Identità di genere? Sessualità fluida? Questi sono temi che dominano il dibattito del nostro tempo, ma non sono affatto invenzioni moderne: il mondo antico ci era arrivato già molti secoli prima. Il mito di Tiresia, il celebre indovino, un uomo divenuto donna e poi di nuovo uomo, portatore di una conoscenza spesso scomoda, parla ancora oggi una lingua che l’attualità comprende, ma è spesso sorda ai suoi insegnamenti.
Un dibattito “piccante”
Ogni giorno sul monte Olimpo due divinità portavano in scena la loro consueta rappresentazione: Zeus, il padre degli dei e dio del tuono, ascoltava la sfuriata della sua divina consorte Era, che gli rimproverava l’ennesima scappatella. Zeus, infatti, era particolarmente sensibile al fascino femminile e mai si lasciava scappare l’occasione di sedurre – spesso anche con la forza – la bella fanciulla di turno, scatenando le ire della moglie, che poi puniva ferocemente le povere malcapitate. Di tanto in tanto però si ripristinava una certa serenità tra i due coniugi immortali, che si lasciavano andare ad amorevoli e scherzose chiacchierate.
Una volta scoppiò una lite giocosa su un tema piuttosto particolare – e, si direbbe, poco adatto a una divinità. Il buon Zeus, infatti, sfidò la moglie dicendo: “Senza dubbio il piacere che voi donne provate è maggiore di quello che tocca agli uomini!”, mentre Era sosteneva la tesi opposta. La discussione proseguì a lungo, ma in nessun modo si riusciva a giungere alla verità: l’unica soluzione era interrogare Tiresia.
L’origine del mito di Tiresia
Si racconta che, mentre passeggiava sul monte Cicerone, Tiresia scorse due serpenti intenti nell’accoppiamento. Inorridito e irritato dalla scena (che moralista!), con un bastone colpì i rettili e ne uccise la femmina. Pessima idea. Il serpente, nella tradizione greca e romana, godeva di un alto valore simbolico, complesso e articolato, che lo associava alla guarigione, alla rinascita e alla trasformazione. L’uccisione immotivata del rettile significava una grave violazione nei confronti di un animale dallo statuto quasi divino che non poteva non essere punita.
Ad un tratto Tiresia iniziò a vedere le sue gambe muscolose e forti tramutarsi in sottili e snelle, le dita delle sue mani farsi affusolate, i capelli crescere, due seni spuntare all’altezza del petto: era diventato una donna. Per sette anni rimase in quel corpo femminile, finché non gli si presentò davanti agli occhi la medesima scena, ma questa volta uccise il serpente maschio, riacquisendo la forma e il genere originario.
Una risposta che costò cara
Per questa ragione venne chiamato in causa da Era e Zeus, perché, avendo abitando sia le fattezze maschili che femminili, era l’unico al mondo ad avere una risposta alla loro domanda. Interpellato dagli dei, Tiresia rispose che, immaginando il piacere dell’amplesso diviso in dieci parti, alla donna ne toccano nove, all’uomo solo una. Vedendo, dunque, che il segreto era stato svelato, Era – che tra le divinità non spiccava certo per bontà e indulgenza – punì l’uomo accecandolo. Tuttavia, Zeus, consapevole che quanto compiuto da un altro dio è irreversibile e immutabile, decise di risarcire parzialmente Tiresia: se Era l’aveva condannato alla cecità eterna, lui lo avrebbe benedetto con la chiaroveggenza, la capacità di scrutare l’imperscrutabile futuro. Da quel momento in poi Tiresia divenne l’indovino più famoso di tutta la Grecia.
Una cecità solo apparente
Dimmi Tiresia
Ma è meglio sapere o non sapere
E non poter più credere
Sapere e poi dovere
Portare fino in fondo il compito – Dimmi Tiresia, Vinicio Capossela
All’interno dell’intricata e inestricabile matassa del mito greco, la vicenda più celebre legata al mito di Tiresia è quella che si dischiude nella sublime tragedia di Sofocle, l’Edipo Re. In essa l’indovino è la voce dolorosa che svela al protagonista Edipo, infelice archetipo dell’essere umano, la verità sulla sua mostruosa esistenza, macchiata dall’inconsapevole uccisione del padre, dall’unione incestuosa con la madre/moglie e dal vincolo contemporaneamente di paternità e fratellanza con i suoi figli. Le crude e sibilline parole pronunciate dal vate risuonano nelle orecchie di un irato Edipo unicamente come fandonie ordite da una volontà di complotto ai suoi danni: amaramente scoprirà sulla sua pelle quanto in realtà esse celino il vero.
Il conflitto tra Tiresia ed Edipo si gioca tutto sulla tensione tra cecità vera e cecità apparente: da un lato Edipo, campione di intelligenza umana e pensiero razionale, pur godendo della vista dal punto di vista fisico, è cieco di fronte alla sua identità e al suo passato; dall’altro Tiresia, il veggente cieco dotato della visione sull’animo umano, sul passato e sul futuro, in possesso della conoscenza profonda e della verità totale, così feroce da terrificare l’uomo.
La lezione di Tiresia
Il mito di Tiresia – la cui fortuna è confermata da una pletora di riprese letterarie nel corso dei secoli, tra cui T. S. Eliot nell’opera The Waste Land, in cui Tiresia è testimone silenzioso del degrado morale della società moderna, ma anche la rielaborazione teatrale ideata da Andrea Camilleri, che assurge l’indovino a simbolo del sapere che nasce dalla sofferenza e dall’esperienza – ha consegnato alla modernità lezioni preziose e troppo spesso inascoltate.
In un’epoca in cui i confini dell’identità (in particolare quella di genere) sono sempre più discussi, Tiresia insegna il valore dell’empatia, della necessità di sforzarsi il più possibile nel mettersi nei panni dell’altro, per comprendere l’esperienza altrui senza giudizio.
In un’epoca in cui l’individuo è sommerso da fiumi di informazioni, in cui sui social post mordi e fuggi promettono di dischiudere a tutti la conoscenza (ma si tratta spesso solo di un sapere di dubbia provenienza e accettato acriticamente), la lezione di Tiresia suggerisce un’altra strada, quella di una conoscenza e di una saggezza che proviene dalla lettura delle cose del mondo che travalica la superficie e si spinge nel profondo.
Molti altri sono gli insegnamenti che il mito di Tiresia ci ha consegnato, ma il più importante forse resta questo: lasciamo in pace i serpenti mentre si accoppiano.
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