Lauro, provando ad illuminarci sulla nostra società, potrebbe essere quello che, da questo punto di vista, ne è uscito meglio.
Il presente: da “Occidentali’s Karma” ad Achille Lauro
Ci aveva provato Francesco Gabbani con “Occidentali’s Karma“, in maniera sì rivoluzionaria ma non innovatrice, descrivendo il mondo contemporaneo multietnico con una forma maniacale di alterazione delle culture provenienti dall’Oriente, a dare una piccola scossa. Già il titolo enuclea, in effetti, quanto l’Occidente abbia voluto copiare terminologie e atteggiamenti che non possono sposarsi con la nostra cultura e poi il resto veniva da sé:
Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico.
Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo.
Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi.
L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili
AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma
Insomma, ci fa intendere il testo che l’evoluzione inciampa proprio perché al collasso per eccesso del tutto.
E oggi, dopo anni di “Occidentali’s Karma“, a conferma della liquidità sociale e della distruzione dei valori amorosi, se un tempo si cantava l’amore con quella eco nostalgica e malinconica non v’era disperazione, arriva Lauro che, dopo una personale vicenda, attraverso il suo testo prova a trasmettere tutto il dramma della nostra realtà sociale, incapace di costruire relazioni stabili.
[…]Se non mi ami muoio giovane
Ti chiamerò da un autogrill
Tra cento vite o giù di lì
Di amore muori veramente
Se non ti amo fallo tu per me
Ti cercherò in un vecchio film
Per sempre noi incoscienti giovani
Incoscienti giovani…
Ma non avrebbero potuto tutti, Conti compreso, osare un po’ di più?
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