Una tassa sui pacchi on line extra UE: è davvero una mossa giusta?

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Tassa pacchi extra UE

Non c’è nulla di più ingiusto che far parti uguali tra disuguali — Don Lorenzo Milani

La novità lanciata nella legge di Bilancio 2026 è un contributo fisso di 2 euro per ogni spedizione che arriva in Italia da un Paese fuori dall’Unione Europea con valore dichiarato non superiore a 150 euro. Tecnicamente è solo una piccola “tassa di due euro” sui pacchi extra UE e ce l’hanno presentata con un fare rassicurante: serve a difendere i commercianti locali, a mettere ordine nel Far West dell’e-commerce internazionale, a ristabilire una concorrenza più equa contro colossi come Temu, AliExpress, Shein. Peccato che, come spesso accade quando la politica tira in ballo la parola “tutela”, la tutela finisca per essere un’altra parola per dire “paghi tu”. E a pagare, alla fine dei conti, non è né Temu né Shein. È chi compra.

Perché è questo il punto che si fa finta di non vedere: le piattaforme non assorbiranno davvero quel costo, lo ribalteranno. Sempre. O direttamente sul prezzo, o sulle spese di gestione, o in modo invisibile, spalmato su un carrello che diventa “casualmente” meno conveniente. La tassa non punisce il gigante: punisce la persona che clicca “acquista”. E allora diventa una misura che non corregge un mercato distorto, ma semplicemente aggiunge un altro balzello a chi, già oggi, fa i conti con l’inflazione, gli stipendi fermi, le bollette, l’affitto, la spesa.

Colpisce i ceti bassi con la tassa sui pacchi extra UE

E infatti c’è un equivoco di fondo: non sono i ricchi a comprare su Temu. Non sono i ricchi che aspettano tre settimane un pacco per una cover, un paio di calzini, una maglietta, qualche oggetto per casa. Non sono i ricchi che scelgono Shein perché “così almeno con venti euro mi vesto”. Lo fa chi deve far quadrare i conti. Lo fa chi, semplicemente, non può permettersi alternative. E allora questa tassa smette di essere una misura economica e diventa una scelta sociale: colpire in basso, colpire chi ha meno margine, chi vive di piccoli risparmi e piccoli compromessi.

Se davvero l’obiettivo fosse aiutare i commercianti locali, esisterebbe una soluzione molto più lineare e soprattutto più onesta: abbassare le tasse a chi lavora qui. Ridurre il peso fiscale e burocratico che strangola i negozi, alleggerire i costi di gestione, dare respiro agli affitti commerciali, rendere sostenibile assumere personale. Questa sì sarebbe una politica a favore del territorio. Ma è più difficile, perché significa rinunciare a una parte di gettito e affrontare nodi strutturali. Mettere due euro sui pacchi, invece, è facile: è un gesto simbolico che sembra “giusto”, produce titoli e dà l’illusione di aver fatto qualcosa.

La realtà è ben diversa

Solo che quel “qualcosa” non riequilibra nulla. Non risolve il problema della concorrenza sleale, non mette in discussione i modelli produttivi, non tocca i margini dei grandi operatori, non educa a consumi più sostenibili. È solo una tassa regressiva, una di quelle che pesano di più proprio su chi ha meno. Perché due euro per qualcuno sono una sciocchezza, per altri sono l’ennesima goccia. E soprattutto sono due euro che si sommano, che si ripetono, che diventano un costo fisso sulla povertà: paghi di più perché sei costretto a comprare dove costa meno.

Alla fine, chi acquistava su Temu prima perché non può permettersi di spendere cinque volte di più per acquistare lo stesso prodotto in un negozio fisico, continuerà a farlo, ma stavolta spendendo due euro in più. Questa tassa, dunque, racconta una verità semplice e amara: si continua a scegliere la scorciatoia. Invece di rendere competitivo il commercio locale, si prova a rendere meno conveniente l’alternativa. Invece di curare la malattia, si alza il prezzo dell’aspirina. E intanto la propaganda stride con la realtà: “Lo facciamo per i negozi”, dicono. Ma i negozi continuano a chiudere perché i commercianti non si salvano con i due euro sulle spalle dei più poveri. I negozi si salvano togliendo peso a chi li tiene aperti, non aggiungendolo a chi entra con il portafoglio già vuoto.

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Classe 1984, è una giornalista che ha iniziato la sua carriera nel 2006 presso un'emittente locale, dove si occupava principalmente di cultura e attualità. La sua passione per il giornalismo e la comunicazione l'ha portata a collaborare con alcune delle più importanti testate nazionali, ampliando il suo raggio d'azione su una vasta gamma di temi.Nel corso degli anni, ha scritto di attualità, cultura, spettacoli, musica, cinema, gossip, cronache reali, bellezza, moda e benessere. Ha avuto l'opportunità di intervistare numerosi cantanti, attori e personaggi televisivi italiani e stranieri.Attualmente, scrive per le riviste Mio, Eva 3000 e Eva Salute, dove continua a esplorare i temi che da sempre la appassionano, con un occhio attento alle tendenze e ai cambiamenti del panorama mediatico e culturale.

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