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Affari d’oro (1988), quando lo scambio di identità diventa un gioco di specchi

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Affari d'oro poster, 1988

Affari d’oro: West Virginia, fine anni Quaranta. In un ospedale immerso nella provincia americana, un errore all’apparenza irrilevante altera per sempre due destini: due coppie di gemelle vengono scambiate alla nascita. Da un lato una famiglia ricca e industriale, dall’altro una realtà rurale, concreta, lontana dai codici del potere economico. Nessuno se ne accorge e nessuno interviene. Passano gli anni. Le bambine diventano donne, e le donne diventano specchi inconsapevoli di una verità mai rivelata. Quando, decenni dopo, le loro strade si incrociano a New York, il tempo smette di essere lineare e si trasforma in un dispositivo comico e narrativo: riconoscimenti mancati, identità sovrapposte, scambi accidentali che fanno collassare ogni certezza.

Il risultato è una commedia degli equivoci costruita come un sistema a incastro perfetto, dove ogni incontro genera uno slittamento e ogni gesto produce una conseguenza inattesa. Tuttavia, Affari d’oro non vive soltanto del suo meccanismo narrativo. Vive soprattutto delle sue attrici.

Bette Midler e Lily Tomlin: il cuore del doppio in “Affari d’oro”

Il film si regge interamente su un’operazione attoriale rara per il cinema mainstream dell’epoca: due interpreti che non si limitano a sostenere un doppio ruolo, ma arrivano a costruire quattro identità distinte, ciascuna con un proprio ritmo, una propria postura, una propria grammatica emotiva. Bette Midler (The Rose, Spiagge, Il Club delle prime mogli) porta in scena la sua energia più riconoscibile: un mix di ironia aggressiva, presenza scenica quasi teatrale e capacità di oscillare tra vulnerabilità e controllo. Le sue due versioni — quella cresciuta nell’agio e quella cresciuta nella semplicità rurale — non sono mai semplici variazioni sul tema, ma due modi opposti di occupare lo spazio. Nel mondo “alto”, Midler è tagliente, rapida, quasi affilata nei tempi comici; nel mondo “basso”, invece, rallenta, si sporca, si avvicina a una fisicità più disordinata e istintiva.

Lily Tomlin (una delle Muse di Robert Altman) lavora invece su un registro diverso, più sottile e interno. La sua comicità non esplode: si accumula. La Tomlin costruisce personaggi che sembrano sempre in ascolto del mondo, come se reagissero leggermente in ritardo rispetto agli eventi. Anche nel suo caso il doppio non è un espediente narrativo, ma una variazione di identità: una versione più rigida e urbana, quasi ingabbiata nei codici del business, e una più spontanea, radicata nella dimensione familiare e agricola.

Il punto interessante è che le due attrici non si limitano a “differenziare” i personaggi: li mettono in relazione invisibile tra loro. Anche quando non condividono la scena, sembra che si stiano rispondendo a distanza, come se il film fosse una lunga conversazione spezzata in quattro voci.

Lily Tomlin e Bette Midler
Credit: Web

L’eredità ZAZ

Il film porta la firma di Jim Abrahams, ma non può essere compreso fino in fondo senza richiamare l’universo creativo da cui proviene, quello dei Zucker-Abrahams-Zucker. Pur essendo un progetto meno esplicitamente demenziale rispetto ai loro lavori più celebri, Affari d’oro conserva infatti alcune tracce riconoscibili della loro impronta: il gusto per la costruzione a incastro, il ritmo serrato della gag e soprattutto la fiducia quasi matematica nel meccanismo comico come struttura narrativa autonoma. Qui però la componente parodica lascia spazio a una scrittura più “pulita”, in cui il nonsense viene sostituito da un ordine apparente che progressivamente si sfalda attraverso gli scambi d’identità. È proprio in questa deviazione che si coglie l’interesse del film all’interno della cinematografia ZAZ: non più la demolizione sistematica dei generi, ma la loro lieve torsione dall’interno, come se la commedia degli equivoci venisse portata al limite della propria precisione formale fino a rivelarne il potenziale caotico nascosto.

Una commedia sul disordine dell’identità

Il film rinuncia quasi completamente alla follia demenziale per abbracciare una forma più classica di commedia degli equivoci, con un impianto che deve molto alla tradizione shakespeariana del doppio e dello scambio di persona. Il contesto, però, è molto americano e molto anni Ottanta: la contrapposizione tra provincia e capitale, tra lavoro manuale e finanza, tra autenticità e performance sociale. New York diventa il luogo dove queste tensioni si moltiplicano fino a diventare caos puro.

Dentro questo dispositivo, il denaro non è mai davvero il motore emotivo. È piuttosto lo sfondo su cui si proiettano le identità: ciò che distingue le persone, ma anche ciò che le rende intercambiabili.

Big Business, 1988
Credit: Web

Un film laterale, e per questo interessante

Affari d’oro non è mai entrato nel canone delle grandi commedie del decennio. E forse proprio per questo ha conservato una sua particolare leggerezza: non quella superficiale, ma quella dei film che non devono dimostrare nulla.

Resta soprattutto un esercizio di stile attoriale, un confronto continuo tra due interpreti che trasformano un’idea semplice — il doppio — in una variazione quasi musicale. E nel farlo costruiscono una delle più curiose architetture comiche del cinema americano degli anni Ottanta.

Un film che parla di identità senza mai prendersi troppo sul serio, ma che proprio per questo riesce a suggerire qualcosa di più profondo: che forse non siamo mai una sola versione di noi stessi, ma una somma di possibilità che il caso, ogni tanto, decide di mettere in collisione. Ed è in quel momento che la commedia diventa, davvero, un piccolo incidente del destino.

Sono una che ama parlar chiaro. Se non avrò il vostro assenso ora e vi prego di considerare che io ho il controllo di maggioranza della Moramax e in tal caso licenzierò in tronco tutti voi nominando un Consiglio che approvi le mie decisioni! – Bette Midler

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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