Si è spento nella giornata odierna, alla veneranda età di 93 anni, Ludovico Clemente Garavani, meglio noto a tutto il mondo come Valentino. La sua scomparsa non segna soltanto il capitolo conclusivo di uno dei più grandi stilisti del Novecento, ma la fine di un modo preciso di intendere la moda. Vale a dire, disciplina del rigore, dell’eleganza e della durata in un’epoca in cui tutto si consuma in fretta, forse fin troppo velocemente.
Il nome di Valentino nel mondo e cosa ha rappresentato
Per oltre mezzo secolo il suo nome è stato sinonimo di alta moda italiana a livello internazionale. Non solo per gli abiti indossati da attrici, principesse e icone internazionali, ma anche (e soprattutto) per un’estetica riconoscibile e coerente. Difatti, egli non ha mai inseguito la provocazione fine a se stessa. Al contrario, ha sempre preferito di gran lunga la linea, il colore, la perfezione della forma. E in questo senso, a pensarci bene, lo si potrebbe definire più un architetto che un trendsetter, più un artigiano che un personaggio (che comunque è stato!).
Il suo celebre rosso non è stata una delle innumerevoli scelte banali che, spesso, si possono ravvisare nel vasto universo dedicato al fashion design, bensì una vera e propria dichiarazione di intenti e di identità. Un colore che non richiedeva attenzione, ma che semplicemente la imponeva con naturalezza. Come lui, del resto! Non a caso, Garavani ha costruito la sua carriera sulla misura, sulla disciplina, sulla fedeltà a un’idea chiara di stile.
L’eleganza è equilibrio, proporzione, emozione
Così diceva. E chissà, magari è proprio questa la sintesi più onesta del suo lavoro. D’altronde, ha attraversato epoche, mode e cambiamenti repentini senza mai perdere di vista la sua essenza più pura, la stessa che era riuscita a trasmettere al suo marchio e a coloro che ne indossavano i prodotti. Ha vestito il potere e il cinema, la mondanità e la riservatezza, eppure si è ben guardato dal divenire ostaggio dell’attualità. Persino quando ha lasciato la guida creativa della sua maison, lo ha fatto con la medesima compostezza con cui aveva lavorato tutta la vita: nessuno strappo, nessun rancore e nessuna parentesi nostalgica ostentata ben oltre il buon gusto.
Con la sua morte, resta l’idea che la moda possa essere cultura, continuità, memoria. Che l’eleganza non sia un vezzo elitario, ma una forma di rispetto: per chi crea e per chi indossa. Lui ci lascia i suoi abiti, certo, ma, prima di ogni altra cosa, ci lascia un’idea semplice e rivoluzionaria: la bellezza, se è autentica, non muore mai!
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