Siamo metà della popolazione – dobbiamo essere metà del Congresso – Jeannette Rankin, prima donna americana eletta alla Camera dei deputati
Il femminismo è il peggior nemico della crescita delle donne. Prima che le femministe inizino una protesta seduta stante, lasciatemi spiegare. Ormai è sentore comune che le donne abbiano raggiunto tutti i risultati possibili: siamo diventate manager, capi di stato, abbiamo occupato ruoli di assoluto prestigio, senza neanche aver bisogno di scendere dai tacchi a spillo. Guardiamo il genere maschile negli occhi, perché non abbiamo più bisogno di aiuti o agevolazioni. Abbiamo voluto (e raggiunto) la completa parità. A che cosa servono le femministe, se non ne abbiamo più bisogno? Sembrano solo il rigurgito di un passato che non esiste più. Nei nostri sogni, certo. In un mondo irreale, ovviamente.
La mossa del Governo che lede la parità di genere
Le nostre rappresentanti politiche, con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in cima, ci raccontano che il mondo è popolato da donne che hanno raggiunto la felicità come e più degli uomini. Non hanno bisogno di essere chiamate “capatrena” (cit.) per sentirsi parte di un sistema che le vuole protagoniste. Peccato che il sistema sia a mio avviso truccato. E che le donne rappresentino spesso ancora quella splendida apparenza da valletta televisiva!
Provate ad immaginare un mostro mitologico sempre sorridente, perfettamente truccato, con un passeggino al lato e la ventiquattrore dall’altro, che rincorre la carriera, mentre tiene perfettamente pulita la casa e avrete lo stereotipo che tanto piace a queste donne di potere. Possibilmente deve essere una donna che non parla molto, che non disturba, che non esprime desideri, che si incastra perfettamente con l’dea di moglie, madre e lavoratrice instancabile. L’angelo del focolare, devota e amorevole, la madre dall’istinto indiscutibile.
Mi vengono i brividi solo al pensiero. Se conoscete una donna così, vi prego, scappate. Non esiste, perché non solo non è reale, ma è la proiezione terrificante di una società profondamente maschilista e patriarcale.
La proposta presentata da Roccella e Meloni: la gestione della parità affidata ad una email?

La verità? La parità di genere non è una priorità di questo Governo. La Presidente del Consiglio e la ministra Roccella, per farvi comprendere la questione, hanno presentato una proposta per abolire la figura delle consigliere di parità territoriali, che intervengono nei casi di discriminazione di genere sul lavoro (assunzione, carriera, s pendio, licenziamento, maternità). È sostanzialmente una figura pubblica che difende i diritti sul lavoro contro le discriminazioni di genere e promuove l’uguaglianza. Verrebbe sostituita da una PEC, a gestione nazionale. Insomma, chi vorrà vedere i propri diritti garantiti dovrà scrivere e aspettare che qualcuno prenda in carico il proprio problema.
Secondo Meloni, infatti, “non esistono poli che femminili ma una visione femminile della politica, nessuno
mi convincerà che esistono tema che di competenza delle donne e altre degli uomini”. È una visione che definirei quasi “romantica”. Nel frattempo una donna su cinque lascia il lavoro dopo la maternità, mentre al Sud solo il 29% delle donne ha un’occupazione. Fra chi si dimette dopo la nascita di un figlio il 70% sono donne, e l’84% delle donne che rientrano lo fanno con un orario part-me, subendo di fa o un peggioramento delle proprie condizioni di lavoro. In sostanza, le donne sacrificano tu o in nome di una famiglia che è tradizionale solo quando a rinunciare alla realizzazione personale sono loro.
La prospettiva inizia a cambiare, vero?
Ma se da un lato le donne cercano in tu i modi di mantenere un lavoro stabile, pur assolvendo al ruolo di
madri, dall’altro devono anche comba ere per avere una retribuzione dignitosa e paritaria. Dati Istat alla
mano, ci rendiamo conto che il gender pay gap (il divario salariale di genere) è circa il 12,7% a svantaggio
delle donne. A parità di lavoro, guadagniamo di meno, de a in soldoni. E qual è l’impatto che ha questo
fenomeno? Un divario salariale persistente riduce l’autonomia economica delle donne, contribuisce alla
povertà femminile e incide negativamente sulla crescita economica complessiva. Che non è poco.
Com’è possibile che le donne abbiano così tanti ostacoli da superare per realizzare loro stesse e non si
attuino poli che mirate per fare in modo che la parità sia reale e non solo nelle parole di chi le pronuncia
per comodo? La verità è che le stesse donne cadono nel tranello che la società patriarcale tende, per rafforzare sé stessa. Questa società ci impone ruoli rigidi, dove il potere è detenuto per lo più dagli uomini, che permettono alle donne di arrivare in alto solo se sono disposte a mantenere intatto il sistema.
Ed è in quest’ottica che tutte le politiche a favore delle donne sembrano superflue, inutili. È più facile dire
che ce la possiamo fare da sole, quando lo svantaggio è tale che non possiamo realmente intaccare il potere degli uomini. E le poche donne che ce la fanno si sentono spesso invincibili, for . Il fa o che alcune donne abbiano avuto successo non prova, però, che il sistema offra le stesse opportunità a tutte. Abbiamo ancora fortemente bisogno di femminismo, bisogno di dare alle donne una voce forte e chiara che parli al femminile. Abbiamo bisogno di un linguaggio nuovo, che racconti le donne per quello che
realmente vivono. Solo quando le storie delle donne saranno raccontate per quello che sono, potremo
parlare di vera uguaglianza!
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