Can’t tell you how strange it is to get pregnant right at the top of my game [Non saprei spiegare quanto sia strano rimanere incinta proprio quando sei al massimo della tua carriera] – Workin’ Moms
Creata e interpretata da Catherine Reitman, e terminata nel 2023 dopo ben 83 episodi, Workin’ Moms – serie canadese che mostra la maternità in tutte le sue sfaccettature – è un esempio perfetto di quanto l’idea comune della maternità debba essere rivista. Anzi, le due versioni che vanno per la maggiore. Sì, perché nella serie ci sono solo mamme che provano a sopravvivere in mezzo alle mille incombenze, ai mille casini di una vita, al lavoro, alle amiche, alle discussioni. Senza troppe regole, spesso con un bicchiere di vino come aiutante, vivendo alla giornata, con alti e bassi e con tanta paura di sbagliare… e facendolo pure, ogni tanto, come è giusto così. Con amore, e con stanchezza. Con dolcezza, ma a volte con durezza.
Maternità perfetta vs maternità tragica in Workin’ Moms
Esistono due versioni, sui social, della maternità (e della paternità). C’è chi la mostra come assolutamente perfetta – qualcosa che abbiamo del DNA -, insomma, gente, Madre Natura ci ha dato il compito di procreare e noi lo dobbiamo fare al meglio, essere sempre the best of the best. Sempre sorridenti, sempre impeccabili, sempre ineccepibili. E sempre contenti. E chi la mostra come l’inferno in terra: se l’avessi saputo prima non li avrei fatti, sappiate che non si dorme, scordatevi l’intimità con il compagno/compagna, scordatevi la vita, scordatevi il sorriso, questo è un pozzo nero di disgrazia. Sempre scontenti, quindi.
E non solo: esiste questa malsana idea che, contenti o scontenti, ci sia da essere sempre così precisi da sfiorare la maniacalità: dobbiamo ricordare ogni scadenza, ogni dettaglio, ogni biberon bevuto, ogni carboidrato assunto. Oggi Gianpinco ha assunto la giusta percentuale di proteine? Piersempronia ha seguito la routine del sonno sin dalle 14 del pomeriggio con luci soffuse, atmosfera calma e rumori bianchi in sottofondo? Ho detto “no, non si fa così” quando ha cercato di lanciare il gatto dall’ottavo piano, ma così limito la sua creatività: e se gli viene un trauma?
Una lente d’ingrandimento per ogni singola cosa
Mamme e papà che mettono sotto la lente di ingrandimento tutte le loro azioni, le loro parole e persino i pensieri, convinti che la perfezione possa esistere, dimenticando serenamente che, accidenti, siamo esseri umani. Esseri umani. Con emozioni, sensazioni, teste che a volte dimenticano le cose e scadenze e libri e fogli di giornale. Insomma, è così necessario rincorrere così pedissequamente e pazzamente, a rischio di bruciare i propri neuroni, quel manuale di istruzioni che ci viene dato da mille pediatri, mille puericoltrici e mille psicologhe per ogni bambino quando, UDITE UDITE, ogni bambino è diverso? E quando si lavora? Come si fa a conciliare tutto?
Anche qui, sui social, una battaglia: chi si scaglia con la forza di Achille contro il nido (i bambini non possono stare lontani dalla mamma, ne viene meno la diade, LA DIADE, SIURI E SIURE), e chi dice che guai a smettere di lavorare: e qui, da mamma lavoratrice, posso dire semplicemente che ognuno dovrebbe essere padrone di fare quello che si sente. Lavorare o meno, stare h24 a casa o meno. È proprio questo il cuore della serie, ma entriamo nel vivo.
Non minimizzare il dolore
Abbiamo detto, nella serie tanti sono gli argomenti trattati. Con ironia e leggerezza, perché nella serie si ride e si ride anche tanto, ma senza che leggerezza significhi perdita di valore. Le nostre protagoniste, Kate, Anne, Frankie, Jenny e Sloane affrontano il rientro al lavoro dopo la maternità. Ora, tutte loro hanno – al momento del rientro – un forte senso di inadeguatezza, ma lo fanno. Tentano di riprendersi quella che viene in gergo chiamata “la vita di prima”. E non solo: ci sono tradimenti, crisi di coppia, giudizio sociale nel tornare al lavoro, momenti di sconforto, amicizia, depressione post-partum – nel caso di una di loro -, perdono, sesso dopo i figli, separazioni e perdita dell’identità personale. E scelte, perché – checché se ne dica – scegliere il bene dei figli è forse l’unica regola che bisogna seguire.
Il merito dei produttori? Affrontare tutto senza moralismi. L’umorismo non minimizza il dolore, ma permette di entrarci dentro, di assaporarlo, di riderne ed esorcizzarlo ma sentirlo vivo.
Le protagoniste e la sopravvivenza come chiave per farcela
Abbiamo Kate, esperta in pubblicità. Anne, psicoterapeuta. Jenny, esperta in informatica. Frankie, agente immobiliare. E poi, nelle ultime stagioni, abbiamo Sloane, editrice, che diventa presenza importante nella serie. Ah, abbiamo Val, amica di tutte e mamma di due adolescenti, che le aiuta a trovare la loro strada – in maniere del tutto discutibili. Sono mamme perfette? No, il loro percorso è costellato di errori. Sono errori gravi? Assolutamente no.
Sopravvivono, come abbiamo detto e come, non neghiamolo, facciamo tutti: la maternità è un percorso a ostacoli che passa dal moccio costante da settembre a giugno alle risate per una parola detta in modo bizzarro per arrivare allo sfinimento per la mancanza di sonno e a quell’abbraccio caldo e umido di lacrime che fa dimenticare le notti in bianco. Le protagoniste non rappresentano un femminismo ideologico, sono semplicemente donne e amiche che stanno cercando di capire come fare. Chi sono e cosa diventeranno.
L’imperfezione non rende cattivi genitori
Workin’ Moms ci insegna che si può vivere una vita piena di realizzazione lavorativa pur avendo figli e che non è necessario annullarsi. Che fare squadra con il proprio compagno è la strada migliore – ancora e giuro che mi verrebbe da ricordare che non siamo nel Medioevo visto che ancora trovo donne e uomini convinti che i figli debbano stare esclusivamente con la mamma – anche perché si è genitori al 50% entrambi. Che i propri spazi sono sacri e questo permette di tenere la mente sana e amare con ancora più intensità perché quanto amore si può davvero dare se ci si sente in gabbia? Ma se non si vuole lavorare, se il desiderio è stare con i bambini qual è il problema?
Ecco, quello che mostra questa serie è che la necessità di ascoltare il proprio cuore deve essere più forte di qualsiasi ideologia spiccia trovata sui social. Ah, per tornare al discorso iniziale: be’, se non siamo perfetti, se ogni tanto Gianpanco ha mangiato cornflakes a cena perché altro proprio non voleva o se Ermenelgilda è andata all’asilo spettinata perché si era in ritardo e pace o se, ancora, Gertrude è andata a nanna alle 23 e non alle 19 in punto perché prima saltava sul letto con i cuginetti: non muoiono loro, non moriamo noi. Qualche sgarro ce lo possiamo concedere, no?
E forse forse, mi fa sentire meno in colpa: l’altro giorno, sui social, una mamma annotava in un diario tutto quello che il figlio mangiava sbarrando le caselle “proteine” e “carboidrati”, mentre io, stremata, la sera mi chiedo solo “mio figlio ha mangiato abbastanza, oggi?”. E qualche volta, quando alle 22 e 30 facciamo al volo un bagnetto perché “dai, ti prego, muoviamoci che siamo in ritardo”, mi sento inadeguata, in difetto: ma poi lo guardo ridere e, con una puntata di Workin’ Moms alla tivù, mi perdono. Soprattutto, quando dorme e la sua espressione è distesa. Spoiler, sì, mangia abbastanza.
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