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Siamo tutti un po’ narcisisti. Il problema è quando l’altro smette di esistere

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Il problema è quando smettiamo di vedere l’altro

Siamo tutti un po’ narcisisti. E no, non è un’accusa.

È quella parte di noi che ci permette di dire “io valgo” e di scegliere. Senza una quota di narcisismo non esisterebbe nemmeno l’amore per sé stessi.

Il problema non è esserlo. Il problema è quando, lentamente, smettiamo di vedere l’altro.

Perché il narcisismo diventa patologico non quando ci mettiamo al centro, ma quando cancelliamo chi abbiamo davanti.

Quando l’altro smette di essere una persona

All’inizio non si nota, anzi, spesso è il contrario.

C’è attenzione, presenza, intensità. L’altro viene visto, scelto, quasi “celebrato”. Ma non per quello che è: per quello che rappresenta.

Un esempio semplice.

Ti racconta qualcosa che gli ha fatto male.
Tu ascolti… ma non davvero.

Aspetti solo il tuo turno per parlare. Oppure ridimensioni: “Dai, non è così grave.” “Sei troppo sensibile.”

Non è cattiveria evidente.
È qualcosa di più sottile: l’incapacità di entrare davvero nel suo stato emotivo.

In quel momento, l’altro non è più una persona. È un fastidio da gestire.

La relazione come specchio, non come incontro

Quando il narcisismo prende il sopravvento, la relazione cambia funzione.

Non è più un luogo di scambio: diventa uno specchio.

L’altro serve a confermare che siamo importanti, a rassicurarci, a sostenerci sempre, anche quando sbagliamo. Poi può succedere che si stanchi, che abbia bisogno di spazio, che a sua volta abbia bisogno. Ma tu lo vivi come un affronto.

– Non ti importa più di me
– Se mi amassi davvero, non ti allontaneresti

Non stai vedendo l’altro.
Stai difendendo l’immagine che hai di te dentro quella relazione.

La violenza che non si vede

La violenza non è sempre fisica, a volte è molto più sottile e sta nel non riconoscere il dolore dell’altro.

Succede quando minimizzi ciò che l’altro prova o quando usi il silenzio per punire.

È una forma di violenza silenziosa, ma profondissima.

Il punto cieco: non provare empatia

La parte più pericolosa è che non ce ne accorgiamo. La società ci insegna a performare, a emergere, a vincere. Molto meno a fermarci e sentire.

E così confondiamo l’autostima con l’incapacità di metterci in discussione.
La sicurezza con la chiusura.
L’indipendenza con la distanza emotiva.

Ma soprattutto non proviamo empatia. L’empatia non è un talento. È una responsabilità. Essere empatici significa ascoltare senza preparare una risposta, restare anche quando l’emozione dell’altro è scomoda, tollerare di non avere sempre ragione, accettare di non essere al centro.

L’empatia non è sentire di più.
È smettere di sentire solo se stessi.

Allora no, il problema non è essere un po’ narcisisti.
Quello, forse, è inevitabile.

La domanda è un’altra.

Quando smettiamo di amare l’altro e iniziamo semplicemente a usarlo per amarci di più?

Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Inganni d’Amore”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-

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Studi classici, una laurea in Lettere e Filosofia, e un tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. Questo è il CV in estrema sintesi. Ma quello che veramente la descrive è l’amore per la musica, per i libri, il teatro e i viaggi. Ama cucinare le torte e prendersi cura delle sue piante. Odia i calcoli matematici, le percentuali e i problemi di geometria. Ama stare in mezzo alla gente ma ama ancora di più stare con se stessa. Ama la Sicilia, i suoi colori, sapori e tramonti. Ogni volta che la vita le sembra difficile, cerca di raggiungere uno scoglio, si siede e ne parla con il mare.

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