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Ad un’ora della notte (1973) con Elizabeth Taylor: quando il dubbio si insinua nella mente

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Ad un’ora della notte (1973) è un thriller psicologico diretto da Brian G. Hutton che gioca sul confine tra realtà e follia, con una straordinaria Liz Taylor. La signora Ellen Wheeler (Elizabeth Taylor, 1932-2011) è una quarantenne annoiata che ha tutto: un marito che la ama (Laurence Harvey, 1928-1973), una grande casa e un’amica fedele (Billie Whitelaw, 1932-2014) sempre al suo fianco. Ha tutto fuorché una cosa: un po’ di tranquillità emotiva. Costretta dall’insonnia a trascorrere intere notti sveglia, si diletta a fare puzzle o a osservare dalla finestra mentre fuma senza sosta.

L’intreccio

Ed è proprio durante un forte temporale che Ellen fa una scoperta orribile: un uomo è stato sgozzato nella casa di fronte. Presa dal panico, chiede aiuto al marito John. Viene chiamata la polizia, che però non trova nulla, e Ellen ha una crisi di nervi. La sua migliore amica Sarah, ospite in casa Wheeler, cerca di tranquillizzarla e di convincerla che forse si sia trattato di un’allucinazione.

Quando il giorno dopo Ellen vede il vicino, il signor Appleby (Robert Lang), intento a coprire una fossa usata per piantare fiori rari, si convince ancora di più di non essere impazzita e che il corpo dell’uomo dalla gola tagliata sia lì sotto. Inizia così una serie di lunghe chiamate con l’ispettore Walker (Bill Dean), che prima crede alle dichiarazioni della donna per poi finirne esasperato.

Credit: web

In casa di Ellen iniziano poi ad accadere cose alquanto bizzarre. La donna ritrova diversi oggetti del defunto marito Carl, che torna spesso negli incubi di Ellen con immagini raccapriccianti dell’incidente stradale in cui l’uomo, insieme alla giovane amante, ha perso la vita. Vengono fatte ulteriori ricerche, ma del corpo non vi è alcuna traccia. Ellen accetta, seppur passivamente, l’idea di aver fatto un errore… finché dalla stessa finestra non vede un altro cadavere.

“Ad un’ora della notte”: un thriller in cui la follia la fa da padrona

Tutto ciò che vediamo o sembriamo non è che un sogno dentro un sogno – Edgar Allan Poe

Thriller psicologico del 1973 diretto egregiamente dal regista newyorkese Brian G. Hutton e tratto dalla pièce teatrale di Lucille Fletcher, Ad un’ora della notte è un film che sembra costruito quasi più per il circuito televisivo britannico che per quello cinematografico. Elizabeth Taylor è la protagonista assoluta della scena, tra isterismi e lacrime, e appare perfettamente a suo agio nei panni di Ellen. Era dai tempi del suo primo Premio Oscar per Venere in visone (Butterfield 8, Daniel Mann, 1960) che non lavorava con l’amico e collega Laurence Harvey (morto prematuramente l’anno di uscita del film). La coppia risulta affiatata, anche se lo stesso Harvey fatica a sostenere il confronto con la Taylor.

La follia è il tema centrale della pellicola, che gioca apertamente con le false aspettative dello spettatore. Quanto c’è di vero nelle “visioni” di Ellen? Perché tutti sembrano non crederle? Per tutta la durata del film si resta sospesi tra dubbi e interrogativi ai quali nemmeno la Taylor sembra in grado di dare una risposta definitiva. Il personaggio di Sarah Cooke, interpretato dalla caratterista inglese Billie Whitelaw, è forse il più convincente: a un certo punto anche lei arriva a credere che la sua migliore amica abbia davvero visto un uomo morto nella casa di fronte.

Elizabeth Taylor nella locandina del film Ad un’ora della notte (Night Watch, 1973)
Ad un’ora della notte – Locandina ufficiale/Credit: web

In un crescendo di ansia e paura quasi claustrofobica, Ad un’ora della notte rimane un thriller affascinante, ricco di colpi di scena. Angoscianti e allo stesso tempo suggestive sono le scene negli interni della casa incriminata e, soprattutto, gli sguardi terrorizzati e allucinati della Taylor alla finestra, mentre la pioggia continua a scendere incessante. E voi cosa fareste al posto di Ellen? Restereste a guardare o chiudereste gli occhi per la paura? Buona visione!

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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