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“Il lutto si addice ad Elettra” (1947), il grande azzardo tragico di Hollywood

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Poster film Il lutto si addice ad Elettra
Credit: web

Nel panorama del cinema americano del secondo dopoguerra, pochi film appaiono oggi così enigmatici, monumentali e al tempo stesso dimenticati quanto Mourning Becomes Electra (in Italia Il lutto si addice ad Elettra), diretto da Dudley Nichols e interpretato da una sorprendente Rosalind Russell. Uscito nel 1947, il film rappresenta una delle operazioni più ambiziose mai tentate dalla Hollywood classica: trasporre per il grande schermo la mastodontica trilogia teatrale di Eugene O’Neill, a sua volta riscrittura moderna dell’Orestea di Eschilo. Il risultato è un’opera smisurata, cupa, cerebrale, quasi anti-hollywoodiana.

Rosalind Russell e Michael Redgrave
Credit: Web

Fu un clamoroso insuccesso commerciale, costò moltissimo alla RKO Radio Pictures e venne progressivamente mutilato nelle successive distribuzioni, ma oggi merita una rivalutazione come uno degli esperimenti più estremi del melodramma tragico americano.

Una tragedia greca in abiti vittoriani ne “Il lutto si addice ad Elettra”

La vicenda è ambientata nel New England del 1865, subito dopo la Guerra Civile americana. Al centro della storia c’è la famiglia Mannon, potente dinastia puritana corrosa da desideri repressi, vendette trasversali e segreti incestuosi. La giovane Lavinia Mannon, interpretata da Rosalind Russell, scopre che sua madre Christine (la straordinaria Katina Paxinou) è amante del capitano Adam Brant. Da questa rivelazione prende avvio una spirale di tradimenti, assassinii, sensi di colpa e autodistruzione che travolge ogni personaggio.

Il lutto si addice ad Elettra
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O’Neill aveva immaginato la sua opera come una trasposizione americana della tragedia classica: Lavinia è un’Elettra puritana e vendicatrice, Orin richiama Oreste, Christine è una moderna Clitennestra, Ezra Mannon (Raymond Massey) una figura di Agamennone traslata nel contesto postbellico americano. Il film conserva quasi integralmente questa struttura mitologica. Qui sta la sua forza ma anche il suo limite: non cerca di semplificare O’Neill per il pubblico mainstream, ma lo obbliga a confrontarsi con una tragedia quasi rituale, dominata da dialoghi solenni e da una tensione psicologica opprimente.

Rosalind Russell come non l’avete mai vista

Per chi associa Rosalind Russell soprattutto alla brillantezza sofisticata de La signora del venerdì (His Girl Friday, Howard Hawks, 1940) o alla leggerezza elegante e fastidiosamente naïf di Donne (The Women) di Cukor, questo film è uno shock. Qui l’attrice abbandona ogni ironia e ogni leggerezza per incarnare una Lavinia Mannon rigida, tormentata, progressivamente consumata dall’ossessione morale e dalla sete di espiazione. È una performance feroce, spigolosa, volutamente scomoda.

Rosalind Russell in Mourning becomes Electra
Poster/Credit: Web

La splendida e glaciale Russell fu candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista e molti la consideravano favorita; secondo una celebre leggenda hollywoodiana, si sarebbe convinta di aver vinto, alzandosi dalla poltrona durante la cerimonia, prima che venisse annunciato il nome di Loretta Young per La moglie celebre (The Farmer’s Daughter, Henry C. Potter).

Al di là dell’aneddoto, la sua interpretazione resta una delle più radicali della sua carriera. Alcuni critici hanno sottolineato come fosse anagraficamente poco credibile nel ruolo della giovane Lavinia, ma questa apparente distanza finisce per accentuare il senso di deformazione tragica del personaggio, come se fosse già condannata a una vecchiaia morale prematura.

Un cast internazionale, teatrale, monumentale

Il film riunisce interpreti di provenienze diversissime, e proprio questo crea un effetto straniante. Michael Redgrave porta una recitazione intensamente britannica, quasi shakespeariana. Katina Paxinou offre un’espressività febbrile e quasi operistica. Raymond Massey incarna un patriarca scolpito nel granito. Un giovanissimo Kirk Douglas compare in uno dei suoi primi ruoli cinematografici.

Questa disomogeneità stilistica è stata spesso criticata, ma contribuisce al carattere allucinato del film. Nessuno sembra appartenere davvero allo stesso universo realistico: tutti si muovono come maschere tragiche dentro una dimensione simbolica.

Il grande problema: cinema o teatro filmato?

La critica dell’epoca fu divisa, e ancora oggi il nodo resta questo: Il lutto si addice ad Elettra è vero cinema o semplice teatro fotografato? Le accuse sono note. Regia statica, impianto scenico rigido, durata estenuante, dialoghi pesanti, eccessiva fedeltà al testo. Non sono obiezioni infondate. Dudley Nichols, grandissimo sceneggiatore ma regista meno visionario, non riesce sempre a trasformare la materia teatrale in linguaggio cinematografico. Molte scene restano frontali, quasi da palcoscenico.

E tuttavia sarebbe riduttivo considerarlo un fallimento. La fotografia di George Barnes costruisce un bianco e nero sepolcrale di enorme potenza espressiva. Le ombre della villa Mannon sembrano già tombe, i volti emergono dalla penombra come apparizioni, e l’intero film è attraversato da un senso di immobilità mortuaria che diventa linguaggio visivo.

Un flop che il tempo ha riscattato

Il pubblico del 1947 non era pronto. Dopo gli anni della guerra, Hollywood cercava evasione, romanticismo e spettacolo. Questo film offriva invece quasi tre ore di adulterio, nevrosi, repressione sessuale e autodistruzione. Il risultato fu un disastro al botteghino, con perdite enormi per la RKO. Il film venne inoltre pesantemente accorciato nelle successive distribuzioni, compromettendone ulteriormente la ricezione. Eppure, rivisto oggi, appare come un’opera che ha osato troppo, piuttosto che troppo poco.

Guardare Il lutto si addice ad Elettra oggi significa assistere a un raro momento in cui Hollywood tentò di confrontarsi frontalmente con la tragedia assoluta. Non è un film piacevole né scorrevole. Non cerca mai di compiacere. È severo, glaciale, oppressivo. Ma proprio per questo conserva un fascino ipnotico.

È cinema che richiede attenzione e disponibilità a entrare in un universo morale asfissiante. In cambio offre immagini potentissime, interpretazioni memorabili e una riflessione ancora attuale sulla colpa ereditaria, sulla repressione e sull’impossibilità di sfuggire ai fantasmi familiari. Rosalind Russell ne resta il cuore pulsante: una Elettra americana che trasforma il lutto in destino. Un film imperfetto, certamente. Ma anche uno di quei gloriosi fallimenti senza i quali la storia del cinema sarebbe infinitamente più povera.

Sei un demonio! Una vipera!

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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