Il riconoscimento dei caregiver familiari rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata per milioni di persone che ogni giorno si prendono cura di un familiare con disabilità grave o gravissima. Il DDL Locatelli, promosso dal Governo Meloni, introduce un primo riconoscimento normativo di suddetta figura, ma lascia a mio avviso aperte questioni che riterrei fondamentali come, ad esempio, le risorse economiche insufficienti, i requisiti estremamente restrittivi, l’assenza di vere tutele previdenziali e nessuna garanzia adeguata per chi sacrifica lavoro, salute e vita privata per assistere un proprio caro.
Basti pensare al contributo economico pensato per la posizione, una sorta di tantum che può arrivare fino a 400 euro mensili, destinati esclusivamente ad una platea piuttosto ristretta di beneficiari. Per accedervi, infatti, bisogna essere conviventi e prevalenti, garantire almeno 91 ore settimanali di assistenza, non svolgere attività lavorativa oppure percepire da essa non più di 3.000 euro lordi all’anno e avere un ISEE non superiore a 25.000 euro. Una soglia reddituale che mi sembra profondamente ingiusta, perché, in base a quanto stabilito, chi prova a conservare anche una minima attività lavorativa per mantenersi economicamente potrebbe perdere completamente il diritto al contributo.
In altre parole, per ottenere un sostegno pubblico, il caregiver deve trovarsi in una condizione di sostanziale esclusione dal mercato del lavoro. Una contraddizione evidente per un provvedimento che dichiara di voler valorizzare il lavoro di cura e favorire la conciliazione tra assistenza e occupazione!
Il prezzo di un caregiver: quando il riconoscimento resta soltanto sulla carta
Il punto più contestato del disegno di legge riguarda proprio la misura economica. Il contributo massimo previsto è di 1.200 euro a trimestre, equivalenti, come già accennato, a 400 euro mensili, ma non si tratta di una somma garantita a tutti gli aventi diritto. Anzi, l’importo viene determinato periodicamente in base alle risorse disponibili e al numero dei beneficiari. Il risultato, dunque, è un sostegno economico che, persino nella sua misura massima, appare del tutto sproporzionato rispetto al carico assistenziale richiesto.
Novantuno ore alla settimana significano oltre tredici ore al giorno, senza considerare le emergenze, le notti interrotte, gli imprevisti, le visite mediche e tutte quelle attività quotidiane che non possono essere quantificate con un semplice conteggio ad ora. Eppure, a fronte di un impegno che assorbe praticamente l’intera esistenza di una persona, lo Stato mette sul tavolo una cifra che non garantisce né autonomia economica né una reale valorizzazione del lavoro svolto.
Ancora più paradossale è il limite dei 3.000 euro lordi annui di reddito da lavoro. Un caregiver che riesce a svolgere qualche ora di attività professionale per non perdere completamente il contatto con il mondo del lavoro può essere escluso dal beneficio. Si finisce così per penalizzare proprio chi cerca di mantenere un minimo di indipendenza economica, imponendo una scelta inaccettabile tra assistenza familiare e diritto al lavoro.
Caregiver in piazza a Roma: «Non chiediamo elemosina, vogliamo dignità»
A tal proposito, tutti i diretti interessati hanno deciso di mobilitarsi per chiedere più dignità. La protesta delle associazioni e dei movimenti dei caregiver familiari è arrivata nelle strade della Capitale lo scorso 28 ottobre. Circa 500 persone, stanto a quel che hanno riferito gli organizzatori, provenienti da diverse regioni italiane, si sono ritrovate in piazza Santi Apostoli per contestare il provvedimento promosso dalla Ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli. Il corteo, promosso da Rete Caregiver e Disabilità Italia, ha portato davanti alle istituzioni la voce di genitori, familiari e persone che garantiscono assistenza continuativa ai propri cari, spesso senza alcun sostegno concreto e con enormi sacrifici personali.
Dal presidio il corteo ha raggiunto piazza Montecitorio, dove i manifestanti hanno denunciato l’insufficienza delle risorse, i criteri di accesso considerati discriminatori e soprattutto la mancanza di diritti certi per chi svolge quotidianamente un’attività di cura indispensabile. Tra gli slogan scanditi durante la manifestazione: «Da soli non ce la facciamo più», «Chiediamo dignità», «Per lo Stato siamo invisibili» e «Caregiver uguale lavoro nero». Particolarmente dura la contestazione sulle risorse pubbliche: «Per le armi trovano i soldi, per la disabilità le risorse restano sempre ampiamente insufficienti». I manifestanti hanno definito il contributo previsto dalla normativa una vera e propria «mancia» e hanno denunciato quello che considerano un paradosso: lo Stato riconosce formalmente il lavoro di cura, ma senza assicurare a chi lo svolge un contratto, una retribuzione adeguata o una copertura pensionistica.
L’assenza di contributi previdenziali: il grande vuoto del ddl sui caregiver
Inoltre, ci sarebbe un altro aspetto che rende particolarmente controverso il provvedimento dell’esecutivo: l’assenza di una concreta tutela previdenziale per i caregiver familiari. Chi interrompe la propria carriera professionale, riduce drasticamente l’orario di lavoro o rinuncia definitivamente all’occupazione per assistere un familiare rischia di pagare un prezzo altissimo anche sul piano pensionistico. Anni trascorsi ad assistere una persona non autosufficiente possono tradursi in anni di contributi mancanti, minori possibilità di maturare i requisiti pensionistici e, di conseguenza, assegni previdenziali più bassi in futuro.
Il ddl Locatelli non introduce un sistema organico di contribuzione figurativa o di copertura previdenziale capace di compensare gli anni dedicati all’assistenza. È una lacuna enorme, perché riconoscere il valore sociale del caregiver senza riconoscere il valore previdenziale del suo lavoro significa lasciare migliaia di persone esposte a una futura condizione di precarietà economica. Non si può chiedere a una persona di sacrificare il proprio futuro per garantire un’assistenza che dovrebbe essere sostenuta anche attraverso servizi pubblici adeguati.
Per di più, con la distinzione tra convivente e prevalente e non, potrebbe accadere che, nella visione del provvedimento, si vengano a designare caregiver di serie A e caregiver di serie B, distinguendo il diritto al riconoscimento sulla base di requisiti burocratici che non sempre rappresentano la complessità delle situazioni familiari. A questo si aggiunge la necessità di rafforzare concretamente i servizi territoriali, l’assistenza domiciliare, i centri diurni, i servizi di sollievo e il supporto psicologico. Senza una rete pubblica efficiente, il peso dell’assistenza continuerà a ricadere quasi interamente sulle famiglie.
Le opposizioni contro il Governo Meloni: «Un’occasione persa per milioni di famiglie»
Anche le forze di opposizione hanno contestato l’impianto del provvedimento, giudicando insufficienti le risorse stanziate e troppo limitata la platea dei potenziali beneficiari. Durante l’esame parlamentare sono state sollevate obiezioni sul tetto di retribuzione, sulle ore da maturare settimanalmente per accedere al contributo e sulla mancanza di adeguate garanzie previdenziali. Le opposizioni hanno per giunta evidenziato il rischio che il provvedimento finisca per scaricare ulteriormente sulle famiglie la responsabilità dell’assistenza alle persone con disabilità, senza assicurare un sistema pubblico capace di rispondere ai bisogni reali.
La Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge il 14 ottobre 2026 con 153 voti favorevoli, 105 contrari e 4 astenuti. Il testo è stato quindi trasmesso al Senato per il successivo esame parlamentare. La maggioranza rivendica il risultato come un primo riconoscimento istituzionale atteso da anni, ma il riconoscimento formale di una categoria non può essere confuso con l’effettiva tutela dei suoi diritti.
Il lavoro di cura non può diventare una condanna alla povertà
La questione centrale è politica e sociale. Il valore della cura viene ricondotto a una misura di contrasto alla povertà destinata a una platea estremamente ristretta, anziché essere riconosciuto come un’attività fondamentale per il funzionamento dell’intero sistema di welfare.
La cura è l’atto che preserva la forza della vita, fa fiorire l’essere e ripara le ferite dell’esistenza – Luigina Mortari
Il problema non è legato esclusivamente alle 400 euro mensili. Riguarda il modello di società che si intende costruire e il modo in cui le istituzioni considerano milioni di persone che, spesso nell’ombra, garantiscono assistenza continuativa ai propri familiari. Non è accettabile che chi assiste un figlio, un genitore o un coniuge con disabilità gravissima debba arrivare all’impoverimento, alla rinuncia al lavoro e allo sfinimento psicofisico per poter ottenere un contributo pubblico. Allo stesso modo, non è accettabile che si penalizzi una persona perché riesce ancora a guadagnare qualche centinaio di euro al mese attraverso un’attività lavorativa, così come non lo è (o perlomeno, non dovrebbe esserlo) che anni di assistenza, notti insonni, sacrifici personali e rinunce professionali non producano alcun riconoscimento previdenziale adeguato.
I caregiver non chiedono elemosina e non vogliono essere considerati destinatari di interventi assistenziali occasionali. Chiedono diritti, dignità, protezione sociale e un riconoscimento concreto del lavoro che svolgono. Il ddl Locatelli avrebbe potuto rappresentare una svolta storica, ma, in base a quanto visto fino ad ora, potrebbe trasformarsi in una legge di riconoscimento unicamente sulla carta, lasciando ancora una volta le famiglie sole davanti a responsabilità enormi!
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