Nello scroll e dello scroll: l’arte è lenta, il narcisismo ha fretta e il feed divora l’artista!

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Arte

Nella convinzione comune, il feticista è colui che manifesta un’adorazione cieca, a volte maniacale, per il dettaglio, perdendo di vista tutto il resto. Se il fetish è il feed (di un social), l’oggetto del desiderio è una griglia. Nove quadratini allineati che si ripetono in formazione con un ritmo di pubblicazione rispettato come un rosario militare. Si adora il flusso, si lucida la vetrina e quello che ci sta dentro diventa un accessorio (compresa l’arte, le volte che capita di trovarcela). Da qui il neologistico feedonismo (da non confondere con il già conosciuto feederism o feedism, la parafilia che porta eccitazione sessuale attraverso il nutrire e l’aumento di peso corporeo proprio o altrui).

Quando l’arte (e l’artista) diventa(-no) il contenuto, ma l’opera resta sullo sfondo

L’edonista classico aveva almeno il buon gusto di godere delle cose. Il vino, i corpi, i tramonti. Il feedonista gode invece della prova che qualcuno ha guardato il suo tramonto. Il piacere arriva dopo, a rate, sotto forma di notifica. È un orgasmo delegato a terzi e, come tutti gli orgasmi delegati, può lasciare il sospetto di essere stato simulato.

Credit: Ermanno Ivone

L’artista, in questi nostri tempi algoritmici e digitalmente sociali, può essere vittima di questo disturbo. Può esserne divorato senza mai essere digerito. E dietro il piacere, come sempre, c’è la paura che, in questo caso, ha un nome da vocabolario. FOMO, la paura di perdersi qualcosa. Per l’artista ne esiste una variante più crudele, la paura che sia il mondo a perdersi lui. Stretto ogni giorno tra il terrore del giudizio di una sua pubblicazione e l’angoscia di sparire se smette. Un ostaggio che si paga il riscatto da solo in comode rate quotidiane.

La forza del feed

Si comincia promuovendo l’opera e si finisce promuovendo sé stessi. Succede quasi per forza di gravità. Il feed incastra il reel di un quadro di due metri tra un video accelerato della pulizia di un tappeto visto dall’alto e la pubblicità di un integratore per far crescere le ciglia a forma di corno d’ariete. Ma non basta. Per dire che quell’opera esiste, l’attenzione si ritrova spostata su chi l’ha partorita. Facce, voci, opinioni, piccoli drammi, il caffè del mattino in studio con la tazza girata dal lato del logo. Così l’opera diventa il pretesto e l’artista il prodotto.

Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini – Guy Debord, La società dello spettacolo

Il dettaglio che i manuali di personal branding omettono con cura è che tutto questo sacrificio non funziona nemmeno. La gara della velocità non la vince nessuno, neanche i velocisti. Sulle sole piattaforme di streaming musicale arrivano ogni giorno più di centomila brani nuovi e quasi nove su dieci non superano i mille ascolti in un anno (dato Luminate). Contro il contenuto perde perfino il contenuto. Chi si è piegato a tutte le regole, ha postato all’ora giusta e ha sorriso nel modo giusto sopra l’audio giusto, affoga comunque, solo più in fretta e meglio illuminato. Se anche chi corre arriva ultimo, la lentezza smette di essere un handicap e torna a essere una scelta di campo. Un reel gareggia con il reel successivo e perde entro sera. Un’opera gareggia con il tempo, avversario più serio e al momento incorruttibile, che però non cambia le regole ogni trimestre. In un mercato dove tutto è visibile e niente dura, la merce rara è la durata.

L’arte è espressione della durata

Credit: Ermanno Ivone

L’arte è l’espressione stessa della durata. Per secoli (o meglio per millenni, se si pensa all’Homo erectus che incideva a zig-zag su una conchiglia) ha avuto bisogno di tempo, di silenzio, di ricerca e di sedimentazione, con tutto il suo portato geologico. Strati che si depositano lentamente, uno sopra l’altro, finché il terreno cambia forma senza che nessuno lo abbia visto cambiare. Lo studio era il posto dove si sbagliava in privato, come si dovrebbe fare con le flatulenze e con le poesie scritte a sedici anni. Si aspettava l’opera, e l’opera usciva quando era pronta, a volte ad artista già sepolto (strategia di lancio discutibile, ma dal rendimento storicamente eccellente).

La bulimia social

I social chiedono un’immediata approvazione teneramente a forma di cuoricino. L’ineffabile algoritmo premia la frequenza più della profondità e la costanza più della qualità. Il profilo social di un artista funziona come un Tamagotchi, il pulcinide elettronico degli anni Novanta che deperiva fino a morire se non veniva nutrito di continuo con attenzioni para-ossessive da madre meridionale alle prese con il primogenito portatore di orgoglio e cognome. Bisognava perfino pulirgli la cacca pixelata. Oggi la cacca la chiamiamo contenuto. Salti un giorno e il pulcino si ammala. Salti una settimana e ti ritrovi a celebrarne il funerale da solo, senza nemmeno le condoglianze nei commenti.

Credit: Ermanno Ivone

Così la bulimia social contagia anche chi, pur di dare un canale di esistenza prima ancora che di visibilità alla propria arte (anche se per la maggior parte sedicente. Ma questo è un altro capitolo che chiamerò «PH»), trasforma la paffuta clessidra della creazione in una svapata al mango. Tre secondi di nuvoletta profumata e poi di nuovo astinenza. Il catalogo delle opere diventa un diario che mostra a velocità doppia le ore passate a smacchiare il pavimento dalla vernice acrilica o a riassettare uno studio fotografico dopo il lancio di coriandoli (contenuto che, va riconosciuto, fa più visualizzazioni del quadro).

La Fridamania

Credit: Ermanno Ivone

Qualcosa di simile era già successo, con qualche decennio di anticipo e per giunta post mortem. La Fridamania ha moltiplicato il volto di Frida Kahlo su tazze, calzini e magneti da frigorifero con una frequenza che i suoi quadri non hanno mai conosciuto (un censimento delle tazze col monociglio, a onor del vero, non esiste). A lei almeno è toccato da morta, senza l’obbligo di rispondere ai commenti. Oggi ci si trasforma in magnete da vivi.

Da un pittore, da uno scultore, da un musicista ci si aspetterebbe altro. Da un fotografo, per esempio, uno sguardo, un modo di tagliare il mondo che il mondo da solo non aveva pensato. Di sicuro non i pensieri della buonanotte autotrasformati in citazioni da mental coach su sfondo pastello, né quelle due lettere maiuscole, PH, che tanti si appuntano davanti al nome come un titolo nobiliare autoconferito. Si certifica la persona, perché nel feed l’opera da sola non riesce più a certificare niente. Da sola non sopravvive al tempo e diventa solo un francobollo cliccabile.

Credit: Ermanno Ivone

Davanti a un’opera appesa in una sala ci si ferma anche quando non la si capisce, interrogandosi sul divinamente umano «ma che significa ’sta roba?». Circa 27 secondi è il tempo medio di osservazione di un’opera stimato in uno studio al Metropolitan di New York nel 2001 (quando il telefono serviva ancora a telefonare). In quei secondi però c’è una cornice, un silenzio, un corpo davanti a un altro corpo. L’emozione ha bisogno di respiro, di quel mezzo passo indietro che permette all’immagine di lavorare dentro chi guarda. Il feed quel respiro lo toglie, e il pollice decide prima dello sguardo. L’algoritmo conta visualizzazioni. L’arte chiede visione. Tutta la distanza sta in quella desinenza, nel passaggio dall’esperienza alla sua ricevuta. Siamo addestrati a sopravvivere alla sovrabbondanza, selezionatori professionisti dell’eccesso.

Questa infinità, come gli scroll, di prevalente nulla è la condizione dell’essere che più ci rappresenta al momento. Probabilmente non la meritiamo. Ma siamo noi i primi ad alimentarla e cercarla, sembrerebbe, senza possibilità di fuga.

Una galleria 2.0 del tutto inedita, o forse no?

A decidere cosa finisce in parete, nel frattempo, è arrivato un nuovo direttore di galleria. Mai aperto un manuale di storia dell’arte, mai visto a un vernissage con il prosecco tiepido nel bicchiere di plastica. Gusto, nessuno. In compenso ha un appetito formidabile. Sceglie in base a quanti secondi passano prima che il pollice riparta, appende in alto chi trattiene e spedisce in cantina chi fa pensare. Il gallerista in carne e ossa e mocassini dal colore indecifrabile aveva mille difetti, ma lo si poteva invitare a cena, lusingare, annoiare, incuriosire. Quello social è incorruttibile nel modo peggiore, perché nessuno sa cosa voglia e chi dice di saperlo sta solo vendendo un corso. A ciascun visitatore mostra soltanto ciò che gli è già piaciuto. Una galleria in cui non si corre mai il rischio di vedere qualcosa di nuovo è, tecnicamente, uno specchio.

Credit: Ermanno Ivone

La regola è data anche dalle eccezioni. In primis metterei Jago, scultore che lavora il marmo, il materiale più lento e ostinato che esista, e lo racconta sui social con una presenza che parecchi creator di mestiere gli invidierebbero. Mostra la polvere, lo scalpello, le settimane di levigatura montate in pochi secondi con l’ipnosi dei reel oddly satisfying. Qui a diventare contenuto è il processo. La lentezza stessa si fa spettacolo e il feed, che la lentezza la detesta, la guarda incantato purché gliela servano accelerata. La differenza con il resto della compagnia sta nell’ordine dei fattori. Prima viene il marmo, poi il reel. Togliete il telefono e resta una scultura. Fate la stessa prova con parecchi profili e resterà un treppiede.

Un’evoluzione della civiltà?

Non scrivo da un eremo, sia chiaro. Ho anch’io una griglia che mi fa soffrire vedere languire. Anche io ho ottimisticamente creduto che la democratizzazione data dai social potesse essere un nuovo fulmine nell’evoluzione della civiltà (quando ero tenero più dei cuoricini dei like perché non avevo tutte le punte smussate).

Del resto il martello non ha mai avuto colpe, nemmeno quando è finito sul dito. I social sono una vetrina, e le vetrine servono, purché non si continui a scambiarle per il laboratorio. Tenerle separate ha un prezzo, perché nel silenzio dello studio resta solo quel mostro nella testa che, ruggendo, taccia di inutilità tutto quello che facciamo. Il cuoricino può essere l’unico sedativo che il mostro accetta. Lo so perché glielo somministro anch’io.

L’esempio di Paz!

Nel film Paz!, costruito sui fumetti di Andrea Pazienza, c’è una scena che vale un trattato di sociologia. Pentothal, fumettista fuorisede e fuoricorso, sta in piedi su un tetto affacciato su una città silenziosa come il mondo, apre le braccia – bisognose di contatto umano e riconoscimento – e grida verso l’umanità tutta una sola parola mortalmente disperata, raschiata dal terrore. «AMATEMIIIIIIIIIIIIIII!».

Credit: YouTube

Allora serviva un tetto. Oggi basta un pollice. Lo stesso urlo parte ogni mattina da milioni di profili, tradotto in caroselli, reel e didascalie motivazionali. Con la sola differenza che Pentothal non scendeva ogni dieci minuti a contare quanti condomini si fossero affacciati. Resta da capire cosa succede a quell’urlo quando qualcuno finalmente risponde con un cuoricino. Se basta. Se era quello che si stava chiedendo. Un like è la forma d’amore più economica mai inventata, costa un decimo di secondo e non impegna a niente, eppure lo si aspetta come una volta si aspettava una lettera. Ognuno ha il suo tetto. E ognuno sa, anche se non lo scriverà mai in bio, a chi stava gridando davvero.

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Consulente in comunicazione con un doppelgänger artista digitale. Professionista del Marketing tradizionale e digital dal 2003, a partire dal 2010 si appassiona di fotografia per poi utilizzarla come forma espressiva in uno stile definito e colorful. L’amore per il pesiero trascritto allarga le spalle quando la società imbocca nuove strade.

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