Internet non dimentica. Noi sì. Ed è proprio questa differenza, apparentemente banale, a raccontare uno dei più grandi cambiamenti prodotti dalla rivoluzione digitale. Per secoli abbiamo avuto la possibilità di commettere errori e lasciarli lentamente alle nostre spalle. Una frase infelice, una fotografia imbarazzante, un’opinione sbagliata o una leggerezza giovanile potevano perdersi nel tempo e finire per essere dimenticate. Certo, non necessariamente cancellate, ma in ogni caso ridimensionate. Oggi, invece, basta una ricerca su Google, un vecchio profilo social o uno screenshot ancora presente nella memoria di uno smartphone e qualcosa accaduto dieci o vent’anni fa torna improvvisamente a tormentarci.
Ogni santo ha un passato e ogni peccatore ha un futuro – Oscar Wilde
Internet ha trasformato il passato in un archivio permanente
Perciò, mi viene inevitabilmente naturale chiedermi: quanto siamo ancora liberi di diventare persone diverse da quelle che Internet ci fa sembrare? Ogni giorno lasciamo dietro di noi una quantità impressionante di tracce digitali. Fotografie, post, commenti, video, messaggi, like e profili abbandonati che continuano ad esistere anche quando noi abbiamo quasi dimenticato di averli creati. Io, per esempio, ho su Instagram un profilo privato, che uso come contenitore fotografico di momenti da poter condividere solo con gli amici più stretti.

Il problema della memoria digitale è proprio questo: mentre l’essere umano cambia, l’archivio rimane. Per quanto riguarda la mia personale esperienza, l’uso che faccio io dei social network è un bene. Del resto, da una quindicina di anni a questa parte, le foto non vengono più stampate e molto spesso si perdono. Io ho trovato il modo di conservarle. Il punto è che una fotografia pubblicata nel 2012 continua a mostrare la persona che eravamo in quell’anno, mentre un’opinione espressa quindici anni fa non si aggiorna automaticamente insieme a noi. Internet conserva versioni precedenti della nostra identità e permette a chiunque di riportarle “a galla”.
Social network e gogna digitale: quando un errore diventa il nostro biglietto da visita
Accade con una frequenza sempre maggiore. Un personaggio pubblico pronuncia una frase e qualcuno recupera un suo post vecchio. «Ecco cosa diceva allora». Screenshot. Condivisione. Polemica. Processo (mediatico, e alle volte non basta nemmeno quello). Sentenza. Tutto nel giro di qualche ora. Il meccanismo è diventato talmente abituale che non ce ne accorgiamo nemmeno. Se una persona sosteneva qualcosa dieci anni fa e oggi sostiene il contrario, significa necessariamente che sia ipocrita? Non potrebbe essere semplicemente cambiata? Sembra una domanda elementare, eppure le piattaforme virtuali hanno trasformato l’incoerenza in una delle colpe più facilmente perseguibili dal tribunale della rete.
E questo non riguarda soltanto i personaggi famosi, perché può interessare. Una vecchia fotografia può riemergere durante un colloquio di lavoro, un commento può essere decontestualizzato e una battuta può essere giudicata anni dopo secondo sensibilità completamente diverse. La memoria digitale rischia così di cancellare una distinzione fondamentale, ossia quella tra aver fatto qualcosa ed essere qualcosa. Hai pronunciato una frase sbagliata? Allora quella frase diventa il tuo biglietto da visita, ciò che sei. Hai commesso un errore? Quell’errore può diventare la tua biografia. Hai avuto un’opinione discutibile? Qualcuno potrà ricordartela anche quando non sarà più la tua. Internet possiede una memoria formidabile, ma una memoria senza contesto può diventare profondamente ingiusta.
Le nuove generazioni saranno le prime a non avere un passato davvero privato
C’è poi un fenomeno che comprenderemo pienamente soltanto tra qualche anno. Le nuove generazioni stanno crescendo lasciandosi dietro una biografia digitale praticamente quotidiana e questa comincia ancora prima che possano scegliere. Fotografie pubblicate dai genitori, video relativi alla loro infanzia, i primi profili su Instagram, adolescenza raccontata online, amori, litigi, opinioni, scherzi e così via. Insomma, momenti che un tempo sarebbero rimasti confinati tra le mura della propria casa o entro i confini di una cerchia di amici piuttosto ristretta e che adesso possono sopravvivere su server, cellulari e piattaforme. Un adolescente che pubblica qualcosa ora potrebbe ritrovarselo davanti a trentacinque anni, ma a quindici anni dovremmo davvero essere responsabili della reputazione digitale della persona che saremo a cinquanta?
Forse questo è il punto centrale, perché cambiare significa anche contraddirsi e crescere vuol dire guardare qualcosa che abbiamo detto o fatto in passato e pensare: «Mi sbagliavo». È una delle manifestazioni più evidenti dell’intelligenza umana, benché la rete ci stia abituando all’idea opposta: tutto ciò che abbiamo detto può essere utilizzato per dimostrare ciò che siamo, per sempre. Tuttavia, se una persona non potesse più prendere le distanze dal proprio passato, che significato avrebbero parole come crescita, maturazione, pentimento o evoluzione? Pretendere una coerenza assoluta tra ciò che qualcuno pensava a vent’anni e ciò che pensa a cinquanta non significa difendere la verità, ma equivarrebbe a negare il tempo.
Diritto all’oblio: dimenticare non significa cancellare la storia
In quest’ottica, il diritto all’oblio potrebbe diventare, oltre che un problema giuridico, una questione profondamente umana. Naturalmente esistono fatti che devono rimanere accessibili, poiché la memoria storica, il diritto di cronaca e l’interesse pubblico non possono essere cancellati semplicemente perché il passato è diventato scomodo. Ciò nonostante, è bene sottolineare che interesse pubblico e curiosità pubblica non sono la stessa cosa, così come ricordare e perseguitare non sono sinonimi. Una società civile dovrebbe riuscire a conservare la memoria senza trasformarla in una condanna permanente.
Abbiamo trascorso secoli cercando di conservare informazioni, inventando la scrittura, progettando biblioteche, sviluppando fotografie, effettuando registrazioni, costruendo computer e ideando dei cloud, ma ora siamo giunti al paradosso opposto. Sappiamo conservare tutto, ma dovremmo imparare a scegliere ciò che merita realmente di restare, e perché no, magari concederci pure il lusso di dimenticare. Qualche volta è ciò che permette ad una ferita di chiudersi, ad un errore di diventare esperienza e ad una persona di non essere condannata eternamente alla versione peggiore di sé. Internet non dimentica nulla. L’uomo, per fortuna, alcune volte sì, perché avere un futuro può rappresentare un’occasione per smettere di essere per sempre il proprio passato!
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