Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna (si seppe poi in seguito che era il Vesuvio): nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la figura e la forma. Infatti slanciatasi in su come se si sorreggesse su di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami – Plinio il Giovane, Epistulae VI, 16 e VI, 20
Così il brillante oratore e magistrato latino Plinio il Giovane (61-114 d. C.), in un passaggio di una celebre lettera all’amico storico Tacito, descrive la potenza di fuoco del “Formidabil monte sterminator Vesevo” (per dirla con Leopardi ne “La ginestra“, 1836, versi 2-3), del Vesuvio, che letteralmente esplose e gettò morte e distruzione per decine di chilometri intorno a sé. E, più sotto nella stessa epistola, il retore e politico latino aggiunse:
“Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte”, e poco dopo: “sotto l’azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l’impressione di sbandare ora da una parte ora dell’altra e poi di ritornare in sesto. E all’aperto cielo c’era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose“.
La fine di Pompei dopo l’eruzione del Vesuvio e l’enigma della data

La fine del mondo. Una catastrofe, una calamità naturale – probabilmente annunciata da frequenti terremoti in tutta la regione che corrisponde all’odierna Campania – che cancellò importanti ed evoluti centri della zona vesuviana, tanto cari ai senatori dell’epoca, ma anche a molti Imperatori. Ad iniziare da Pompei, per proseguire con Ercolano, Oplontis e Stabia. In una data precisa: la fonte storica più nota e comunemente accettata sono sempre le due lettere di Plinio il Giovane all’amico Tacito, in cui si legge che il vulcano era eruttato il nonum kal. septembres, cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, data che corrisponde al 24 agosto. Sarà proprio così? Gli scienziati e gli storici avanzano nutriti dubbi e di volta in volta si aggiungono nuovi elementi a sostegno di una datazione più tarda. Vediamo i principali, i più dirimenti.
Si passa dal ritrovamento di frutta secca carbonizzata, di bracieri usati all’epoca per il riscaldamento, di mosto in fase di invecchiamento trovato ancora sigillato nei contenitori, ad elementi di vestiario, come mantelli pesanti in lana: tutte evidenze che fanno pensare a un periodo diverso da quello estivo. La cosa maggiormente efficace è una moneta ritrovata a Pompei tra i detriti del disastro che riporta la quindicesima acclamazione di Tito a imperatore, che sappiamo essere avvenuta dopo l’8 settembre 79: tutto lascia supporre che l’eruzione sia avvenuta in autunno, sicuramente il giorno 24 (nove giorni prima delle Calende, come dice Plinio il Giovane); e, dunque, probabilmente le Calende di Novembre, cioè il 24 ottobre del 79 d. C.

L’iscrizione che riapre il caso
La pistola fumante è però un’iscrizione scoperta nel 2018 in una casa che al momento dell’eruzione era probabilmente in ristrutturazione, che presenta una data precisa. Il graffito, a carboncino, riporta la data del 17 ottobre e si riferisce con tutta probabilità allo stesso 79, poiché le scritte a carboncino si cancellano con estrema facilità. Il testo dice: «XVI (ante) K(alendas) Nov(embres) in olearia / proma sumserunt», tradotto: «Il 17 ottobre hanno preso nella dispensa olearia». Un piccolo frammento di vita quotidiana, dunque, potrebbe diventare una tessera decisiva nella ricostruzione di una delle più celebri catastrofi dell’antichità.
Un caso paradigmatico in cui la scienza attuale utilizza strumenti sofisticati per correggere un equivoco e per far luce su un fatto epocale come l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. Eruzione che ha lasciato una realtà di quasi Duemila anni fa come in un fermo immagine, in cui tutti i suoi preziosi dettagli di vita quotidiana emergono ancora oggi giorno dopo giorno grazie all’acribia certosina di storici, scienziati e archeologi.
I papiri di Ercolano, la memoria sopravvissuta al fuoco
E anche di papirologi: da ex papirologo ricordo con piacere il colloquio che ebbi nel 1996 con il Prof. Marcello, che allora dirigeva il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi, da lui fondato nel 1969. Gigante mi descrisse il lavoro suo e dei suoi collaboratori per dar voce ai papiri di Ercolano. Qui una ricchissima biblioteca all’interno di una villa (nominata la Villa dei papiri) rivelò e rivela ancora adesso testi carbonizzati – e per questo sopravvissuti e grazie a strumenti di alta precisione sempre meglio decifrabili.
Ad oggi si contano ufficialmente 1814 rotoli più o meno frammentari, contenenti un tesoro di filosofia antica unico nel suo genere: sono scritti legati al filosofo e poeta epicureo Filodemo di Gadara (110-35 a. C.), di cui parti dell’opera “Sui vizi e le virtù”, ma anche allo stesso Epicuro (341-270 a. C.), con ampi frammenti del suo trattato principale “Sulla natura”.
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