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Hantavirus, la paura del ritorno: allarme reale o ennesima psicosi collettiva?

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Hantavirus
Credit: magnific.com/licensefree

Pensavamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle espressioni come “emergenza sanitaria“, “isolamento” o “pandemia“. Invece, in men che non si dica, e a distanza di ‘soli’ sei anni dall’emergenza pandemica da Covid-19, sono tornate prepotentemente a far parte del nostro lessico quotidiano. O perlomeno, di quello a cui i mass media e i cosiddetti esperti stanno facendo abitudinariamente (e forse un po’ a sproposito) ricorso nelle ultime settimane. Ma perché? Ebbene, perché il recente e anomalo focolaio di Hantavirus sulla nave da crociera MV Hondius sembra aver risvegliato i nostri più grandi timori.

MV Hondius, Hantavirus e memoria del Covid: perché il mondo ha di nuovo paura?

Del resto, da quel fatidico 2020 il mondo non è stato più lo stesso e non è da escludere che in futuro, probabilmente prima di quanto si pensi, ci si possa ritrovare a vivere situazioni ben peggiori di quella che abbiamo affrontato con il Coronavirus. Ma siamo davvero sicuri che quel futuro sia adesso e che la causa scatenante sia l’Hantavirus? Ciò che appare particolarmente strano, in effetti, è che il patogeno in questione sia noto alla comunità scientifica da decenni, pur rimanendo tutt’ora sprovvisto di una terapia mirata o di una cura specifica per la malattia ad esso correlata, con focolai e casi di contagio annuali in diverse parti del pianeta.

Ma allora perché torna, o sarebbe meglio dire “inizia”, a preoccuparci soltanto oggi? Non sarà che i media di informazione (e non), tanto i nazionali quanto quelli esteri, stiano sfruttando il caos e le incertezze del momento a favor di clickbait, alimentando ulteriormente l’allarmismo e le più che giuste preoccupazioni? Oppure ci troviamo seriamente di fronte ai primi segnali di un evento di portata globale che ci vedrà tutti, di nuovo, costretti a fare i conti con lockdown, distanziamento sociale, dispositivi di protezione e campagne vaccinali mirate? Le domande sono troppe, le risposte che si potrebbero fornire talmente tante che nessuna di esse risulterebbe soddisfacente o adeguata e le coincidenze, le stesse che piacciono tanto ai complottisti, di certo non aiutano. Ma facciamo un passo indietro e ripartiamo dall’inizio.

La paura collettiva è spesso più contagiosa del virus stesso — adattata da Albert Camus, La peste

Hantavirus: cosa sono e da dove arrivano

Al di là di ogni ragionevole dubbio, quel che è certo è che gli hantavirus sono virus zoonotici che infettano normalmente i roditori e che possono essere, in particolari condizioni, trasmessi anche all’uomo. Nell’essere umano l’infezione può comportare l’insorgenza di gravi malattie e perfino la morte, sebbene le patologie varino a seconda del tipo di virus e dell’area geografica. Difatti, sono diverse le specie di orthohantavirus che potrebbero rappresentare un rischio per noi, tra cui i virus Andes (ANDV) e Sin Nombre (SNV) nelle Americhe, e i virus Puumala e Dobrava in Europa. Ma da dove arrivano? E quanto è reale la loro minaccia?

Identificati ufficialmente per la prima volta negli anni ’70, il loro nome deriva dal fiume Hantan, situato in Corea del Sud, nei pressi del quale durante la guerra di Corea (1950-1953) migliaia di soldati delle Nazioni Unite svilupparono una grave febbre emorragica con insufficienza renale. Nel 1978 lo scienziato sudcoreano Ho-Wang Lee riuscì ad isolarne il virus responsabile, che venne poi chiamato “Hantaan virus”. In seguito, si scoprì l’esistenza di un’intera famiglia virulenta, presente in svariate regioni del mondo. Alcuni ceppi provocavano (e provocano ancora) sindromi emorragiche renali, più frequenti in Asia ed Europa, mentre gli altri (il ceppo Andes o il Sin Nombre virus) causavano (e continuano a causare) complicazioni polmonari notevoli, registrando una maggiore diffusione soprattutto nelle Americhe.

Al netto di tutto, sfortunatamente, vennero ritenuti per molto tempo piuttosto marginali.

Il caso del 1993 e l’attenzione della comunità internazionale

Credit: magnific.com/licensefree

Fu solamente nel 1993, quando nella regione dei “Four Corners” negli USA (un’area compresa fra Arizona, New Mexico, Colorado e Utah) si verificò un improvviso focolaio di una misteriosa sindrome respiratoria grave in giovani adulti sani, che il livello di attenzione di scienziati e addetti ai lavori si innalzò. In quella circostanza i pazienti manifestarono sintomi inizialmente simili ad un’influenza che in pochi giorni, se non addirittura ore, virarono verso una gravissima insufficienza respiratoria, il più delle volte mortale.

Le indagini portarono all’identificazione del già citato “Sin Nombre virus”, trasmesso dal topo cervo (deer mouse), e con esso di nuovi sintomi mai osservati in precedenza. Quell’episodio ebbe un impatto non indifferente, poiché dimostrò quanto rapidamente le conseguenze del virus potessero diventare gravi, evidenziò il legame tra i cambiamenti ambientali e la proliferazione dei roditori, e portò alla nascita di sistemi di sorveglianza specifici sugli hantavirus dapprima negli USA e, successivamente, in numerosi altri Paesi.

In alcune regioni del mondo è ormai endemico

Ed è proprio nel Nuovo Mondo che l’infezione, oltre che ad essere endemica in alcune aree, è nota per causare la sindrome cardiopolmonare da hantavirus (HCPS) che ci sta spaventando in questi giorni, una condizione a rapida progressione che colpisce polmoni e cuore, a differenza della regione euro-asiatica in cui la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS) è più comune.

Stando ai dati diffusi dagli istituti sanitari ufficiali, nel continente americano, soltanto nel 2025, otto Stati hanno segnalato ben 229 casi e 59 decessi, con un tasso di letalità pari al 25,7%. Così come in Europa, nel 2023, si sono registrate 1885 infezioni, il più basso tasso osservato dal 2019. E in Asia orientale, in particolare in Cina e nella Repubblica di Corea, la febbre emorragica da Hantavirus (HFRS) causa migliaia di casi ogni anno, nonostante i report più recenti indichino una diminuzione dell’incidenza. Ad ogni modo, in generale, mentre le varianti Vecchio Mondo raramente superano una mortalità dell’1-5%, il ceppo Andes, quello che secondo le prime analisi avrebbe colpito i passeggeri sulla nave da crociera, ha un tasso di letalità confermato tra il 35 e il 50%.

Ma ciò sta a significare che siamo sulla soglia di una seconda pandemia? Beh, il ‘sì’ non è così scontato come alcuni vorrebbero indurci a pensare. E poi, come avviene effettivamente il contagio?

Come si trasmette?

L’infezione da Hantavirus umano si contrae principalmente attraverso il contatto con urina, feci o saliva di roditori malati, toccando superfici infette (sulle quali sopravvive per pochi giorni) e/o inalando particelle microscopiche che si sprigionano nell’ambiente circostante nell’istante in cui i materiali contaminati vengono mossi, sempre tenendo a mente che i virioni del germe non sopravvivono a lungo nell’aria. Nulla a che vedere col Covid, dunque, se è questo ciò che ci spaventa! A ciò si aggiunge il fatto che i casi umani sono più comunemente segnalati in ambienti rurali, come foreste, campi e fattorie, dove sono presenti topi e le opportunità di esposizione sono sicuramente maggiori.

Nonostante non sia affatto comune, è stata segnalata una limitata trasmissione interumana, esclusivamente in relazione al ceppo Andes (diffuso soprattutto in Argentina e Cile), della sindrome polmonare da ipersensibilità (HPS) in contesti comunitari che prevedono contatti stretti e prolungati. Infezioni secondarie tra gli operatori sono state precedentemente documentate nelle strutture sanitarie, benché rimangano rare.

Quali sono i sintomi?

Per quel che riguarda i sintomi, la HPS è caratterizzata da mal di testa, vertigini, brividi, febbre, mialgia e problemi gastrointestinali come nausea, vomito, diarrea e dolore addominale, seguiti da improvvisa difficoltà respiratoria e da ipotensione. Si manifestano, in genere, nell’arco di 2 o 4 settimane dopo l’esposizione iniziale al virus. Tuttavia, possono comparire già dopo una settimana e fino a otto settimane dopo il contagio. Per ora la sola terapia disponibile è una di supporto e si concentra su un attento monitoraggio clinico nonché sulla gestione delle complicanze respiratorie, cardiache e renali. A ciò si aggiunge l’accesso precoce alla terapia intensiva, quando indicata, che migliora gli esiti, specialmente nei pazienti con sindrome cardiopolmonare.

Infine, senza abbandonarsi al panico e cercando di rimanere il più lucidi possibile, è bene sapere che suddetta sindrome, in seguito al periodo di incubazione e all’insorgenza dei primi sintomi (qualora non si risulti asintomatici), può provocare un repentino crollo respiratorio. In tal caso, i capillari polmonari perdono d’improvviso la loro tenuta, e i polmoni “collassano” su sé stessi (edema polmonare non cardiogeno), un quadro a cui possono far seguito un’ipossia grave e un’ipotensione acuta che sfociano nello shock cardiaco.

E il tasso di trasmissione?

Come confermato da uno studio pubblicato nel 2020 sul New England Journal of Medicine, incentrato sull’epidemia patagonica di Epuyén del 2018-2019 (34 casi e 11 morti) di cui nessuno sembra ricordarsi o esserne a conoscenza, c’è l’eventualità che esistano pazienti superdiffusori, con un tasso di riproduzione iniziale R0 pari a 2.12. Va precisato, però, che tale tasso diminuisce a 0.96 se vengono applicate basilari norme di isolamento e che i parametri di “contatto stretto” a cui si fa riferimento qui sono decisamente rigorosi: vicinanza a meno di un metro per oltre 30 minuti consecutivi.

Perciò, ha senso abbandonarsi agli isterismi più apocalittici, seppur giustificati in virtù di quello che ciascuno di noi ha vissuto non troppo tempo fa? Con ogni eventualità, no! Anche perché, come confermato dall’Ecdc, i rischi di contagio per la popolazione sono per ora bassi. Certo, la vicenda che ruota intorno alla Hondius pone innumerevoli interrogativi, ma la maggior parte di essi, a mio avviso, non centra appieno il nocciolo della questione.

Il caso ‘zero’ della MV Hondius: a preoccuparmi non è tanto il virus, quanto la sua gestione!

Ricapitolando, in base ai rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc), il 1 aprile scorso una nave da crociera nell’Atlantico, con a bordo 147 persone di 23 nazionalità differenti, diventa scenario di un’epidemia di Hantavirus dopo esser salpata da Ushuaia (Argentina). L’11 aprile si registra il primo decesso (un olandese di 70 anni).

Dopo giorni trascorsi al largo di Capo Verde, che non concede la possibilità di attraccare, la nave sbarca il 24 aprile a Sant’Elena e la salma del primo defunto, colui che diverrà il “paziente zero” e le cui analisi mostreranno insorgenza di stati febbrili e problemi gastrointestinali già dal 6 aprile, lascia finalmente l’imbarcazione. Perché ci sono voluti 13 giorni per far sì che il cadavere dell’uomo arrivasse a terra? Come mai l’iter di rimpatrio del defunto non si è attivato immediatamente, al di là che fosse conosciuta o meno la causa della sua morte? In fondo, erano in mare, come si può pensare di trasportare un morto per così tanti giorni? La Hondius disponeva di tutte le strutture necessarie?

Il secondo e il terzo decesso

Nel frattempo, la moglie, al pari di altri, scende. Il sequenziamento virale conferma la presenza del ceppo Andes, l’unico a potersi trasmettere da uomo a uomo. Perché, considerata l’anomalia della situazione, i protocolli non si sono attivati sin da subito permettendo alle persone di lasciare il vascello come se nulla fosse? Il 26 aprile si reca in aeroporto a Johannesburg per far ritorno a casa, ma ha un malore sull’aereo e viene trasportata d’urgenza in un ospedale. Morirà di lì a breve, nonostante manifestasse qualche sintomo già in mare e il medico di bordo le avesse diagnosticato un ‘semplice’ stress da ansia.

Il 2 maggio si registra la terza vittima e i casi salgono. All’11 maggio, dopo che ciascun passeggero è stato rimpatriato, si segnalano 9 casi, di cui 7 accertati e 2 sospetti, mentre altri vengono posti in quarantena preventiva di 42 giorni in casa o in apposite strutture. Non sarebbe stato meglio predisporre quarantene e sorveglianze mediche in un unico luogo anziché rischiare una diffusione senza controllo dell’Andes? La gestione non appare delle migliori, specie se consideriamo che in Olanda 12 operatori sanitari/infermieri e membri dello staff dell’ospedale universitario di Nijmegen (Radboud UMC) sono già stati messi in quarantena precauzionale dopo aver manipolato campioni di sangue e urine di un passeggero della Hondius senza applicare i protocolli di biosicurezza più adeguati.

I dubbi da chiarire

Tornando a noi, comunque, quello che sappiamo è che la tempistica del primo paziente sintomatico evidenzia una discrepanza clinica rispetto ai tempi medi di incubazione (14-21 giorni, che possono arrivare fino a 39), il che sembra smentire l’ipotesi del solo contagio a bordo. Le infezioni potrebbero derivare da un’esposizione condivisa di più passeggeri in Patagonia, dove il virus è endemico, nelle settimane precedenti la partenza, e solo secondariamente da un contagio interumano in cabina.

Personale preposto a sovrintendere lo sbarco dell’equipaggio, probabilmente infetto, della MV Hondius/Credit: web

Insomma, niente di definitivo e la sola cosa innegabile resta il caso Hondius che diventa uno specchio del nostro tempo, delle fragilità dei sistemi sanitari globali e della gestione dell’informazione nell’era post-Covid. Perché se è vero che l’Hantavirus non possiede, almeno allo stato attuale, le caratteristiche di trasmissibilità del SARS-CoV-2, è altrettanto vero che l’intera vicenda ha mostrato falle procedurali, ritardi, sottovalutazioni e comunicazioni spesso contraddittorie.

Come può, torno a ribadirlo, un virus conosciuto da decenni coglierci impreparati? Cosa accadrebbe davanti a un agente patogeno realmente nuovo e altamente trasmissibile? Abbiamo davvero imparato qualcosa dagli errori del passato oppure continuiamo a rincorrere le emergenze soltanto quando ormai è troppo tardi?

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Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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