Voglio iniziare questo articolo prendendo spunto da un episodio della mia adolescenza che non ha a che vedere con il tema principale, ma che mi aiuta a liberare il campo da possibili fraintendimenti, ossia chiarire che non tutti gli uomini in divisa passati alla Politica seguono lo stesso percorso. Sono cresciuto a Perledo, un piccolo comune sul Lago di Como. Come forse accade a molti bambini, a un certo punto iniziai a cercare il mio cognome sulle enciclopedie, quasi per trovarvi una conferma della mia presenza nel mondo. Scoprire che una persona famosa portava lo stesso nome sembrava attribuire, per riflesso, un frammento della sua importanza anche a me.
Politico in divisa: il caso del Presidente dell’Argentina Juan Carlos Ongania

Da bambino scoprii che un presidente della Repubblica dell’Argentina portava il mio stesso cognome: Juan Carlos Ongania (in foto, Credit: Wikipedia). Fu Presidente dal 1966 al 1970. La coincidenza, naturalmente, era sufficiente ad accendere la curiosità e la primissima ricerca genealogica del mio casato. Quel nome compariva nelle enciclopedie accanto a fotografie in uniforme e a una qualifica che, letta con gli occhi di un bambino, sembrava quasi l’approdo naturale di una carriera militare: presidente dell’Argentina. Gli scrissi una lettera, con la traduzione in spagnolo di una amica, per “parlare la sua lingua”, e poi scoprire antenati comuni… mi rispose (con mia somma gioia). Da quel momento sono rimasto in contatto con gli eredi.
Solo più tardi avrei capito che quella definizione di “Presidente” richiedeva una precisazione tutt’altro che secondaria. Il generale Juan Carlos Onganía (l’accento tonico è per lo spagnolo, in italiano solitamente non si mette), fu presidente de facto dell’Argentina dal 1966 al 1970, dopo il colpo di Stato che rovesciò il presidente costituzionale Arturo Illia e inaugurò la cosiddetta Revolución Argentina.
Quella vicenda appartiene dunque a una categoria precisa della storia politica del Novecento: quella delle dittature militari, nelle quali le forze armate non si limitano a fornire uomini alla politica, ma intervengono direttamente nell’ordinamento dello Stato e ne assumono il governo. “Militari e politica”, però, può indicare fenomeni molto differenti. Una cosa è l’esercito che prende il potere. Altra cosa è il militare che entri nella politica, trasferendovi parte del prestigio, dell’identità e dell’autorevolezza maturati attraverso il proprio servizio. È questo secondo fenomeno che l’Italia uscita dalla Prima guerra mondiale permette di osservare in modo particolarmente nitido.
Dalla trincea una nuova credenziale: l’ex soldato in divisa e la seconda “giovinezza” in politica

La Grande Guerra non terminò completamente con l’armistizio. Le armi tacquero, gli eserciti cominciarono a smobilitare e milioni di uomini tornarono alle proprie case, ma l’esperienza bellica continuò a occupare lo spazio pubblico europeo ancora per molti anni. In Italia, tra il 1915 e il 1918, milioni di uomini erano passati attraverso la mobilitazione di quella che papa Benedetto XV ebbe a definire – come dargli torto – “Inutile strage”. Per una parte enorme della popolazione maschile adulta lo Stato nazionale si era materializzato nella forma più concreta possibile: una divisa, una gerarchia, un comando, una trincea. Quando quei cittadini tornarono alla vita civile, non tornarono necessariamente a essere esattamente ciò che erano stati prima.
Il nuovo capitale simbolico
La guerra aveva prodotto qualcosa che difficilmente compare nei bollettini militari: un nuovo capitale simbolico. Essere stati al fronte, aver comandato uomini, essere stati decorati o feriti o mutilati, o semplicemente avere condiviso l’esperienza della mobilitazione, poteva diventare una credenziale pubblica. Il servizio aveva prodotto una reputazione fuori dalla politica. Il dopoguerra rese possibile spenderla anche dentro la politica. Il fenomeno aveva naturalmente precedenti illustri. La storia stessa del Risorgimento aveva conosciuto figure nelle quali armi e rappresentanza erano difficilmente separabili. Giuseppe Garibaldi ne rappresentava l’esempio più evidente: comandante, rivoluzionario, protagonista militare e parlamentare.
La Grande Guerra introdusse però una differenza fondamentale: la scala di massa. Non erano più soltanto gli eroi nazionali o i vertici dell’esercito a poter rivendicare il servizio alla patria. Milioni di italiani avevano indossato l’uniforme. Nasceva così una figura sociale nuova e immediatamente riconoscibile: il reduce. E il reduce non era semplicemente un ex soldato. Poteva presentarsi come creditore della comunità nazionale. Il suo credito era materiale – lavoro, pensioni, assistenza, le terre promesse durante il conflitto – ma poteva essere anche simbolico, del tipo:
Ho servito, dunque possiedo un titolo per prendere parola sul destino dello Stato che ho contribuito a difendere
Il mercato delle legittimazioni: la fascinazione della divisa prestata alla politica

È qui, a mio avviso, che la vicenda diventa più interessante della semplice conta degli ufficiali o dei combattenti che intrapresero una carriera politica. La politica non seleziona necessariamente i propri protagonisti soltanto al proprio interno. Soprattutto nelle fasi di profonda trasformazione sociale possono entrare nell’arena pubblica persone che portano con sé un’autorevolezza costruita altrove. Potremmo parlare di un vero e proprio mercato delle legittimazioni politiche.
Il notabile liberale possedeva il capitale dell’esperienza amministrativa e delle relazioni territoriali. Il dirigente socialista poteva rivendicare la rappresentanza di una classe organizzata. Il cattolico disponeva delle vaste reti associative e comunitarie che stavano alla base del Partito Popolare.
Il Servizio reso allo Stato (con una divisa) giocato come credenziale apoditticamente “di merito” per la politica
Il combattente portava invece un’altra credenziale: il servizio. Il generale poteva presentare il prestigio del comando; l’ufficiale quello della responsabilità; il decorato quello del valore riconosciuto; il reduce quello del sacrificio compiuto. Erano capitali prodotti fuori dalla politica e che potevano essere convertiti politicamente. La nozione aiuta anche a comprendere il particolare prestigio dell’ufficiale nel dopoguerra. Aver comandato uomini durante una guerra significava avere preso decisioni in circostanze estreme. Naturalmente, comandare un reparto e governare una società sono competenze profondamente differenti. Ma sul piano della rappresentazione pubblica il trasferimento poteva funzionare. Il comando diventava prova di capacità decisionale. La disciplina poteva essere letta come affidabilità. Il servizio come dedizione alla collettività. Gradi, decorazioni e biografie militari smettevano così di essere semplici informazioni biografiche. Diventavano credenziali.
Nel 1919 il mondo dei reduci cominciò inoltre a organizzarsi su scala nazionale. L’Associazione Nazionale Combattenti raccolse istanze differenti: assistenza, reinserimento, tutela dei reduci, rivendicazioni economiche e sociali. Sarebbe tuttavia profondamente sbagliato trasformare retrospettivamente tutto questo mondo in un semplice vestibolo del fascismo o ricondurre il tutto sotto l’ombrello del diciannovismo.
Il combattentismo non fu un’ideologia unitaria. Gli ex combattenti si distribuirono in campi politici differenti e molti non ebbero alcun ruolo politico. Ciò che accomunava quelle esperienze non era necessariamente una dottrina, ma l’esistenza di una biografia nuova: essere stati parte della guerra.
D’Annunzio, Fiume e la divisa come linguaggio nuovo della politica

Gabriele D’Annunzio portò questa trasformazione su un terreno ancora differente. Non era un militare di carriera, ma durante la guerra costruì con eccezionale efficacia la propria figura pubblica di combattente. Il volo su Vienna, la Beffa di Buccari e le sue imprese aviatorie furono contemporaneamente azioni e racconti delle azioni. In D’Annunzio l’esperienza bellica diventava rappresentazione.
A Fiume, dal settembre del 1919, questo repertorio assunse apertamente una dimensione politica. Legionari, uniformi, rituali, bandiere, formule, celebrazioni, musica e discorsi pubblici contribuirono alla costruzione di un universo nel quale la politica veniva rappresentata attraverso un linguaggio largamente derivato dall’esperienza della guerra.
La divisa, in questo senso, non era più semplicemente un abito professionale. Era diventata un segno. Prima ancora di conoscere le idee di chi la indossava, comunicava appartenenza, funzione, disciplina, gerarchia, servizio. Il titolo militare anticipava (apoditticamente) una garanzia, una dote di rispetto, ma anche ammirazione, credito, fiducia, rispetto, sicurezza.
La stessa cosa avveniva con il lessico. La politica parlava sempre più frequentemente di fronti e di battaglie, di mobilitazione e disciplina, di legionari e camerati. Le organizzazioni utilizzavano distintivi, uniformi, gagliardetti, inni e rituali collettivi. La denominazione stessa di “Fasci italiani di combattimento”, adottata nel 1919, collocava il nuovo movimento dentro quell’universo. Squadre, gerarchie, camicie, gagliardetti, adunate e culto dei caduti ripresero e rielaborarono elementi che la società italiana aveva imparato a conoscere durante il conflitto.
Tuttavia, il fascismo non coincise con il combattentismo. Se ne appropriò in parte, contendendo ad altri soggetti il diritto di interpretare politicamente l’esperienza della guerra. È una distinzione importante, perché permette di evitare una facile equivalenza tra uniforme e ideologia. Il fenomeno storico che interessa è più ampio: il modo in cui una società può trasformare una biografia in una fonte di legittimazione politica.
Dalla divisa alla politica: da servitore della nazione a rappresentante della nazione
Tra il 1919 e il 1921, inoltre, il sistema politico italiano stava cambiando rapidamente. Le elezioni del novembre 1919, svolte con il sistema proporzionale, segnarono l’affermazione dei grandi partiti di massa e il ridimensionamento del tradizionale predominio delle élite liberali. A competere non erano soltanto programmi diversi. Entravano in concorrenza differenti risposte a una domanda fondamentale della rappresentanza politica: perché proprio tu hai titolo per rappresentarmi?
Il primo dopoguerra appare allora come un laboratorio particolarmente interessante. Alla legittimazione derivante dall’esperienza politica potevano affiancarsi credenziali originate altrove: classe sociale, appartenenza religiosa, organizzazione sindacale, radicamento territoriale e, appunto, servizio militare. In questo mercato delle legittimazioni la divisa possedeva una qualità particolare. Parlava prima ancora che il suo proprietario iniziasse a parlare. E poteva continuare simbolicamente a farlo anche dopo essere stata tolta. Da cittadino a soldato, da soldato a combattente, da combattente a reduce: la guerra aveva aggiunto nuove identità alle biografie di milioni di italiani.
Per alcuni esisteva un ulteriore passaggio possibile: da servitore della nazione a rappresentante della nazione. Non tutti lo percorsero. E certamente non esisteva una destinazione politica obbligata per chi proveniva dalle forze armate. Ma il fatto stesso che quel passaggio fosse diventato socialmente leggibile costituisce già una trasformazione importante nella storia politica italiana. Quest’ultima, in particolare, nel dopoguerra scoprì rapidamente che quel patrimonio poteva essere convertito in una nuova moneta. La legittimazione. Non l’adeguatezza delle idee, la preparazione. Bastava aver indossato una divisa per trasferire il prestigio di tale servizio alla presunta capacità di affrontare le situazioni. Non serviva più la competenza politica necessaria per individuare i processi risolutivi perché diventavano “battaglie” da vincere in divisa.
Leggi anche:
Elon Musk: quell’ambiguo “saluto romano”, lo spettro del nazifascismo e le politiche Trumpiane
Michelle Comi, quando la beneficenza serve ad elemosinare attenzioni
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
