Nell’estate del 2025, l’Italia ha contato già oltre 4.500 decessi legati direttamente o indirettamente al caldo estremo, stando a quanto rivelano le stime preliminari dell’Istituto Superiore di Sanità. Le temperature hanno toccato punte storiche in varie città: Roma ha registrato 44,2 gradi, Firenze 45, Milano 42,5. A Napoli, invece, il termometro ha superato i 40 gradi per dieci giorni consecutivi. Le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, ma pare siano diventate una costante. Ed è in questo contesto che è arrivata la notizia dei “bonus caldo” offerti da Glovo ai rider.
Una percentuale, quella che verrebbe concessa dal grande colosso, che varia dal 2 all’8% di aumento sulla consegna, a seconda della fascia di temperatura. Tradotto in cifre, per una consegna da 4 euro, l’8% in più a oltre 40 gradi significa 32 centesimi lordi. Pochi spiccioli, insomma, per pedalare sotto un sole che cuoce la pelle, brucia l’asfalto e può mettere a rischio la vita.
Le polemiche scatenate dall’incentivo concesso da “Glovo”
In concomitanza (e in seguito) alle numerose polemiche che si sono sollevate in seguito all’annuncio del provvedimento, Glovo ha definito questa misura come “compensativa”, ma la semantica non basta a cancellare l’implicito messaggio che racchiude: il rischio si monetizza, si premia, si rende “conveniente”. Come se esistesse una cifra giusta per rischiare un colpo di calore, per collassare tra le strade arroventate di una città che continua a consumare cibo a domicilio anche mentre fuori si muore.
E la domanda sorge spontanea: quando, a che punto dell’evoluzione, esattamente, ci siamo persi? Quando il lavoro ha smesso di essere umano e ha iniziato a essere solo funzionale, silenziosamente ricattabile? Davvero basta la libertà di “scegliere” se consegnare o meno per poter parlare ancora di dignità? No, perché la libertà, in realtà, non è mai piena se è condizionata dal bisogno economico, se un rider si sente costretto a lavorare anche sotto un sole assassino perché ha bollette da pagare e una paga oraria che non consente alternative.
E così, in questa estate in cui gli ospedali hanno visto aumentare i ricoveri per collassi, disidratazioni, insufficienze renali acute, un’estate in cui si è lanciato l’allarme climatico in ogni sede istituzionale, la proposta di Glovo di “omaggiare” i lavoratori con un micro-bonus appare un po’ come il tentativo come offrire una pacca sulla spalla a chi sta affondando: un gesto che più che aiutare, suona come un’amara beffa.
Un modello economico che ignora la condizione umana
Non si tratta solo di Glovo, sia chiaro. Non è affatto un attacco all’azienda, né una critica diretta ai vertici che, probabilmente, hanno visto nei “bonus caldo” un’ottima idea. Si tratta in realtà di una riflessione su un intero modello economico che continua a operare ignorando la crescente fragilità ambientale e umana. Si tratta di ragionare su una società che normalizza l’inaccettabile, che abitua all’ingiustizia a piccoli morsi quotidiani. Eppure, non possiamo restare indifferenti. Perché ogni volta che una società accetta che la salute e la vita di qualcuno valgano pochi centesimi, tutti perdiamo un pezzo della nostra umanità.
È vero, ci sono state delle reazioni, come Casa Rider a Firenze, l’ordinanza del Piemonte, i sindacati che invocano stop al lavoro in condizioni estreme: tutte queste rispsote sono segnali di speranza. Ma da soli non bastano. Serve una presa di coscienza collettiva, serve una politica che metta al centro il valore del lavoro umano, la dignità del lavoratore, e non solo la sua funzione.
Perché il futuro che ci aspetta sarà sempre più caldo, più duro, più sfidante. E se non lo affrontiamo insieme, da esseri umani prima che da lavoratori o consumatori, rischiamo di diventare una società dove l’efficienza vale più della vita. E quella, non è più una società: è una catena di montaggio della disumanità.
L’etica, quindi, ci impone una domanda scomoda, ma necessaria: quanto vale una vita? E se la risposta è “meno di un euro”, allora non è il clima ad aver perso il controllo; siamo noi!
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