Giugno, si sa, è il mese del Pride, quel fatidico momento dell’anno in cui si celebrano l’identità, la libertà di amare e la lotta contro ogni forma di discriminazione o pregiudizio. Sfortunatamente, però, in un’epoca che ama definirsi progressista, il solo tenersi per mano in pubblico può ancora costare insulti, occhiatacce, percosse e, in certi casi, ripercussioni ben peggiori, spesso con tragici risvolti. Eppure, in un tempo lontano, forse dimenticato, l’amore non aveva etichette, gli schiavi vivevano da “liberi” e ricevevano un trattamento dignitoso, al pari di qualsiasi altro uomo, e il mondo, anche se soltanto per una settimana, sembrava capovolgersi.
Non stiamo parlando di un’utopia o di un sogno da romanzo di appendice, bensì di una vera e propria festività. In particolare, quest’ultima era conosciuta come la settimana dicembrina dei Saturnalia, antica celebrazione della Roma pagana nel corso della quale, per circa sette giorni, si sovvertiva ogni ordine e ci si abbandonava ad una realtà che, se confrontata con quella odierna, per certi versi apparirebbe perfino all’avanguardia.
In cosa consisteva la celebrazione dei Saturnalia?
Stando a quanto ci hanno tramandato i più autorevoli volti dell’antichità latina, Catullo e Seneca per citarne due, si trattava di una festa dedicata a Saturno, dio dell’età dell’oro, nel corso della quale avvenivano scambi di doni e di piaceri. Difatti, coloro che vi prendevano parte si scambiavano regali, trattavasi il più delle volte di oggetti semplici, simbolici, come candele o statuette. Un gesto piccolo ma che, tra le altre cose, ha ispirato la tradizione natalizia cristiana che, di lì a qualche secolo, avrebbe reinterpretato svariate usanze pagane. Al di là del reciproco conferimento di un presente, però, durante le giornate di celebrazioni non solo si esentavano gli schiavi dal proprio lavoro e li si faceva accomodare a tavola serviti dai loro stessi padroni, ma perfino il piacere riceveva il suo momento di celebrazione, e senza troppi moralismi!
Così come il vino, le risate e i momenti di convivialità, infatti, l’eros era parte della festa, sebbene non ne costituisca una caratteristica fondamentale. Ciò nonostante, è bene rimarcare che se, da un lato, le barriere di classe si abbassavano, dall’altro, anche quelle di genere, di orientamento e di etichetta assaporavano un momento di assoluta libertà. Insomma, quello che veniva a crearsi era un ambiente in cui il desiderio poteva manifestarsi senza etichette né paure.
Un momento da ripensare?
Strano (eppure incredibilmente vero!), soprattutto se si pensa al fatto che, ancora oggi, nel 2025, ci si batte strenuamente per eliminare alla radice ogni forma di violenza e discriminazione, l’omofobia, i pregiudizi sul corpo, l’educazione sessuale negata e la colpevolizzazione del desiderio. Certo, per carità, i Saturnalia non erano il paradiso dell’uguaglianza permanente: finita la festa, gli schiavi tornavano schiavi, e l’ordine sociale veniva ripristinato.
Ciò nonostante, quel “gioco” della libertà, benché temporaneo, era espressione di una volontà e una necessità collettiva di giustizia, di umanità e di inversione delle gerarchie che, chissà, magari noi non siamo più in grado di riuscire a comprendere! D’altronde, come diceva Ralph Waldo Emerson:
Essere se stessi in un mondo che cerca costantemente di farti diventare qualcos’altro è il più grande dei successi
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