Una Roma che conosciamo poco, nascosta sotto la superficie del Tevere eppure strettamente legata alla storia della città. È quella restituita dalla nuova prospezione archeologica subacquea condotta nel tratto urbano del fiume, dove una missione italo-britannica ha mappato dodici chilometri di fondale, da Ponte Flaminio a Valco San Paolo. I dati raccolti hanno permesso di individuare centinaia di evidenze antropiche, tra strutture architettoniche, resti di ponti e relitti, offrendo una prima vera mappa archeologica e conservativa del patrimonio sommerso del Tevere.
Il Tevere raccontato dalle nuove tecnologie
A realizzare il progetto Archaeological Survey of the Tiber ci ha pensato la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, dall’Istituto Centrale per il Restauro e da Barca Archaeology di Oxford, con il sostegno della National Geographic Society e di NORBIT Subsea. Alla ricerca hanno collaborato anche l’Aliquota Carabinieri Subacquei di Roma e il Nucleo Sommozzatori di Roma dei Vigili del Fuoco.
L’obiettivo non era soltanto capire cosa si trovi sul fondo del fiume, ma ricostruire il rapporto tra i reperti, il contesto nel quale si trovano e le condizioni che ne determinano la conservazione. Per farlo sono state utilizzate tecnologie capaci di restituire una rappresentazione tridimensionale del corso d’acqua: un sistema multibeam NORBIT ha acquisito i dati del fondale attraverso il sonar, mentre uno scanner LiDAR ha rilevato con tecnologia laser il paesaggio circostante. A questi strumenti si è aggiunto un sub-bottom profiler, in grado di leggere le successioni stratigrafiche sotto il sedimento fino a quindici metri di profondità.

Le anomalie che la prospezione ha individuato sono state poi verificate attraverso le immersioni e documentate fotograficamente dai Carabinieri Subacquei. Il risultato è una fotografia molto più precisa di ciò che il Tevere conserva sotto il livello dell’acqua, ma anche delle relazioni tra il fiume e la città che gli è cresciuta intorno.
Dal ponte di Nerone alla Villa Farnesina
Tra le evidenze più interessanti emergono i resti dei numerosi ponti che, in epoche differenti, attraversarono il Tevere. La prospezione ha permesso di leggere con maggiore dettaglio anche ciò che resta del Pons Neronianus, il ponte di Nerone che sorgeva nei pressi dell’attuale Ponte Vittorio Emanuele II. La pila orientale, già parzialmente visibile, è stata osservata in misura maggiore anche grazie ai recenti livelli idrometrici particolarmente bassi. Le altre pile, invece, sono risultate leggibili nei dati raccolti dagli strumenti geofisici.
Un altro settore di particolare interesse è quello della Villa Farnesina, dove le rilevazioni hanno restituito un vero e proprio paesaggio sommerso fatto di edifici e strutture. Alcune porzioni delle ville presenti nell’area erano già state recuperate durante la costruzione dei muraglioni del Lungotevere e oggi si trovano al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. La nuova indagine permette ora di comprendere meglio quanto sia rimasto sotto l’acqua e quale fosse l’estensione del complesso.
La presenza di reperti nell’alveo del Tevere, del resto, non rappresenta una novità. Nei secoli il fiume ha restituito colonne marmoree, elementi architettonici e statue, mentre cartografi, ingegneri e studiosi ne hanno seguito l’evoluzione idrologica e territoriale. Le precedenti ricerche archeologiche subacquee nel tratto urbano risalgono agli anni Ottanta, quando fu Claudio Mocchegiani Carpano a condurle.
Quello che cambia oggi è la possibilità di mettere insieme dati diversi in un’unica lettura. La nuova mappa non indica soltanto dove si trovano le strutture, ma consente di studiarne il contesto, valutarne lo stato di conservazione e individuare le dinamiche sedimentarie e ambientali che possono influire sulla loro sopravvivenza.
Un patrimonio ancora in gran parte invisibile
È proprio questo uno degli aspetti centrali della ricerca. Il Tevere non è soltanto un elemento del paesaggio romano, ma custodisce una parte della storia della città che rimane normalmente fuori dallo sguardo. Come sottolineato da Barbara Davidde, direttrice del Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea dell’ICR e responsabile scientifica del progetto insieme a Peter Campbell di Barca Archaeology, conoscere le condizioni dei manufatti è il punto di partenza per qualsiasi intervento di tutela.
Archeologia e conservazione, in questo caso, non possono essere separate dall’ambiente nel quale i reperti si trovano. Il manufatto e l’ecosistema fluviale costituiscono infatti un unico contesto, da studiare prima di decidere come intervenire.
La ricerca si inserisce inoltre in una fase particolarmente significativa per il patrimonio culturale subacqueo. Il 2026 segna infatti il venticinquesimo anniversario della Convenzione UNESCO del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, mentre il 21 agosto si è celebrata per la prima volta la Giornata internazionale UNESCO dedicata al tema. Per Roma, già inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale, il Tevere rappresenta uno degli elementi identitari riconosciuti anche all’interno del Piano di Gestione del sito UNESCO.
La ricerca continua: immersioni e nuove campagne
La mappa appena realizzata non rappresenta dunque un punto d’arrivo. Il progetto prevede nuove campagne di ricerca, comprese immersioni mirate sui relitti e sui contesti individuati dalla prospezione, oltre alla successiva elaborazione di un piano di gestione destinato alla tutela a lungo termine del patrimonio sommerso.
La Soprintendenza Speciale di Roma ha inserito questa attività all’interno di un più ampio progetto di rapporto tra la città e il suo fiume, con l’obiettivo di recuperare e rendere nuovamente fruibili alcune aree delle banchine. In questa prospettiva, l’archeologia subacquea diventa anche uno strumento per capire cosa si trova sotto quelle stesse acque che la città sta cercando di riportare al centro della propria vita urbana. Perché il Tevere, ancora oggi, non ha finito di raccontare Roma. E una parte di quella storia, a quanto mostrano le prime rilevazioni, si trova proprio dove finora era più difficile guardare.
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