A cura di Angelo Musillo
Una generazione “sospesa”, di individui superqualificati e costantemente sottostimati: tra il sogno di un futuro migliore e la realtà di un presente fragile. Troppo giovani per arrendersi, troppo consapevoli per illudersi. E forse è proprio in questa tensione che i millennial stanno tracciando nuove strade, nonostante tutto.
I Millennial, la generazione simbolo per eccellenza dello status medio moderno
Sono stati chiamati in tanti modi: generazione Y, echo boomers, Peter Pan adults. Ma chi sono davvero i millennial? Con questo termine si indicano i nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, cresciuti a cavallo di due secoli e travolti da trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche senza precedenti. I millennial sono i primi “nativi digitali” in senso stretto: hanno vissuto l’infanzia senza internet ma l’adolescenza con l’arrivo del web, dei cellulari e dei social network. Sono la generazione che ha visto le mappe di carta sostituite da Google Maps e i CD rimpiazzati da Spotify. Una generazione abituata a muoversi in un mondo iperconnesso, flessibile, in costante cambiamento.
Sul fronte dell’istruzione, i dati parlano chiaro: i millennial sono i più istruiti della storia occidentale. In Italia, secondo Eurostat, il 31,6% di loro è laureato, contro meno del 20% dei nati nel Dopoguerra. Eppure, questo capitale culturale non si è tradotto in stabilità economica. Al contrario: i millennial guadagnano circa il 20% in meno dei propri genitori alla stessa età, affrontano affitti sempre più alti, contratti precari e pensioni lontane.
Sono anche la generazione che ha vissuto due grandi crisi economiche formative: quella del 2008, che ha colpito il mercato del lavoro proprio mentre molti entravano nell’età adulta, e quella legata alla pandemia di Covid-19, che ha inciso ulteriormente su opportunità, redditi e sicurezza personale. Non stupisce, quindi, che i millennial abbiano sviluppato una forte capacità di adattamento, ma anche un senso diffuso di incertezza.
Se sono così qualificati, perché vengono sottopagati?
Nel 2025 la corsa ai titoli di studio non si è fermata, anzi. Lauree, master, corsi di specializzazione, certificazioni digitali: per i giovani adulti, in particolare i millennial e i più giovani della Generazione Z, accumulare credenziali è diventato quasi un dovere. Ma questa “gara allo strafare” nasconde un paradosso amaro: a fronte di anni di sacrifici, tasse universitarie, stage non retribuiti e un curriculum accademico impeccabile, gli stipendi restano sorprendentemente bassi.
Secondo i dati più recenti di Eurostat e OCSE, in Italia un laureato under 35 guadagna in media il 20% in meno rispetto a un coetaneo laureato degli anni ’90. E il divario con i colleghi più anziani continua ad allargarsi: negli ultimi dieci anni la forbice salariale tra under 35 e over 55 è qquasi raddoppiata.
Il bisogno di accumulare titoli nasce da un contesto competitivo in cui il semplice “essere laureati” non basta più. In un mercato del lavoro saturo, dove la precarietà regna e i contratti a tempo indeterminato sono sempre più rari, i giovani cercano di distinguersi aggiungendo qualifiche su qualifiche. Un meccanismo che ricorda la “corsa agli armamenti”: ognuno cerca di superare l’altro a colpi di master e certificazioni, nella speranza che il pezzo di carta in più possa fare la differenza in un colloquio di lavoro.
Il problema è che questa sovraqualificazione raramente viene riconosciuta in busta paga. Anzi, spesso ci si ritrova intrappolati in lavori sottopagati o in ruoli che non richiedono realmente le competenze acquisite. È il fenomeno del mismatch: il divario tra formazione e reale domanda del mercato. Con il risultato che un dottore di ricerca può trovarsi a guadagnare meno di un diplomato con un impiego stabile.
A tutto ciò si aggiunge il costo sociale ed emotivo. Più tempo passato a studiare significa entrare tardi nel mondo del lavoro, ritardare l’autonomia economica, rinviare scelte come l’acquisto di una casa o la creazione di una famiglia. Un presente “sospeso” che alimenta frustrazione e senso di fallimento, nonostante i successi accademici.
Il rischio, secondo molti sociologi, è quello di un sistema che spinge i giovani a strafare senza offrire loro un adeguato ritorno. Un’economia che pretende competenze altissime, ma che non le remunera. E che finisce per trasformare l’istruzione – un tempo ascensore sociale – in un corridoio infinito che non porta da nessuna parte.
La sfida del futuro non sarà quindi solo “formare di più”, ma valorizzare davvero chi ha studiato. Perché continuare a chiedere sacrifici senza garantire stabilità economica rischia di rendere la generazione più preparata della storia anche la più disillusa.
Ti senti disorientato? È il “mismatch” effect
Si chiama mismatch, ed è una delle parole chiave per capire le difficoltà dei giovani nel mercato del lavoro. Letteralmente significa “disallineamento”, ed è proprio questo: lo scarto tra le competenze acquisite durante il percorso di studi e quelle effettivamente richieste dalle aziende. Un fenomeno che in Italia – ma non solo – ha assunto dimensioni strutturali.
Negli ultimi vent’anni i millennial hanno accumulato più titoli accademici di qualsiasi generazione precedente. Eppure, il loro ingresso nel mondo del lavoro è stato segnato dalla precarietà e da stipendi bassi. Una laurea non garantisce più un impiego coerente con il percorso formativo, e spesso nemmeno un reddito dignitoso.
Secondo i dati di AlmaLaurea, quasi il 40% dei laureati italiani svolge un lavoro che non richiede necessariamente il titolo universitario. Il risultato? Giovani sovraqualificati che finiscono in ruoli sottopagati, mentre al tempo stesso molte imprese denunciano la mancanza di figure professionali adeguate. Un paradosso che rallenta l’economia e frustra intere generazioni.
Il mismatch si presenta in due forme:
• orizzontale, quando si lavora in un settore diverso da quello per cui ci si è formati (un laureato in filosofia che diventa addetto al marketing, per esempio);
• verticale, quando il livello di competenze supera di gran lunga quello richiesto dal lavoro svolto (un dottore di ricerca che accetta un contratto da impiegato generico).
Le cause sono molteplici. Da un lato, il sistema universitario italiano è ancora poco connesso con il tessuto produttivo, soprattutto quello legato all’innovazione tecnologica. Dall’altro, le imprese spesso preferiscono assumere profili a basso costo, senza riconoscere il valore aggiunto delle competenze avanzate. Il risultato è un circolo vizioso: i giovani accumulano titoli per distinguersi, ma finiscono intrappolati in ruoli che non li valorizzano.
Le conseguenze sono pesanti, sia a livello individuale che collettivo. Per i singoli significa salari stagnanti, ritardi nell’indipendenza economica e nel costruire una vita autonoma. Per il Paese significa spreco di capitale umano: anni di formazione pubblica e privata che non si traducono in crescita economica.
Gli esperti sottolineano che per ridurre il mismatch servono politiche coraggiose: orientamento scolastico e universitario più mirato, incentivi alle imprese che assumono giovani in ruoli coerenti con i loro studi, e una vera strategia di valorizzazione delle competenze. Senza questo, il rischio è alimentare la frattura tra generazioni: una società in cui si chiede ai giovani di studiare sempre di più, ma si offre loro sempre meno.Il mismatch, insomma, non è un destino ineluttabile. Ma finché resterà irrisolto, continuerà a rappresentare il volto più amaro del paradosso dei millennial: la generazione più istruita, ma anche la più sottoutilizzata.
Gli antichi ci vengono ancora una volta in soccorso: il benessere sta nelle cose semplici
La soluzione a tutto questo malumore? Come al solito prendiamo ispirazione dagli antichi. Sui banchi di scuola durante gli anni di liceo classico, tra imprecazioni e fogliettini per scopiazzare le versioni di latino, ce ne era una che mi è sempre rimasta impressa. In un’epoca dominata da guerre, complotti e lotte per il potere, la storia di Lucio Quinzio Cincinnato continua a sorprendere per la sua semplicità disarmante. Patrizio romano del V secolo a.C., è ricordato non tanto per le battaglie vinte, quanto per la scelta – straordinaria allora come oggi – di rinunciare al potere -allo strafare- per tornare a coltivare i campi.
La leggenda racconta che Cincinnato stesse lavorando il suo podere quando gli emissari del Senato lo raggiunsero per annunciargli che era stato nominato dictator, una carica eccezionale riservata nei momenti di massima emergenza. Roma era sotto minaccia e serviva un leader forte e rapido. Cincinnato accettò l’incarico, guidò l’esercito, ottenne la vittoria e ristabilì l’ordine. Poi, invece di approfittare del potere, fece ciò che nessun altro avrebbe fatto: si dimise spontaneamente e tornò al suo aratro.
Il suo nome divenne sinonimo di virtù repubblicana: un esempio di senso civico, umiltà e dedizione al bene comune. A differenza di tanti altri uomini di potere, Cincinnato non trasformò la politica in una carriera personale, ma in un servizio temporaneo. Una lezione che nei secoli successivi avrebbe ispirato filosofi, politici e persino fondatori di nazioni: la città di Cincinnati, negli Stati Uniti, porta il suo nome proprio in onore a questo modello di integrità e distacco dal potere.
Cincinnato rappresenta un ideale che oggi sembra quasi utopico: quello del governante che non governa per sé, ma per la comunità, e che sa quando è il momento di farsi da parte. La sua vita dimostra che la vera forza non è trattenere il potere, ma saperlo restituire.
I nostri studi, le nostre competenze, esperienze, forgiano chi siamo, diventano ricchezza del nostro patrimonio interiore. Non permettiamo che i costrutti sociali con sbarre di “iperperformità” e/o dover dimostrare, fare gare al guadagno, diventino l’obiettivo. Il benessere, come ci insegna Cincinnato, sta nelle cose semplici.
Continuiamo a coltivare il nostro piccolo orticello, sta a noi capire come cogliere i suoi frutti.
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