Crimini digitali, il male lascia sempre una traccia? Dentro le indagini di Atlan66

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Crimini digitali

C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’idea che gli oggetti ai quali affidiamo ogni giorno la nostra vita possano conoscerci meglio delle persone che ci circondano. Uno smartphone custodisce conversazioni, desideri, paure, fotografie, bugie e segreti, ma non è tutto. Anzi, conosce le nostre abitudini, registra addirittura i nostri spostamenti e conserva frammenti di un’esistenza che, talvolta, preferiremmo dimenticare. Qualcosa di inquietante a pensarci bene. Eppure, spesso e volentieri, ciò che vorremmo custodire unicamente entro i limiti della nostra intimità può rivelarsi un ottimo testimone “oculare” in grado di aiutarci a ricostruire una vicenda criminale.

Del resto, oggigiorno viviamo in una società nella quale cancellare sembra essere diventato sinonimo di dimenticare. Ci disfiamo di messaggi, fotografie o conversazioni convinti che basti un gesto per far scomparire ciò che non vogliamo più vedere. (S-)Fortunatamente, però, la memoria digitale segue delle regole tutte sue e, prima di ogni altra cosa, non conosce affatto il rimorso. È in questo territorio, al limite tra informatica forense, crimini digitali, giustizia e natura umana, che svolgono il proprio lavoro Maria Pia Izzo ed Eva Balzarotti, professioniste di Atlan66, realtà attiva dal 2000 che ha progressivamente sviluppato competenze specialistiche nel campo delle investigazioni digitali. Dalle indagini sulla cosiddetta coppia dell’acido ai casi di violenza online, passando per le questioni legate alla sorveglianza e alla tutela della privacy, il loro compito consiste nel (ri-)portare alla luce ciò che diamo in pasto all’oblio, evidenziando come la tecnologia non sia solo uno dei molteplici strumenti che utilizziamo, ma anche (e soprattutto) un archivio delle nostre contraddizioni.

Logo di “Atlan66″/Credit: foto per gentile concessione dell’Ufficio Stampa

Nulla è nascosto che non debba essere manifestato — Vangelo secondo Marco, 4,22

Perciò, abbiamo cercato di comprendere insieme a loro quanto possa essere sottile il confine tra ciò che raccontiamo di noi stessi e ciò che le nostre tracce digitali possono rivelare.

Informatica forense: la verità nascosta dietro uno schermo

Buongiorno Maria Pia ed Eva, e benvenute. Siamo abituati a credere alle parole delle persone, ai loro racconti, perfino alle loro lacrime, ma quanto può essere diversa la verità custodita in uno smartphone da quella che qualcuno decide di raccontare?

Il racconto di una persona può essere influenzato dalla memoria e dalle emozioni, mentre un dispositivo digitale conserva tracce che possono far emergere una realtà diversa. Nei casi della coppia dell’acido, Alexander Boettcher e Martina Levato, e dell’investimento mortale di Cristina Conforti, avvenuto nel 2020 a Cinisello Balsamo, le analisi informatico-forensi hanno contribuito alla ricostruzione dei fatti. Il nostro compito è verificare le ipotesi attraverso dati acquisiti e interpretati correttamente, anche quando contraddicono ciò che credevamo di sapere.

Ci sono storie di cronaca che leggiamo, commentiamo e poi dimentichiamo. Voi, invece, siete chiamate ad entrare nei dettagli più oscuri di quelle vicende. Come si riesce a mantenere il distacco professionale davanti alla crudeltà umana? E c’è un caso che vi ha lasciato un segno particolare?

Il distacco professionale è indispensabile, ma non significa indifferenza. Il caso della coppia dell’acido ci ha segnate per la crudeltà delle aggressioni e le dinamiche di ossessione e sopraffazione emerse dai materiali analizzati. Il metodo scientifico ci permette di mantenere lucidità anche davanti a contenuti dolorosi, senza perdere la capacità di riconoscere la sofferenza umana. La professionalità richiede rigore, non la rinuncia alla propria umanità.

Un tempo associavamo la violenza soprattutto ad un’aggressione fisica. Oggi, invece, basta una fotografia diffusa senza consenso, un ricatto o una persecuzione online per compromettere un’esistenza. La nostra società ha davvero compreso quanto possa essere devastante la violenza digitale?

La consapevolezza sta aumentando, ma revenge porn, ricatti e persecuzioni online sono valutati ancora con poco rigore. Queste forme di violenza possono compromettere reputazione, lavoro e relazioni personali. Emblematico in tal senso il caso di una donna di Usmate Velate, vittima della diffusione non consensuale di contenuti intimi e di una campagna di denigrazione, vicenda che si è conclusa con una sentenza di condanna nell’ottobre 2025 dopo un processo durato diversi anni dalla chiusura delle indagini preliminari. La persistenza dei contenuti online rende questa violenza particolarmente insidiosa. Per proteggere le vittime servono interventi tempestivi, competenze tecnologiche e una corretta conservazione delle prove digitali.

Siamo in piena epoca degli screenshot, delle registrazioni e dei messaggi esibiti come prove definitive. Ciò nonostante, persino un dato apparentemente inequivocabile può essere frainteso. Quanto è pericoloso pensare che una prova digitale racconti necessariamente tutta la verità?

Una prova digitale può essere precisa, ma deve essere interpretata nel suo contesto. Un messaggio, per esempio, può indicare quando è stato inviato, senza dimostrare automaticamente chi utilizzasse il dispositivo o quali fossero le sue intenzioni. Per questo sono fondamentali l’integrità dei dati, procedure verificabili e la possibilità di controllare gli accertamenti. Il nostro principio è non chiedere alla prova digitale di dimostrare più di quanto possa realmente dimostrare. L’informatica forense richiede rigore e consapevolezza dei limiti delle proprie conclusioni.

Il vostro è un settore nel quale tecnologia, investigazione e giustizia si incontrano, tradizionalmente dominato da figure maschili. Avete mai avuto la sensazione di dover dimostrare più degli altri? E quanto costa, anche nella vita privata, dedicarsi a un lavoro tanto delicato?

In un settore tradizionalmente dominato dagli uomini, possono persistere pregiudizi. L’autorevolezza è determinata però dallo studio, dall’esperienza e dalla qualità del lavoro. ‘Atlan66’ nasce nel 2000 e, dopo le prime esperienze nello sviluppo informatico, anche in ambito medicale, ha progressivamente concentrato una parte importante dell’attività sulle investigazioni digitali. La nostra formazione umanistica e giuridica, unita alle competenze informatiche, ci permette di affrontare le indagini anche nelle loro implicazioni processuali.

È una professione che richiede aggiornamento continuo e sacrifici personali. A questo si aggiungono compensi inadeguati e ritardi nei pagamenti dei consulenti delle Procure, problemi che abbiamo denunciato pubblicamente. Non è soltanto una questione economica: la perdita di professionisti qualificati compromette inevitabilmente anche la qualità della giustizia.

Ci illudiamo che il progresso tecnologico renda ogni crimine più facile da scoprire, ma gli stessi strumenti che aiutano gli investigatori possono diventare armi nelle mani di chi vuole controllare, spiare o nascondere qualcosa. Qual è oggi la vulnerabilità più preoccupante del nostro sistema?

La tecnologia evolve più rapidamente delle norme, ma il divario più preoccupante è quello culturale. Utilizziamo strumenti complessi senza conoscerne pienamente i rischi, affidando agli smartphone informazioni personali e sensibili. Nel 2024, in relazione all’inchiesta sugli accessi abusivi a banche dati legata al caso Equalize, abbiamo evidenziato quanto possa essere difficile individuare software spia anche sui dispositivi di utenti attenti. Inoltre, alcuni dati possono scomparire rapidamente, rendendo decisive le indagini tempestive. Servono formazione, competenze specialistiche e maggiore consapevolezza dei rischi digitali.

Ogni volta che consegniamo il nostro telefono a qualcuno, gli affidiamo una parte della nostra intimità. Quando entra in gioco un’indagine giudiziaria, però, quella stessa intimità può diventare oggetto di accertamenti. Dove dovrebbe fermarsi il diritto di indagare e dove comincia quello alla riservatezza?

La riservatezza deve essere tutelata senza compromettere il diritto di difesa. Occorre distinguere l’acquisizione forense dei dati dalla successiva selezione degli elementi utili all’indagine. Conservare soltanto i dati selezionati, eliminando la copia integrale, può impedire verifiche indipendenti o far perdere elementi favorevoli all’indagato. Riteniamo quindi essenziali la corretta conservazione dei dati, regole rigorose per il loro accesso e la possibilità per tutte le parti di verificare gli accertamenti svolti. La tutela della privacy non deve impedire una ricostruzione completa dei fatti.

Dopo aver osservato attraverso i dispositivi digitali il lato più oscuro delle relazioni umane, che cosa avete imparato sulle persone? E soprattutto, quale consiglio dareste a chi continua a pensare che uno smartphone sia soltanto un oggetto innocuo?

Abbiamo imparato che la tecnologia non cambia la natura umana: la amplifica. Può amplificare solidarietà e generosità, ma anche violenza e desiderio di controllo. Le tracce digitali possono inoltre rivelare comportamenti molto diversi dall’immagine che una persona offre di sé. La nostra esperienza ci ha insegnato a diffidare delle apparenze e a non formulare giudizi prima di aver esaminato i fatti. Il consiglio è di non confondere la familiarità con la tecnologia con la conoscenza dei suoi rischi. Lo smartphone custodisce una parte importante della nostra identità e delle nostre relazioni: dobbiamo proteggerlo e condividere contenuti consapevolmente, ricordando che una volta pubblicati o condivisi possono sfuggire al nostro controllo.

Possiamo cancellare un messaggio o distruggere un dispositivo, ma non sempre possiamo cancellare le conseguenze delle nostre azioni!

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Simone Di Matteo, Latina 25 gennaio 1984. Curatore della DiamonD EditricE, autore, scrittore e illustratore grafico è tra i più giovani editori italiani. I suoi racconti sono presenti in diverse antologie. Molti dei suoi libri invece sono distribuiti all'interno degli istituti scolastici italiani. È noto al grande pubblico non solo esclusivamente per la sua variegata produzione letteraria, ma anche per la sua partecipazione nel 2016 alla V edizione del reality on the road di Rai2 Pechino Express. Consacratosi come Il giustiziere dei Vip, da circa due anni grazie a L’Irriverente, personaggio da lui ideato e suo personale pseudonimo, commenta il mondo della televisione, dei social network e i personaggi che lo popolano, senza alcun timore, con quel pizzico di spietatezza che non guasta mai attraverso le sue rubriche settimanali.

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