La 76esima edizione del Festival della Canzone Italiana ha visto la vittoria di Per sempre sì, di Sal Da Vinci, la canzone che, a mio avviso, è stata la più dichiaratamente sanremese di qualnque altra: lineare, melodica, emotiva al punto giusto. La più riconoscibile, la più facile da cantare, la più spammata su TikTok e la più instagrammata di queste cinque lunghe serate. Funziona, certo. Piace. Mette d’accordo generazioni diverse. E allora il punto non è la vittoria in sé, ma quello che racconta.
Io te lo prometto
Davanti a Dio
Saremo io e te
Da qui
Sarà per sempre sì – “Per sempre sì”, Sal Da Vinci
La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo: cerchiamo trasgressione o rassicurazione?
Per un anno intero le classifiche sono dominate da trap, autotune spinto, lessico crudo, provocazione. Poi arriva l’evento musicale più seguito del Paese e improvvisamente torniamo alla melodia, alla struttura classica, a un’emozione più tradizionale, quasi rassicurante. Come se avessimo bisogno di rifugiarsi in un suono familiare, riconoscibile, persino nostalgico. La domanda non è tanto se la canzone sia bella o meno., quanto cosa stiamo cercando davvero nella musica, la trasgressione o la rassicurazione?
Forse non è un problema di generi, ma di sentimento. E magari va bene così: di giorno sperimentiamo, di sera ci abbracciamo alla melodia. Un po’ come addormentarci nelle braccia della Mamma, figura che in questo festival ha decisamente dominato restituendoci quel calore familiare che a volte diamo per scontato.
E in fondo la storia artistica di Sal Da Vinci racconta proprio questo bisogno di casa. Figlio d’arte, cresciuto tra teatro e canzone napoletana, debutta giovanissimo sui palcoscenici, respirando quella tradizione melodica che a Napoli non è solo musica ma identità. Negli anni alterna teatro musicale, televisione e dischi, attraversando mode e stagioni senza mai tradire un’impronta precisa: la centralità della voce, il racconto dei sentimenti, l’orgoglio delle radici popolari.
Non è un artista “di tendenza” nel senso effimero del termine. È, piuttosto, un interprete che ha costruito la propria carriera su una coerenza quasi ostinata, rimanendo fedele a una forma-canzone che molti davano per superata e che invece, ciclicamente, ritorna. E quando ritorna, lo fa con la forza delle cose semplici: un ritornello che si ricorda, parole che non hanno paura di essere dirette, un’emozione che non chiede di essere decodificata.
Chissà, magari è per questo che la sua vittoria non sorprende davvero. Perché non parla solo di lui, ma di noi. Della nostra oscillazione continua tra modernità e memoria, tra voglia di rompere e bisogno di restare. E allora sì, Per sempre sì diventa più di una canzone: è la fotografia di un Paese che cambia linguaggio ogni giorno, ma che, quando conta davvero, sceglie ancora di cantare all’unisono!
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