Benché la musica e i suoi messaggi passino spesso in secondo piano, prima o poi, e per fortuna, arriva sempre il momento in cui il Festival di Sanremo mette lo “show” da parte, riportando al centro dell’attenzione ciò che, per una kermesse canora di tale portata, dovrebbe avere costantemente importanza. E quest’anno, per quel che mi riguarda, quel momento ha avuto il volto emozionato di Nicolò Filippucci, proclamato vincitore della categoria Nuove Proposte con il brano Laguna.
Ci siamo persi in mezzo alla laguna
come radici in cerca della luna
e tu mi scivoli addosso, ora sei acqua passata – da Laguna di Nicolò Filippucci
A dir la verità, come già ribadito in occasione dell’annuncio della scaletta della terza serata, speravo vivamente fosse lui a trionfare, perciò l’annuncio della sua vittoria non mi ha sorpreso più di tanto e non in senso negativo, s’intende. Anzi, potrei dire che mi ha quasi rassicurato perché, in uno scenario fatto di coreografie imponenti, scenografie importanti che a volte oscurano la performance di un artista, ospiti internazionali di grande rilievo e sterili polemiche social, la Giuria della Sala Stampa, Web e Tv, la Giuria delle Radio e il pubblico da casa hanno tutti scelto, almeno per una volta, una ballad nuda, intima e fragile.
“Laguna” di Nicolò Filippucci:
Difatti, Laguna non mi sembra un brano pensato per stupire con effetti speciali, non ha il ritornello costruito per esplodere sui social e non cerca neppure la frase ad effetto da spammare nelle nostre Instagram stories. Al contrario, è una ballad che si prende il suo tempo ed io, personalmente, quel tempo l’ho percepito. Il testo racconta la fine di una relazione attraverso immagini di vita semplice come cene, viaggi o silenzi, e trasforma il ricordo in un paesaggio emotivo. E in effetti, non è tanto l’argomento quanto il modo in cui Nicolò lo racconta ad essere disarmante. Niente vendette o accuse plateali, ma solamente la verità dei rapporti che non sta nei grandi gesti, ma in quelle abitudini in comune che, quando vengono meno, lasciano un vuoto fisico incolmabile.
Ed è proprio per questo che la laguna del titolo non è solo un luogo simbolico, ma si trasforma in quello spazio interiore in cui l’acqua non scorre, ristagna, riflette il cielo e trattiene il fondo. Insomma, è una metafora perfetta per descrivere un amore che non fa più male come prima, ma che non è ancora sfumato del tutto. E devo dire che, sul palco dell’Ariston ha funzionato e lo ha fatto forse un po’ inaspettatamente, visto che, in un’epoca musicale dominata da brani pensati per i quindici secondi di un banalissimo reel, Laguna sceglie la profondità dell’ascolto alla fugacità del consumo.
Identificazione e autenticità
Non sarà il classico tormentone, ma è certamente un pezzo con cui ci si può identificare. E chissà, magari è esattamente questo ciò che le giurie hanno voluto premiare: la capacità di raccontare il dolore con autenticità, lucidità e malinconia, mettendo da parte la teatralità, la rabbia e le rivincite ostentate che adesso vanno particolarmente di moda. La sua vittoria, a mio avviso, è molto di più di un semplice trofeo; è il sintomo di una nuova generazione che non ha paura di esporsi emotivamente e che per essere se stessa non ha bisogno di inseguire necessariamente l’iper-produzione o l’estetica dell’eccesso.
Dunque, Filippucci non ha solo vinto una categoria tra le tante, ma ha dimostrato che la vulnerabilità, se raccontata con onestà, può essere un’arma potentissima. E sinceramente parlando, se queste sono le Nuove Proposte, allora possiamo star sereni che il futuro della nostra canzone è in buone mani, O almeno, così si spera!
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