Perché incontro sempre persone incapaci di amarmi davvero? Perché all’inizio sembrano meravigliose e poi si trasformano? Perché mi ritrovo ogni volta a dare troppo, aspettare troppo, perdonare troppo? Perché, nonostante tutto quello che ho imparato, finisco ancora dentro storie che mi fanno sentire insicura, invisibile, sbagliata?
Perché capitano sempre a me?
sembra una domanda. In realtà, molto spesso, è già una risposta.
Contiene l’idea che le persone tossiche “capitino”, come un temporale improvviso o un contrattempo sulla strada. Che arrivino per sfortuna, per una misteriosa congiura del destino o perché il mondo è pieno di narcisisti, manipolatori, bugiardi e persone emotivamente immature.
Ed è vero: naturalmente noi non scegliamo chi incontrare. Non possiamo sapere immediatamente chi abbiamo davanti. Non siamo responsabili delle menzogne, dei tradimenti o delle manipolazioni altrui.
Ma quando cambiano i nomi, i volti e le circostanze, mentre la storia rimane sempre la stessa, forse arriva il momento di porci una domanda diversa: non perché capitano sempre a me, ma perché io continuo a restare proprio lì?
Non è colpa nostra, ma ci riguarda
Guardare dentro di noi e capire dove stiamo sbagliando non significa assolvere chi ci ha ferito. Chi mente è responsabile delle proprie menzogne. Chi manipola è responsabile delle proprie manipolazioni. Chi tradisce, umilia, svaluta o esercita violenza emotiva non può essere giustificato dalle fragilità della persona che ha accanto.
Non siamo colpevoli del male che qualcuno ha scelto di farci.
Eppure, dopo la prima volta e dopo la seconda volta ho capito che c’entravo anche io, non solo la sfortuna. Il problema non è aver incontrato una persona tossica perché questo può accadere a chiunque.
Il problema comincia quando, pur soffrendo, troviamo continuamente una ragione per restare. Quando chiamiamo profondità l’instabilità, passione l’ansia, pazienza la rinuncia a noi stessi. Quando confondiamo l’amore con la capacità di sopportare.
Non è una colpa. Ma è qualcosa che ci riguarda e che deve essere affrontato e soprattutto cambiato.
Non scegliamo ciò che ci fa bene: spesso scegliamo ciò che riconosciamo
Ci piace pensare di innamorarci liberamente, guidati soltanto dall’attrazione e da quella chimica che non riusciamo a contenere. In realtà, ognuno di noi entra nelle relazioni portando con sé una storia invisibile ma che li riguarda fin dall’infanzia.
Non è necessario che questa sia drammatica. A volte è bastato imparare molto presto che per essere amati bisognava essere bravi, senza chiedere troppo e che bisognava meritarsi ogni attenzione ed affetto.
Questo tipo di infanzia, da adulti, ci porta a vedere una persona disponibile e coerente come poco emozionante perché non ci costringe a inseguire quella dose di affetto che desideriamo.
Al contrario, chi alterna presenza e distanza, promesse e silenzi, entusiasmo e freddezza accende qualcosa di già conosciuto. Non necessariamente qualcosa che ci piace. Qualcosa che riconosciamo come “familiare”.
Ed è questa una delle trappole più difficili da vedere: scambiamo ciò che ci è familiare per ciò che ci appartiene.
Il nostro corpo riconosce quell’attesa, quella tensione, quel bisogno di conquistare l’altro. La mente, allora, può chiamarlo amore. Ma non sempre ciò che ci emoziona ci fa bene. A volte ci emoziona proprio perché riapre una ferita antica e ci offre l’illusione di poterla finalmente guarire.
Questa volta riuscirò a farmi scegliere, ad essere abbastanza importante e a sentirmi amata senza che questo richieda un impegno.
E invece la storia ricomincia.
Cambiano le persone, non il copione
È facile pensare di avere incontrato tanti uomini o tante donne sbagliati mentre invece è difficile accorgersi di essere entrati molte volte nello stesso copione.
All’inizio c’è qualcuno che ci fa sentire speciali. Poi qualcosa cambia: arriva la distanza, l’ambiguità, la svalutazione. Noi avvertiamo il pericolo, ma anziché fermarci aumentiamo l’impegno.
Diamo di più, rispettiamo quel silenzio e lo perdoniamo. Cerchiamo le parole giuste per ottenere nuovamente la persona meravigliosa conosciuta all’inizio.
È qui che si ripete la dinamica: non scegliamo ogni volta la stessa persona, ma finiamo per assumere sempre lo stesso ruolo.
Quello di chi comprende tutto e di chi si accontenta delle briciole perché ricorda ancora il banchetto iniziale.
E mentre guardiamo le nostre storie naufragare e diamo la colpa a loro, al destino, alla sfortuna… non vediamo l’unica presenza costante in ogni nostra storia: noi.
Il momento in cui finalmente lo capiamo
La consapevolezza del fatto che dobbiamo capire qualcosa su di noi non arriva quando siamo ancora dentro una relazione tossica perché siamo troppo impegnati a capire l’altro, a interpretare i suoi silenzi e a tenere in piedi la nostra relazione.
La comprensione arriva spesso dopo, quando il dolore si abbassa abbastanza da lasciare spazio alla lucidità. Nel mio caso è arrivata quando mi sono accorta che stavo nuovamente giustificando qualcosa che avevamo giurato di non accettare mai più, ma può arrivare per una frase che spezza qualcosa facendo molto rumore o per un silenzio che oramai conosciamo a memoria.
È un momento durissimo, perché capiamo di non essere stati soltanto sfortunati ma di essercela “cercata” quella relazione. Capiamo che il problema non sono solo loro, ma anche noi.
Le due strade: accusare il destino o cambiare noi stessi
Da quel momento si aprono due strade.
La prima è continuare a dare la colpa alla sfortuna, agli uomini, alle donne, ai narcisisti, a un’epoca incapace di amare. Possiamo raccontarci che siamo troppo buoni, troppo sensibili, troppo profondi e che gli altri se ne approfittano. Impareremo nuove parole – love bombing, gaslighting, ghosting – e diventeremo bravissimi a descrivere ciò che gli altri ci fanno. Ma dare il nome a queste dinamiche non basta, se restiamo immobili.
Ecco allora che invece possiamo percorrere una seconda strada, molto più dolorosa, perché ci obbliga a rivolgere lo sguardo verso di noi.
Significa domandarci perché abbiamo bisogno di convincere qualcuno ad amarci. Perché la distanza ci attrae più della presenza. Perché temiamo la solitudine al punto da accettare una compagnia che ci fa sentire ancora più soli. Significa osservare i nostri vuoti senza chiedere a un’altra persona di riempirli. Imparare a riconoscere un confine e, soprattutto, a rispettarlo noi per primi. Significa accettare che abbiamo degli schemi che non vanno bene. Dobbiamo lavorarci e da soli è difficile. Un aiuto di un terapeuta potrebbe aiutarci davvero e definitivamente.
Diventare persone diverse per scegliere relazioni diverse
Lavorare su noi stessi non significa promettere che non soffriremo mai più o che nessuno riuscirà più a ingannarci. Non possiamo renderci invulnerabili all’amore senza diventare impermeabili anche alla felicità.
Significa qualcosa di più concreto: diventare persone che amano prima di tutto se stesse a tal punto da non temere più essere abbandonati dagli altri perché tanto abbiamo noi stessi!
Quando cambiamo noi, non scompaiono improvvisamente le persone tossiche. Semplicemente, non riescono più a restare abbastanza a lungo nella nostra vita.
Le riconosciamo prima e ci seducono meno. E soprattutto non trovano più quella parte di noi disposta a sacrificarsi pur di ottenere amore.
Non chiederti più “perchè capitano sempre a me?”
La domanda che dobbiamo riuscire a farci, con tutta l’onestà possibile è:
che cosa devo guarire dentro di me affinché ciò che mi ferisce smetta di sembrarmi amore?
Perchè forse la vera guarigione non avviene quando finalmente incontriamo la persona giusta: avviene quando diventiamo la persona che non è più disposta a restare con quella sbagliata.
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Inganni d’Amore”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
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